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The Smashing Pumpkins – Cyr

2020 - Sumerian Records
synth pop / coldwave / post punk / rock

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Tracklist

1. The Colour Of Love
2. Confessions Of A Dopamine Addict
3. Cyr
4. Dulcet In E
5. Wrath
6. Ramona
7. Anno Satana
8. Birch Grove
9. Wyttch
10. Starrcraft
11. Purple Blood
12. Save Your Tears
13. Telegenix
14. Black Forest, Black Hills
15. Adrennalynne
16. Haunted
17. The Hidden Sun
18. Schaudenfreud
19. Tyger, Tyger
20. Minerva


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Il difficile rapporto che ho avuto (e come me, molti di voi, lo so, vi leggo) con gli Smashing Pumpkins post “Machina” è stato non solo, per l’appunto, difficile, ma anche tortuoso, tra cocenti delusioni (non ultimo l’autocelebrativo/autoindulgente “Shiny And Oh So Bright”) e brillanti vampate di amore di ritorno (“Oceania” è bellissimo, checché ne diciate). L’annuncio di “Cyr” dunque ha avuto un effetto sismico non da poco, interiore, ma anche i tremori somatici non sono stati da poco.

Cosa possono ancora avere da dire Corgan e Chamberlin, con Iha e Schroeder, che non abbiano già detto e stradetto? Ancora una volta, vi leggo, e siete delusi, perché vorreste cornucopie continue di “Mellon Collie”, ma verrete delusi, ancora, e questa volta, per fortuna. Un colpo di culo immenso, perché William Patrick a partire da “Cotillions” sembra aver trovato una vena ancora florida in cui affondare e una capacità innata e unica di scrivere melodie a spron battuto, il tutto facendo suonare la sua macchina ultraterrena in una direzione inusitata, anche se gli strascichi del non troppo riuscito “The FutureEmbrace” qui sembrano sbocciare come fiori notturni, finalmente.

La direzione è chiara, e come tanti colleghi, sono gli anni ’80 e i suoi generi ammantati di plastica sfavillante ad essere presi d’ispirazione. Esce la title track e i tremori di paura si trasformano in fremiti di danza, il pezzo perfetto che su MTV sarebbe andato in heavy rotation in quattro e quattr’otto e lì sarebbe rimasto per almeno due anni: strofa che sfocia in un ritornello a presa rapida, synth sgargianti, linea vocale che gas neon a pieno regime (provate a non cantare a squarciagola “Say dire warning / Stare down your masters / With the promise of one and what you are / We’re on the verge” mentre le tastiere rapiscono lo spirito di Martin L. Gore per impiantarlo qua), cori pusciferini – che si ripresentano ovunque per tutto l’album forti delle voci di Sierra Swan e Katie Cole – e les jeux sont faits, sono fottuto. Ramona viaggia sulle stesse coordinate, ma più rock, acustico e penetrante, memore The Afghan Whigs, un altro chorus mostruosamente azzeccato, un video western goth e una marea di brividi su per la spina dorsale, facendo il paio con il morbido missile Starrcraft.

Va tenuto ben presente che “Cyr” rappresenta la dissociazione e di come essa permea le nostre esistenze, e nell’ultimo decennio è chiaro come passato, presente e futuro siano collimati sempre più frequentemente, spesso confondendosi/ci così lo spettro post-punk che si aggira nelle stanze di questo dedalo scocca le sue frecce fantasmatiche colpendo Wrath, nella sua pura evanescenza avrà lo stesso spazio delle sospese vaghezze di Birch Grove o della delicata e lattiginosa Dulcet In E, in continuità assoluta con le sinuose sensualità lacrimali che scuotono Haunted. Non ci stupiremo quando a spintonare la “leggerezza” arriverà Wyttch, con le chitarre che come seghe circolari diamantine che sognano di Billy Howerdel trasfigurato in demone e nemmeno quando l’elettronica diventa aggressione ferale sul chiodo in fronte Purple Blood.

Una coltre di cupa coldwave s’infiltra negli spiragli di Telegenix e stinge nelle arie agrodolci ammaliando Save Your Tears nelle sue profondità toccanti, infranta dalle concupiscenze IDM che si perde nella roboante Adrennalynne o in Schaudenfreud, sublunare pop rock sintetico e screziato abbattuto da Tyger, Tyger, puro erotismo serpentino. La seconda parte dell’album è proprio il punto stordente, meno ritornellocentrica, più a fuoco, più scura, più smargiassa.

In totale disequilibrio nel suo equilibrio totale, “Cyr” sfonda le certezze (almeno le mie) della prematura fine di un gruppo che ha segnato tutto, la mia, la vostra adolescenza, buttando giù il muro delle generazioni, deludendo e facendo impazzire. Questo è il secondo dei due casi, perché, vi piaccia o no (e so che non vi piacerà poi così tanto) siamo dinnanzi alla Fenice degli Smashing Pumpkins. Volendo potreste sempre attendere il sequel di “Mellon Collie”, lì starà la prova del nove: conferma dell’oscillare tra paradiso e inferno oppure stabilirsi di nuovo nell’iperuranio. Billy, mostrarci la strada, tanto noi staremo sempre a guardare, per amarti oppure per metterti il broncio. Certo è che le spalle non te le volteremo mai sul serio. Troppo ambizioso per non increspare ancora una volta le acque di questo rock che ormai pare morto più che mai.

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