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BIG IN JAPAN: all’alba guarda ad est

Dire che ormai siamo assuefatti alla cultura giapponese potrebbe sembrare un’esagerazione, ma nemmeno così tanto. La mia generazione e quella precedente sono cresciute con le reti televisive private che spingevano questo nuovo mondo, quello degli anime, o semplicemente, all’epoca, cartoni animati giapponesi (che volendo è pure un pezzone degli Elii). Un mondo colorato, assurdo, totalmente opposto a quello che ci veniva descritto sulle pagine dei Bonelli, di Topolino o di Marvel e DC. Un mondo che credevamo libero e che invece nella violenza e all’intensità dei propri racconti nascondeva un percorso doloroso e non privo di complicazioni.

A partire dal Secondo Dopoguerra, il momento della rinascita, in cui un mondo formalmente isolazionista comincia la corsa, prima rincorsa e poi slancio verso il futuro, un momento in cui la presenza statunitense comincia a spingere il collettivismo sindacalista per poi pentirsene, per poi andarsene, lasciando il Paese del Sol Levante far da sé, per crescere esponenzialmente. Un Paese segnato da lotte sociali e un passato che tendeva a non passare mai, il Paese che prendeva esempio dagli altri per poi codificare il tutto in linguaggio proprio, unico ed inimitabile. Così è accaduto per l’Arte, tutte le Arti, il cinema, tra Yasujirō Ozu (Wim Wenders ne seguì le tracce nel suo docufilm “Tokyo-Ga”), Akira Kurosawa (Sergio Leone se ne innamorò) e Seijun Suzuki (ispiratore di Quentin Tarantino), la letteratura che salta da Yukio Mishima (e il suo folle conservatorismo) a Banana Yoshimoto e Murakami Haruki e la musica, con Kaoru Abe a imitare il rumore del traffico, i The Stalin ad alzare il pugno verso un cielo di piombo che copriva le lotte studentesche e un cambiamento mai davvero arrivato e Keiji Haino e il suo richiamare mondi altrove collocati. La musica in Giappone ha seguito una sua strada, quella strada fatta di codifica dei generi che arrivavano da Occidente, rendendoli propri, cambiandone le regole a proprio piacimento, sedimentando un mercato proprio che non sempre guarda al di fuori dei propri confini, ma quando lo fa è capace di rapire la nostra attenzione, anche più di quanto vorremmo ammettere.

È vero, forse siamo assuefatti, da quel mondo che ancora vediamo attraverso gli occhi degli anime e dei manga, ma che ha ancora tanto da scoprire, e ogni anno i dischi in esso sepolti vengono alla luce. E se alcuni non lo fanno, beh, è compito nostro tirarli fuori. Ecco quelli che mi hanno rapito in questo tremendo 2020. Qualcosa potrebbe essermi sfuggito, altre cose non sono riuscito a trovarle (uno su tutti il nuovo EP dei Tha Blue Herb, campioni dell’alternative rap nipponico), ma posso ritenermi soddisfatto. Spero anche voi.

Sakuran Zensen – I am SAKURAN ZENSEN

(たわしレコーズ)

Classe 1998 ma ad ascoltarli direste 1968 e non sarebbe comunque il loro anno di nascita. Completamente fottuti da garage, proto-punk, r’n’r sixties e una propensione per andare fuori come i citofoni, come ben dimostra il video di TAXIMAN che immortala il quintetto di Tokyo intento a dare del filo da torcere agli Hives, sfoggiando le capigliature più Ramones possibile. Chitarre taglienti, produzione super lo-fi, swinging fuckup londinese sul tettuccio di un taxi (appunto) mentre sbraitano, impallinando l’ascoltatore con elettricità a sufficiente per far muovere un dangan ressha. Pensate che hanno la stessa età delle band che qui vanno a pregare in ginocchio Agnelli a X-Factor per un briciolo di notorietà, ma hanno palle a sufficienza per fare da soli e spaccare tutto quanto, in primis il vostro stereo. Voi direte “ma dal vivo non saranno mica così”, e sbagliereste di grosso. Spiritati, esagitati, Ballo di San Vito e Fuoco di Sant’Antonio, così il calendario ve lo siete fatto tutto. Fatevi anche una bella dose di rockarolla, che male non fa.

Gezan – KLUE

(十三月)

Due anni fa Mahito The People decide che Steve Albini sarebbe stato perfetto per lavorare a “Silence Will Speak”, un pachiderma post-black-post-hardcore, un monstre al cui interno convivevano ritornelli allegroni e pugni in faccia, accompagnati da rapper (Campanella), matti col botto (Taichi”Loss”Nagura degli ENDON, dei quali vi parlavo qui) e nientemeno che sua maestà del rumore Merzbow. Si sveglia un giorno nel 2020 e decide che no, è ora di cambiare completamente strada. Ok. Perché no? “KLUE” va proprio in senso opposto (o forse ne è l’esatta evoluzione), come lo potremmo definire? Uhm, world-(doo)music suonata sulla navicella di Caronte? Post-hardcore pestato sotto l’effetto dell’ecstasy? Sbrocchi vocali alla Yamantaka Eye con chitarre britpoppegianti? Sniffate di metano che fuoriescono in sbuffi dub dai reverb che tendono all’infinito? Ballad zuccherine pizzicatofiveiane con in omaggio una coltellata gelida in gola? Il tutto ricoperto da una coltre d’oscurità? Sì, tutto questo e forse pure altro. Una roba così può solo sbriciolarvi. E lo fa.

