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HAVE A GOOD TRIP: 40 gemme psichedeliche del nuovo millennio

Cominciamo con una data, il 16 Aprile 1943, un giorno che prenderà il nome di “Better Friday“: nei laboratori di Sandoz Pharmaceuticals, Albert Hoffman sintetizza della “dietilamide dell’acido lisergico”, nota ai più come LSD. Sperimentando con la sostanza, il chimico svizzero percepisce delle allucinazioni, che descrive al suo supervisore come un “flusso ininterrotto di immagini fantastiche”. Il lunedì successivo, decide di dissolverne 250 mg in un bicchiere d’acqua, imbarcandosi così nel primo trip acido “cosciente” della storia.

Tredici anni più tardi, lo psichiatra Humphry Osmond, cercando un aggettivo adeguato per descrivere gli effetti dell’LSD, contatta lo scrittore Aldous Axley, il quale gli risponde con una rima: “To make this mundane world sublime, take half a gram of phanerothyme“. La replica di Osmond non tarda ad arrivare: “To fathom Hell or soar angelic, just take a pinch of psychedelic“. Nasce così il termine “psichedelico“, dal Greco antico “psychē” (anima) e “dēloun” (rendere visibile, rivelare).

A metà anni Sessanta prende quindi forma in Inghilterra e negli Stati Uniti il cosiddetto “rock psichedelico“, un genere la cui finalità è quella di dissociare l’ascoltatore dalla realtà mimando in cuffia gli effetti di sostanze quali la sopracitata LSD, mescalina, psilocibina e cannabis. Come? Attraverso l’utilizzo di nuovi apparecchi elettronici (i primi sintetizzatori, il theremin), strumenti non occidentali (il sitar, la tabla) e adottando strutture ritmiche inconsuete ed estesi segmenti strumentali, come lunghe reiterazioni e assoli di chitarra.

Albert Hoffman il 23 aprile 1943

A grandi linee, possiamo individuare due principali varianti del genere: la psichedelia inglese, mistica e “leggera”, che palesa un’influenza delle colonie indiane (si pensi ai Beatles di “Revolver” e “Magical Mystery Tour“), e la psichedelia statunitense della West Coast, più acida e “pesante”, derivativa del folk, del jazz e del blues (si pensi ai 13th Floor Elevators di Roky Erickson, prima band al mondo ad autodefinirsi “psychedelic rock” nel proprio biglietto da visita nel 1966). 

Possiamo racchiudere gli anni chiave del genere nel triennio 1967-69, definito da eventi di portata miliare come la Summer of Love (1967) e il festival di Woodstock (1969), e da figure intellettuali di spicco quali Alan Watts, Timothy Leary e Karlheinz Stockhausen, le cui lezioni sulla filosofia orientale e sulla “libera improvvisazione” influenzeranno pesantemente non solo i Grateful Dead e i Jefferson Airplane, ma anche i Can e il movimento tedesco della “kosmische musik“.

Con l’arrivo degli anni Settanta, la psichedelia dà vita a una marea di sottogeneri, tingendosi di progressive (si pensi ai Pink Floyd, ai King Crimson e alla scena di Canterbury), mutando in hard rock (i Led Zeppelin di Jimmy Page, ex-membro degli Yardbirds) e sconfinando nel glam (T-Rex) e nell’heavy metal (Black Sabbath). A fine anni Settanta compare infine nelle cerchie post-punk inglesi l’accezione “nuova psichedelia”, in riferimento a band quali Echo & The Bunnymen, The Jesus and Mary Chain e Siouxie & The Banshees.

I primi, veri frutti della “nuova psichedelia” arrivano però a cavallo tra anni Ottanta e Novanta: Stone Roses e Primal Scream (la cosiddetta “scena di Madchester”) introducono l’esperienza psichedelia negli stadi e nei dancefloors, i Kyuss la trascinano nel deserto, i My Bloody Valentine la portano a saturazione, mentre Spacemen 3, Mercury Rev e Flaming Lips le donano una connotazione rispettivamente religiosa, orchestrale ed eccentrica. Con l’arrivo del nuovo millennio ci troviamo dunque di fronte a infinite sfumature del genere.

