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Paolo Spaccamonti & Daniele Brusaschetto – Burnout II

2020 - Toten Schwan Records
sperimentale

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Tracklist

1. Gocce
2. Balliamo ancora
3. Al Jourgensen
4. Spore


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A sei anni di distanza da “Burnout I” è uscito, per la Toten Schwan Records, “Burnout II” di Paolo Spaccamonti e Daniele Brusaschetto.

La filosofia che accompagna la distribuzione dell’album è in perfetta sintonia con quanto prodotto dal duo torinese: 99 copie in audiocassetta. Non è una questione prettamente commerciale, ma etica. Ogni cosa, per quanto porti con sé un senso di compiutezza, giunge al termine. Non sovraccaricare il mondo di oggetti che a lungo andare, per quanto pregevoli, risulterebbero superflui e lasciare che resti solo la musica (la quale verrà comunque distribuita in digitale) svincolata dalla presenza del dispositivo alla quale essa è legata inevitabilmente lo trovo un atto di contro-tendenza di stile.

Per burnout si intende una condizione di deterioramento mentale generato da un sovraccarico emotivo, continuo, logorante. Il concept dell’album si muove verso questa direzione, mettendo in musica il senso di vuoto causato da una continua tensione attraverso un flusso sonoro materico spesso e oscuro.

È un album composto da pieni e vuoti, da attimi di tensione e momenti di maggior quiete. Gocce, la traccia che apre l’album, disegna un soundscape dal profilo nero che emerge all’orizzonte che crea attorno a sé un’aura impenetrabile, scura e ipnotica. Il riff asciutto della chitarra di Spaccamonti dialoga alla perfezione con le atmosfere nebbiose ed industriali di Brusaschetto. È un brano grazie al quale si visitano luoghi, paesaggi e passaggi per lo più decadenti. È pura psico-geografia emotiva. Balliamo ancora è il primo respiro dell’album, o meglio, il primo cenno di cedimento nel quale la chitarra si racconta intimamente, dialoga con sé, con i propri echi e i propri fantasmi. Un soliloquio in cui la distorsione ha la funzione di presa di coscienza.

Al Jourgensen (titolo omaggio al cantante dei Ministry) accorcia di nuovo il fiato. I ritmi si fanno più serrati, i suoni più compatti. È un viaggio in auto nella notte, a tratti rassicurante, altre leggermente straniante. È materia fluida, densa che si attacca addosso e ti ingloba con la sua struttura circolare, il cui suono viscoso entra dentro fino a cambiare temporaneamente la percezione dello spazio dentro sé. Spore è la resa definitiva, almeno per ora, almeno per questo burnout.

Nelle trame magnetiche e morbide della chitarra è possibile sentirsi al riparo per un attimo, per raccogliere i piccoli frammenti di energia che sono rimasti dopo una deflagrazione mentale e soprattutto emotiva.

È un finale aperto, sensibile che reca in sé una certa malinconia. Quella della resa, appunto. “Burnout II” è materia oscura, intensa, concettualmente raffinata. Un nero brillante e luminoso.

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