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I migliori anni della nostra vita: sudore, passione, “Ketchup Suicide” dei Linea 77

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“Cosa facciamo stasera?”
“Che cazzo di domande fai, andiamo a vedere i Linea a Torino!”.

E allora si partiva dalla provincia, dalla campagna che solo mentalmente è lontanissima da Torino, ma che in realtà la avvolge come un abbraccio romantico e fuori da tempo, per andare a mettersi in coda di fronte ai cancelli di “Hiro”, in via Bossoli angolo via Pio VII. Era un vero e proprio rituale: ci infilavamo la maglia di qualche band, pantaloncini rigorosamente più larghi delle nostre gambe, un paio di Vans o di Etnies e via, giù a rotta di collo verso una di quelle serate che ci portiamo addosso ancora ora. Erano i tempi in cui si pogava, ce le si dava di santa ragione sotto al palco di Hiroshima Mon Amour ma in realtà in qualsiasi piazza dove si teneva un live gratuito, un matinée in uno squat, una nottata a El Paso, un corteo contro le “riforme” della scuola.

Si tornava a casa “bollati”, come mi ripete ancora adesso mia madre, ossia coperti di lividi, dita incrinate e tagli su e giù per il corpo. Si sudava, eccome se si sudava, ai concerti … Sembrava di entrare in una sauna insieme ad altre centinaia di persone, uscendo letteralmente prosciugati di energie, ma magari con qualche numero di telefono di musicisti, ragazze da frequentare o ex conoscenti persi di vista all’inizio delle scuole medie. A pensarci ora sembra passata una vita intera, ma forse è davvero così, perché negarlo. Sono classe ’91, ho vissuto intensamente quei mesi in cui era impossibile non vedere almeno due o tre live a settimana, tanta era la proposta cittadina. Serbo bellissimi ricordi di Hiro perché sì, sulle tracce di band come Punkreas, Il Teatro Degli Orrori, Arsenico, Dufresne, Tre Allegri Ragazzi Morti ho perso ben più del fiato e di una scarpa ogni tanto.

E poi c’erano loro, i Linea77 che avevo scoperto a quindici anni con Inno all’odio, traccia contenuta (incredibilmente) in Fifa 2006. Era stato amore a primo ascolto, durante i concerti Nitto ed Emi facevano dividere il pubblico per un wall of death che era diventato il momento più atteso di quelle serate torinesi. Con i miei amici ci eravamo avvicinati di riflesso a tutta la discografia della band di Venaria, fin da quella bellissima e sottovalutatissima raccolta che è “Venareal”. Ma chiaramente la botta in testa, la badilata sulle caviglie, il pugno sulle gengive – ma, soprattutto, allo stomaco – arrivò con le centinaia di ascolti di album seminali della cultura musicale alternativa italiana come “Too Much Happiness Makes Kids Paranoid” e “Ketchup Suicide”.

Da più parti avvicinati ai Korn e ai primi Deftones, i Linea77 hanno segnato Torino tanto quanto intere generazioni di ascoltatori che ancora adesso saprebbero declinarne a memoria intere tracce, ricordi mai sbiaditi di tempi passati ma ancora vividi nel nostro Io adolescenziale ed emotivo. Perché alla fine ogni palazzo del capoluogo piemontese trasudava qualcosa di questa band, e soprattutto delle loro prime fatiche discografiche. “Ketchup Suicide”, che almeno graficamente scimmiotta un po’ quello che fu “A.D.I.D.A.S.” dei Korn, da molti – se non da tutti – è ricordato per avere al suo interno una frase che, come mi ha detto una mia amica qualche giorno fa, “penso di aver inciso su ogni banco di scuola: ‘that’s life man, oui c’est la vie, a volte è fragola ma spesso sa di merda‘”.

Sì, perché Moka è il brano che ci ha fatto fare stage diving, sugli stacchi di tom di Tozzo ci siamo presi a pugni, e su quei riff semplici ma di impatto abbiamo saltato senza pensare a nulla che non fosse cantarne a squarciagola tutte le parole. Ma limitare questo full lenght a Moka sarebbe riduttivo: certo, un brano così non lo ha mai più fatto nessuno, neppure i Linea77 stessi, ma perché non sorridere pensando a quanti – me compreso – hanno scoperto dell’esistenza di Walk Like An Egyptian proprio grazie alla cover che chiude l’album? E il cassa-rullo di Cacao? Sostanzialmente un brano hardcore, che denotava la voglia di non limitarsi mai, così come la melodrammaticità di Tadayuki Song, sulla quale Emi perdeva le corde vocali, in un mix emotivamente letale di parti in clean e scream.

Registrato ai Backstage Studios di Ripley (Regno Unito) da Dave Chang, uno non qualunque, che aveva già messo la sua tecnica al servizio di Orange Goblin, Dagoba e Earthtone9, “KEt.CH.UP SUI.CI.DE”, con quella sua “t” minuscola, fu in grado di fare da ponte sonoro tra l’immediatezza di “Too Much Happiness …” e il futuro più ragionato e, forse, più divisivo dei Linea77. “Numb”, album successivo datato 2003, porta con sé due brani – Fantasma e 66 (Diabolus in musica) – che sono ancora adesso il segno distintivo dell’act sabaudo, ma personalmente credo che molti di noi siano più legati a questi Linea di inizio millennio, a quando “Ketchup Suicide” te lo portavi a casa pagato in Lire, per intenderci (ventinovemila, per l’esattezza, in quanto il cd conteneva anche materiale per PC, oltre a foto, filmati, giochi e curiosità varie ed eventuali).

I tempi sono cambiati, il nu metal non è più una realtà da anni, forse lo è stata in maniera talmente effimera da farci innamorare così tanto proprio per questo motivo. Venaria e Torino sembravano un po’  catapultate negli States, e ascoltare la prima parte della discografia dei Linea77 adesso, nel 2020, fa venire voglia di scendere ai “Muri” a vedersi un concerto, di andare ai monumenti dietro piazza Castello a godersi un po’ di trick degli skater, a cambiare cd nel lettore senza soluzione di continuità.

Ketchup Suicide” è un album furibondo, ascoltato tutto d’un fiato non dà tempo di pensare, fa solo venire voglia di agitarsi convulsamente, di scatenare la propria rabbia interiore, di stare dietro alle linee di basso di Dade muovendo a tempo il proprio corpo. Lunga vita a quello che fu, a un passato che definisce ciò che siamo, a una musica che ci accompagna e che guida i nostri stati d’animo da tempo immemore. 


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