Da allora il trend psichedelico non si è mai arrestato, raggiungendo il suo apice di popolarità e raffinatezza nelle ultime due decadi grazie a band quali Animal Collective, MGMT, Tame Impala, Oh Sees e King Gizzard And The Lizard Wizard. L’obiettivo di questa lista è quello di ripercorre proprio l’ondata degli ultimi vent’anni, evidenziandone 40 dischi a nostro avviso fondamentali (un disco per band, giusto per complicare le cose), che trovate elencati qui di seguito in ordine cronologico. Buon viaggio.

40. Sonic Boom – All Things Being Equal (Inghilterra/Portogallo, 2020)

A trent’anni da “Spectrum”, Peter Kember decide di rieriesumare sintetizzatori e vocoders per osannare alla vecchia maniera l’esperienza psichedelica, grande ri-scoperta del ventunesimo secolo. Un disco che vi farà venire nostalgia del futuro, tra rivisitazioni psicotrope di grandi classici (Just Imagine), peripezie electro-allucinogene (Things Like This (A Little Bit Deeper)) e testamenti alla psilocibina (Just A Little Piece Of Me).

In due parole – Piangere ascoltando il rumore di un vecchio modem analogico. 

39. Holy Wave – Interloper (Stati Uniti, 2020) 

Tra le più longeve realtà neo-psichedeliche statunitensi troviamo certamente gli Holy Wave, cinque multi-strumentalisti di El Paso, Texas. “Interloper” è il loro fiore all’occhiello, un disco acido e sinuoso, a tratti cinematico, forgiato a colpi di mini-Moog e capace di toccare l’intero spettro psichedelico, dai sogni lucidi (R&B e la title track) agli incubi kraut (I’m Not Living In The Past Anymore e Hell Bastards).

In due parole – Ereditare una collana di perle da Laetitia Sadier. 

38. Wand – Laughing Matter (Stati Uniti, 2019) 

Col loro ultimo disco, Cory Hanson e compagni barattano urgenza per pazienza, scrollandosi dolcemente di dosso l’etichetta di “garage-band” e perseguendo un’affascinante trasformazione lisergica in bilico tra Velvet Underground (la conclusiva Jennifer’s Gone) e Radiohead (la doppietta iniziale Scarecrow / xoxo), che brilla nel vuoto dei grandi spazi (l’eccezionale Airplane) come negli abissi più profondi (Rio Grande

In due parole – Ordinare un caffè corretto e sentirsi rispondere “ok, computer”. 

37. Moon Duo – Stars Are the Light (Stati Uniti, 2019) 

Nel loro sesto album, gli space partners di San Francisco (Sanae Yamada e il sopracitato Ripley Johnson) si allontanano dai labirinti distopici dei lavori precedenti puntando dritti alle stelle con robotici beat (Stars Are The Light) e glissando extraterrestri (Lost Heads). A supervisionare il decollo è l’ex Spacemen 3 Peter Kember, che rimpiazza il caratteristico distillato motorik di Doors e Velvet Underground con un sound alla “Recurring”. 

In due parole – Una macarena alla psilocibina. 

36. Altin Gün – Gece (Olanda/Turchia, 2019) 

Innamoratosi della scena psichedelica turca, Jasper Verhulst (bassista di Jacco Gardner) decide di reclutare due musicisti autoctoni (Erdinç Ecevit e Merve Daşdemir) per incidere un disco. Il risultato è un’interessante variazione stilistica del genere, che spazia da episodi space-funk anni Settanta (Ervah-ı Ezelde) a disco-hits anni Ottanta (Süpürgesi Yoncadan) muovendosi su carreggiate rock asfaltate di fuzz (Yolcu e Kolbastı). 

In due parole – Il retrobottega di un coffeeshop in centro a Istanbul. 

35. Mdou Moctar – Ilana (The Creator) (Nigeria, 2019) 

Quella di Mdou Moctar, conterraneo di Tinariwen e Bombino, è una storia che ha dell’incredibile: cresciuto in Nigeria con genitori estremamente religiosi, comincia suonando clandestinamente ai matrimoni una chitarra costruita con vecchi freni di biciclette. Nel suo primo album in studio, il chitarrista Tuareg ci ipnotizza con una Stratocaster da mancini, proprio Jimi Hendrix. Coincidenze? Ascoltando Tarhatazed direi proprio di no. 

In due parole – Stanare vipere cornute nel deserto del Sahara. 