Downy – 無題

(Rhenium Records)

Tutti gli album dei Downy sono “senza titolo”, o meglio, “Mudai”, cosa che confonde un po’ tutti. A non confondere è la classe innata di questo gruppo. Il loro settimo untitled non fa eccezione, anzi, alza l’asticella, e la alzerebbe ovunque, se non fosse rimasto sepolto al di là del fantasma della Cortina di Ferro. Una trasmigrazione dell’anima in corpi mutanti, catena di eventi post-rock alla radice del termine, tra droni (intesi come ripetizioni), follie math, tensioni disarmanti e particelle che flirtano contemporaneamente con DJ Krush, Battles, Don Caballero e Mogwai, di quelli vocalmente muniti, anche se così originali da mischiare tutte queste cose al punto da renderle solo percettibili fino a sfociare in una centrifuga ipnagogica di ritmo malato e chitarre intrecciate col fil di ferro, architettata con un gradiente cerebrale da smontare tutto, risultando originale. Paranoia gigantesca, bellissima.

mouse on the keys – Arche

(Topshelf Records / felicity / fractrec)

Formazione atipica quella formata Daisuke Niitome, Atsushi Kiyota, Akira Kawasaki. I primi due alle tastiere, il terzo seduto dietro la batteria. Il loro è un jazz di una robustezza dura da scalfire e una precisione a dir poco geometrica. Caldi, intensi, come se l’emotività di certo post-rock strumentale finisse nel filtro dei jazz club di Tokyo, con pianismo barocco e cineree tirate memori di Keith Jarrett, “Arche” è solo un EP, ma sembra allungare le proprie ombre cesellate ad arte per ore e ore, cullando, facendo rabbrividire e tornando a svilupparsi in spirali morbide. Ne vorrete ancora, fidatevi.

a crowd of rebellion – Zealot City

(Warner Music Japan)

Che volete che vi dica, da quando, un migliaio di anni fa, ho scoperto Maximum The Hormone e Dir En Grey, tutte le derivazioni assurde di metalcore e avant-metal nipponiche hanno cominciato a far impazzire. Non che gli a crowd of rebellion siano a livello delle band di Maximum The Ryo-kun e Kaoru, però i ragazzi di Niigata hanno quell’innata capacità di mischiare tutto il mischiabile (e pure il non) in una formula allucinante e funzionante, che se la facessero degli occidentali non andrebbe a segno manco per sogno. Su “Zealot City”, in mezzo a break mostruosi, unisoni heavy metal, grida post-hc e growl demoniaci, trovano spazio trombe jazz, schizzi electro, brandelli j-pop (e pure city pop, perché no), spettri folk e smarmellamenti emo a dir poco deliziosi. Fanno quello che i Bring Me The Horizon avrebbero potuto fare e invece col cazzo.

Akira Kosemura – True Mother

(Schole Records)

Comporre e suonare una colonna sonora è una delle cose più difficili di sempre. Bisogna stare attenti in primis alla pellicola, ai suoi significati e ai significanti, al volere del regista, gli ambienti che prende in esame, i protagonisti, non ultimi i produttori. Senza parlare delle scadenze. Akira Kosemura, nato a metà ’80 nella Capitale, non solo sembra a suo agio, ma il suo talento è sovrastante. Non ho visto il film “True Mother” (ma mi riprometto di cercarlo), ma le atmosfere che il pianista imbastisce ed orchestra si destreggiano su viali adombrati, sintetismi algidi, ascensioni affiancate da legni solari, lacrimevoli adagi e volute minimali, tutto racchiuso tra Debussy, Tim Hecker, Philip Glass e Nils Frahm. Che classe.

Merzbow / Mats Gustafsson / Balász Pándi – Cuts Open

(Rare Noise Records)

Ormai sappiamo bene che quando si parla di Masami Akita, noto al mondo col nome di Merzbow, si deve intendere non la musica, ma il suo esatto contrario. La distruzione del rumore e la sua ricomposizione in forme astratte e architetture amorfe è celebre, tanto quanto la sua vena pare non aver fine. Quando non fa da solo, Akita si accompagna con mostri suoi pari, in questo caso Mats Gustafsson e Balász Pándi. “Cuts Open”, al crocevia del mondo si incontra l’alienazione, il jazz che si frammenta in microclimi di orrore strisciante, nell’alveo delle onde quadre fatte a brandelli gli strumenti tradizionali (sassofono e batteria, per i più disattenti) diventano solo veicoli per ampliare la tavolozza elettrificata di Merzbow, che spande miasmi, vuole che i palazzi crollino sotto il terremoto noise-dada, gli spettri folk di un estremo oriente passato (ma mai dimenticato) che sfarfallano sotto le lunghe note di Mats, i passi dei mostri di Balász, e tutto sembra tingersi di nero. Quando sconfiggere le leggi della tradizione diventa tradizione, allora là incontrerete ciò che state cercando. Può far paura, questo è certo, ma non vi siete mai tirati indietro, perché farlo ora?

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