34. Wooden Shjips – V. (Stati Uniti, 2018) 

 “V” come “pace” o come “numero 5”? Entrambi. Il quindi disco di Ripley Johnson e compagni, ora di stanza a Portland, si allontana dalle cavalcate hypno-drone degli inizi per abbracciare una psichedelia estremamente chill e vellutata, una sorta di utopia tropicale in bilico tra Grateful Dead e Spacemen 3, che raggiunge il suo apice nelle lunghe ballate interstellari Staring At The Sun e Ride On, veri e propri inni del “Bicycle Day”.

In due parole – Andare a funghi con Jeffrey “The Dude” Lebowski. 

33. Hookworms – Microshift (Inghilterra, 2018) 

Nel loro terzo e ultimo disco, i cinque di Leeds rimpiazzano il motore psych-punk dei primi due album con un propulsore elettro-sintetico figlio di Stereolab e LCD Soundsystem, regalandoci una delle aperture (la tripletta Negative Space / Static Resistance / Ullswater) e chiusure (Shortcomings) più emozionanti degli ultimi anni. L’addio alla musica di frontman Matthew “MJ” Johnson e il seme che darà vita agli Holodrum. 

In due parole – Rottamare la propria Mini Cooper d’epoca per una Tesla. 

32. HOLY – All These World Are Yours (Svezia, 2018) 

Abbandonato il garage-pop sbarazzino degli inizi, Hannes Ferm decide di rispolverare i santini di David Bowie e Brian Eno e dedicarsi alla composizione di una sorta di opera orchestrale per Millennials. Il risultato è un continuum psichedelico di rara bellezza, ricco di climax da pelle d’oca, con archi sbrillucicanti, eteree melodie di pianoforte e imperiosi giri di batteria, un’estetica riassunta perfettamente nella title track e in Alien Life.

In due parole – Un documentario su Marte con musiche di Angelo Badalamenti. 

31. Oh Sees – Smote Reverser (Stati Uniti, 2018)

Così come per i King Gizzard, è difficile riassumere la carriera di una band tanto prolifica quanto influente come gli Oh Sees in un unico album. Una scelta rappresentativa potrebbe tuttavia essere “Smote Reverser“, seguito dell’altrettanto incredibile “Orc“, un album-jam groovy e aggressivo, ricco di virtuosismi prog (i 12/8 di Anthemic Aggressor e i cambi di Last Peace) e dai forti toni floydiani (C e Flies Bump Against The Glass).

In due parole – Rivestire il garage con carta da pareti di Magic The Gathering.

30. Lay Llamas – Thuban (Italia, 2018)   

Dipartito Gioele Valenti (JuJu), alla corte di Nicola Giunta troviamo qui Goatshee dei Goat (nei cantici tribali intrisi di fuzz di Altair), i Clinic (nel delirio trance cosmico di Cults and Rites From The Black Cliff) e Mark Stewart dei Pop Group (nelle incursioni afrobeat di Fight Fire With Fire). Un disco extraterreste, innamorato degli anni Settanta e capace di spaziare dal funk (Holy Worms) al krautrock (Silver Sun) in un battito di ciglia.

In due parole – Farsi una pasta con le sarde di ritorno da un lungo viaggio in Medio Oriente. 

29. The Babe Rainbow – The Babe Rainbow (Australia, 2017) 

Il 2017 è decisamente l’anno d’oro della psichedelia australiana: cinque album per i King Gizzard e il debutto dei Babe Rainbow, collettivo di “modern hippies” scoperto e prodotto proprio da Stu Mackenzie e Flighless Records. La colonna sonora perfetta per rivivere sulla propria pelle il sole di Byron Bay a fine Sessanta, tra perle flower-pop (Peace Blossom Energy) e deliri funky-disco (Monkey Disco e Johny Says Stay Cool). 

In due parole – Un sorriso grande come una tavola da surf. 

28. King Gizzard And The Lizard Wizard – Gumboot Soup (Australia, 2017) 

Il disco che più si avvicina a un biglietto da visita per il mai domo collettivo australiano potrebbe essere “Gumboot Soup“, contenente elementi di tutti i lavori precedenti: delicati cocktail pop psichedelici (Beginner’s Luck e The Wheel), svasi monotonali (Greenhouse Heat Death), parodie heavy-metal anni Ottanta (The Great Chain of Being) e boogie dal piglio funky (Down The Sink) e motorik (Muddy Waters).

In due parole – Reinventare la ruota nell’anno 2017. 

27. Julie’s Haircut – Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin (Italia, 2017) 

Gli Emiliani Julie’s Haircut sono delle vere e proprie leggende nel panorama indipendente italiano. Il loro settimo disco, il primo per la prestigiosa label psichedelica inglese Rocket Recordings, celebra i vent’anni della band ibridando Frank Zappa a Kenneth Anger e irradiando a colpi di batteria e sassofono un’energia cosmica che non percepivamo nello stivale da diversi anni (gli undici minuti di Zukunft e Cycles). 

In due parole – Sostenere che il primo uomo sulla luna sia stato Miles Davis.

26. Kikagaku Moyo – House In The Tall Grass (Giappone, 2016)   

Armati di sitar e theremins, i cinque capelloni di Tokyo ci ipnotizzano con eteree ballate (Kogarashi e Cardigan Song), divagazioni stoner (i tre minuti in coda a Silver Owl) e irresistibili costruzioni figlie del progressive anni Settanta (Green Sugar). Una delle band più reverite della nuova psichedelia, a capo della label Guruguru Brain, sotto la quale troviamo un’altra validissima realtà giapponese, i Minami Deutsch.

In due parole – Disegni geometrici su un campo di sativa is the new cerchi nel grano. 

25. Les Big Byrd – They Worshipped Cats (Svezia, 2014) 

Sarà la produzione di Anton Newcombe, sarà l’immagine di copertina, sta di fatto che il debutto degli svedesi rimane uno degli album più originali e sottovalutati della nuova psichedelia. In esso troviamo perle space-rock acide e motorik (l’ipnotica doppietta iniziale Indus Waves / Tinnitus Ætérnum), deliri elettronici anni Ottanta (They Worshipped Cats) e persino emozionanti ballate a chilometro zero (Back To Bagarmossen).

In due parole – Scorrazzare in longboard per le vie di Södermalm. 

24. Temples – Sun Structures (Inghilterra, 2014) 

Guadagnatosi a gomiti alti un posto al tavolo di Tame Impala e MGMT, il debutto del trio di Kettering rimane uno degli album definitivi della nuova psichedelia, senza se e senza ma. “Sun Structures” si distingue per momenti pop deliziosamente catchy e naïve, figli dei Kinks, dei Pretty Things e dei Beatles post-India, come il coro di Shelter Song, il passo moderato di Keep in the Dark o le esplosioni euforiche di Mesmerize.

In due parole – Tagliare l’erba in giardino indossando una giacca in paillettes. 

23. Ty Segall – Manipulator (Stati Uniti, 2014) 

Per quanto buona parte della sua produzione sia etichettabile come “garage”, il prodigio di Laguna Beach ci ha sorpreso negli anni con episodi funky, grunge e persino – rullo di tamburi – psichedelici. In questo senso, il “Sgt. Pepper” di Ty è sicuramente “Manipulator“, uno dei suoi lavori più attenti e curati, ricco di riff figli dei primi anni Settanta (Manipulator e Mister Main) e tendenze psych-folk à la Love (The Hand e The Clock). 

In due parole – Jay Reatard che guada un documentario in VHS sulla Summer of Love. 

22. Woods – With Light And With Love (Stati Uniti, 2014) 

Sebbene elementi psichedelici comparissero già nei primissimi album (si pensi a From The Horn da “In Echo Lake”), è l’ottavo lavoro dei quattro di Brooklyn a guadagnarsi un posto in lista grazie alle sue atmosfere da Summer of Love, figlie di Byrds e Quicksilver Messenger Service (Shining), Grateful Dead (la lunga jam allucinata With Light and with Love) e persino dei Beatles di “Magical Mystery Tour” (Twin Steps). 

In due parole – Partecipare strafatti a un concorso di sosia di Neil Young. 

21. Jacco Gardner – Cabinet Of Curiosities (Olanda, 2013) 

Il debutto del giovane multi-strumentalista olandese è un vero e proprio scrigno di favole pop barocche e allucinate, registrate con strumenti vintage e infleunzate pesantemente dalla psichedelia dei sixties, specie quella legata alla scena di Canterbury (la conclusiva The Ballad of Little Jane), ma anche quella di Brian Wilson (Clear The Air) e Syd Barrett (l’eccezionale doppietta The One Eyed King / Puppets Dangling).

In due parole – Abbuffarsi di pancakes in un film di Wes Anderson. 

20. Boogarins – As Plantas Que Curam (Brasile, 2013) 

Affascinati dalla nuova ondata psichedelica, Dinho Almeida e Benke Ferraz decidono di giocare la carta Os Mutantes e presentarsi come l’equivalente gonzo-sudamericano dei Tame Impala (basti ascoltare la doppietta iniziale Lucifernandis / Erre). Un’occasione per scoprire la sottigliezza canora del portoghese (Despreocupar) e godersi un piacevolissimo trip tropicale a base di “piante che curano”.

In due parole – Uno stormo di Ara Macao. 

19. Foxygen – We Are The 21st Century Ambassadors Of Peace & Magic (Inghilterra, 2013) 

Scomodando paragoni del calibro di Mick Jagger e Lou Reed, l’album-statement del duo di L.A. rimane uno dei dischi più chiacchierati degli anni Dieci. In esso troviamo diverse hits classic rock (No Destruction e San Francisco avanti tutte), ma il vero charme del disco risiede negli episodi più subdolamente psichedelici, come il crescendo a colpi di Mellotron di On Blue Mountain o la groovyness schizofrenica di Oh Yeah.

In due parole – Un drive-in sulla Pacific Coast Highway. 

18. Pond – Beard, Wives, Denim (Australia, 2012)

Se il debutto degli australiani suona come qualcosa a metà tra “InnerSpeaker” e “Lonerism“, non c’è da stupirsi: dietro le quinte si nascondono ben due membri dei sopracitati Tame Impala, Nick Allbrook e Jay Watson. Un disco che utilizza le ceneri della British Invasion (l’opener Fantastic Explosion Of Time e Leisure Pony) per condurci a uno stato di headbanging allucinato (la groovyness anni Settanta di Moth Wings). 

In due parole – Fare a botte con un canguro per una lattina di Foster’s. 

17. Beak> – >> (Inghilterra, 2012)


Il trio di Bristol ci ipnotizza con lunghe cavalcate motorik figlie di CAN e Neu! (Yatton, perla assoluta del disco, ed Elevator), utilizzando sirene in slow-motion (The Gaol) e claustrofobici sintetizzatori dal retrogusto steampunk (Eggdog). Centrali le pelli di Geoff Barrow, che abbandona il trip-hop degli oramai smantellati Portishead per dedicarsi interamente al suo nuovo ed eccitante progetto psych-kraut. 

In due parole – Una cartolina di Berlino senza francobollo datata 1971. 

16. TOY – TOY (Inghilterra, 2012) 

Nel loro debutto omonimo, i quattro di Brighton mescolano psichedelia, krautrock, post-punk e shoegaze seguendo la ricetta dei The Horrors di “Primary Colours”. Il risultato è un disco capace di ammaliare anche il più scettico degli ascoltatori, grazie a chitarre insistenti (la coda strumentale di Dead & Gone), carezze shoegaze (Lose My Way) e sintetizzatori sognanti dal retrogusto orchestrale (My Heart Skips A Beat).  

In due parole – La sintesi sottrattiva di tutti i colori. 

15. Spiritualized – Sweet Heart Sweet Light (Inghilterra, 2012) 

Il settimo album dell’ex Spacemen 3 Jason Pierce resta forse il suo migliore dai tempi di “Ladies and Gentleman…”. Alla magnificenza oppiacea e gospel-blues si somma una sorta di saggezza post-operatoria che risponde alle grandi domande della vita con un onestissimo “Huh?”. Un disco tanto fragile quanto sbruffone, che brilla di luce propria nelle suite orchestrali dal piglio velvetiano Hey Jane e Headin’ For The Top Now.

In due parole – Allacciarsi la tuta spaziale con un laccio emostatico. 

14. The Brian Jonestown Massacre – Aufheben (Stati Uniti/Germania, 2012) 

Abbandonati gli eccessi industrial di “Who Killed Sgt. Pepper?” e forte del rientro di Matt Hollywood, la band di Anton Newcombe decide di abbracciare uno stile più disteso, figlio del krautrock berlinese e dalle forti influenze orientali (l’introduttivo raga Panic In Babylon o Face Down On The Moon). Vera gemma del disco rimane però Stairway To The Best Party, una sorta di “Paint It Black” confusa e dal retrogusto oppiaceo. 

In due parole – Un kebab ad Alexsanderplatz. 

13. Goat – World Music (Svezia, 2012)

I Goat sono un collettivo mascherato proveniente da Korpolombolo, un paesino di seicento anime nel nord della Svezia. Il loro debutto definisce un vero e proprio genere musicale, quello appunto della “world music”, dedito a riff acidi, ritmiche tribali e canti divinarori, che obbligano l’ascoltatore a muovere la testa (Run To Your Mama) o addirittura i fianchi (Disco Fever). Nuova psichedelia sì, ma dal retrogusto arcaico.

In due parole – Festeggiare il compleanno di Prometeo ballando nudi intorno al fuoco. 

12. Melody’s Echo Chamber – Melody’s Echo Chamber (Francia, 2012) 

Nel suo debutto omonimo, la multi-strumentalista Melody Prochet ci affascina con gioiellini pop psichedelici e sognanti, capaci di cullarci sia in inglese (I Follow You, Some Time Alone, Alone) che in francese (Bisou Magique). La sua ispirazione? La chanson française e femme fatales del calibro di Laetitia Sadier (Stereolab) e Trish Keenan (Broadcast). Curiosità: l’album è stato registrato a Perth nell’home-studio di Kevin Parker.

In due parole – Una carezza con un guanto intriso di Ambien. 

11. Connan Mockasin – Forever Dolphin Love (Nuova Zelanda, 2011) 

Bastano 30 secondi di Megumi The Milkyway Above per capire che quello di “Forever Dolphin Love” è un viaggio fuori dal comune: sotto le acque della Nuova Zelanda, per essere precisi. Nel suo debutto, il biondissimo Connan ci culla con un cantato infantile e scivoloso, aiutandosi con lamenti di chitarre lontane e ritmiche arrugginite. Il risultato è un disco esotico e sognante, psichedelico come un risveglio nella nebbia. 

In due parole – Raccogliere kiwi con Syd Barrett. 

10. The Limiñanas – The Limiñanas (Francia, 2010) 

Sopravvissuti al terremoto di Haiti nel gennaio 2010, i coniugi Lionel e Marie Limiñana decidono in un impeto epifanico di abbandonare il lavoro d’ufficio e dedicarsi alla carriera musicale, omaggiando un universo fatto di spaghetti western e seduzioni nouvelle vogue. Un capolavoro contemporaneo di psichedelia yéyé (Je ne suis pas très drogueDown Underground) dal piglio naïve (Got Nothin’ To SayChocolate In My Milk). 

In due parole – Serge Gainsbourg che suona il tamburello nella testa di Sergio Leone. 

9. Tame Impala – InnerSpeaker (Australia, 2010) 

Comincia così la storia degli ambasciatori della nuova psichedelia, tra irresistibili linee di basso (It Is Not Meant To Be), ipnotici sintetizzatori (Why Won’t You Make Up Your Mind, Expectations) ed eccezionali ritmiche krautrock (Lucidity). Un disco “emotivo, infantile e strafatto allo stesso tempo”. Il fatto che ora siano sinonimo di Kevin Parker e facciano cover di Nelly Furtado è un’altra storia.

In due parole – Scoprire i Beatles alla recita di fine anno. 

8. Animal Collective – Merriweather Post Pavilion (Stati Uniti, 2009)

 Nel loro ottavo disco, i quattro di Baltimore decidono di ridefinire i confini del pop a colpi di samplers e drum machine, regalandoci uno degli incipit più caleidoscopici di tutti i tempi (la doppietta In The Flowers / My Girls) in una sorta di rivisitazione electro-avant-garde dei Beach Boys. Un disco che nessun’altro sarebbe in grado di concepire e che troverete in cima a qualunque classifica, indipendentemente dal periodo o dal genere.

In due parole – La dimostrazione che gli aggetivi “primitivo” e “futuristico” non sono antitetici. 

7. MGMT – Oracular Spectacular (Stati Uniti, 2007) 

Ovvietà: il debutto del duo del Connecticut vanta alcuni degli inni più riconoscibili dei Duemila, cementati per sempre nella memoria culturale dei Millennials (i singoli Time To Pretend, Kids ed Electric Feel). Fatto meno noto: la seconda parte del cosiddetto “oracolo” contiene qualche parentesi allucinata da far stropicciare gli occhi (certamente 4th Dimensional Transition, ma soprattutto Of Moons e Birds & Monsters).

In due parole – Distribuire braccialetti fluorescenti nei club con Dave Fridmann. 

6. Deerhunter – Cryptograms (Stati Uniti, 2007) 

Il secondo album della band di Brian Cox, a questo punto ancora relativamente sconosciuta, ci regala un personalissimo e variegato continuum ipnotico, più che degno di appartenere alla lista. La prima parte del disco ci cattura con perle post-punk (Cryptograms) e acid-disco (Octet), mentre la seconda ci tranquillizza con parentesi popadeliche figlie degli anni Novanta (Spring Hall Convert) e del jangle pop (Hazel St.).

In due parole – Una Settimana Enigmistica abbandonata in uno scantinato di Atlanta. 

5. The Black Angels – Passover (Stati Uniti, 2006) 

Quando si parla di “nuova psichedelia”, pochi gruppi possono vantare un curriculum come quello dei texani: eredi dei 13th Floor Elevators, curatori del Levitation Festival (Austin, Angers, Vancouver, Chicago) e fondatori dell’etichetta The Reverberation Appreciation Society. A farli conoscere al mondo è stata l’opener del debutto “Passover”, Young Men Dead, presa in prestito da numerosissime serie TV e video games. 

In due parole – Scrostare il sangue dalle pareti con l’aiuto di Lou Reed. 

4. Black Mountain – Black Mountain (Canada, 2005) 

Il debutto della band di Vancouver è certamente uno dei migliori pastiche citazionistici di questa lista: in primis Grateful Dead e Jefferson Airplane (la gemma Set Us Free), ma anche Led Zeppelin (l’irresistibile Druganaut) e Rolling Stones (No Satisfaction), il tutto condito con tendenze stoner figlie dei Black Sabbath e delicati momenti vocali à la Velvet Underground & Nico. La nostalgia fatta ad album. 

In due parole – Un viaggio nella California degli anni Sessanta con una comitiva di metallari. 

3. Dungen – Ta Det Lugnt (Svezia, 2004) 

Il terzo album degli svedesi rimane uno dei pilastri meno conosciuti della nuova psichedelia. In esso troviamo incantevoli allucinazioni acid-rock, figlie del folk progressivo di Bo Hansson e della psichedelia DIY dei Träd, Gräs och Stenar (ora Träden), meglio riassunte nell’opener Panda e nella coda strumentale di Du e för fin för mig. Il biglietto da visita di una delle più longeve, influenti e sottovalutate band in circolazione. 

In due parole – Un cavallo Dala di nome Hendrix. 

2. The Flaming Lips – Yoshimi Battles The Pink Robots (Stati Uniti, 2002) 

Emulando Cat Stevens (Fight Test) e riempiendoci di domande (Are You A Hypnotist?Do You Realize??), il fratellino minore del capolavoro “The Soft Bullettin” ci racconta le avventure di Yoshimi P-We, vocalist delle band giapponesi Boredoms e OOIOO, il cui destino è quello di sconfiggere giganteschi robot rosa e salvare l’umanità. Il più grande successo commerciale di Wayne Coyne e compagni, riadattato a musical nel 2012. 

In due parole – Un’odissea sci-fi per bambini. 

1. Acid Mothers Temple & The Melting Paraiso U.F.O. – La Nòvia (Giappone, 2000) 

Rivisitando la canzone tradizionale Occitana, scoperta durante una tournée in Francia, il collettivo guidato da Kawabata Makoto si getta in un epico viaggio psichedelico suddiviso in tre capitoli, nel quale incontriamo gentili passaggi folk, ciclici riff kosmische e imprevedibili sferzate noise-rock, il tutto sostenuto da un cantato gutturale ed estremamente ipnotico. Una perla lisergica nell’immensa discografia della cult-band giapponese. 

In due parole – Il diario di viaggio di un troubadour giapponese. 

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