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Back In Time

“Suicide”, lacrime, sangue e spettri al termine del mondo

Nel caso non conosciate quest’album (male, molto: ma in fondo vi invidio, perché avete un capolavoro ancora tutto da scoprire) potete iniziare dalla litania psicotica di Cheree, neanche quattro minuti di vertiginosa e malata sensualità, ma ne basteranno meno per ritrovarvi in ginocchio a supplicarle di non finire mai. Potrebbe accadervi lo stesso con Johnny, un rockabilly abusato dall’elettronica che con un pò di fortuna sarebbe potuta diventare la Be Bop A Lula della new wave .

Saranno quei pochi momenti in cui troverete abbracciati la bellezza e l’orrore, perché il resto dell’album vi tirerà dentro un incubo che in Frankie Teardrop diventerà poi apocalisse. Era una canzone che metteva in scena il gesto folle e disperato di un giovane che, al culmine del disastro economico in cui annaspava, sparava al figlio di sei mesi e alla moglie per poi suicidarsi. Qualche tempo dopo Lou Reed disse che quella canzone avrebbe voluto scriverla lui, e certamente Springsteen se ne ricordò quando incise “Nebraska“, il suo capolavoro in bianco e nero.

Con Frankie Teardrop i Suicide portarono  alle estreme conseguenze il loro già crudo realismo narrativo, e le grida a mezz’aria tra la dannazione eterna e la catarsi del cantante, aggiornavano l’avanguardia rumorista e oltraggiosa dei Velvet Underground di Sister Ray. Al posto delle chitarre e del basso, solo un synth Farfisa di terza mano con collegata una drum machine , col quale Martin Rev dava all’album le sue gelide fondamenta elettroniche. Lui e il cantante maudit Alan Vega venivano dai bassifondi del Lower East Side, si conobbero all’inizio degli anni settanta ad una mostra d’arte a New York, e quando s’accorsero di avere qualcosa in comune formarono i Suicide.

(Photo by Ebet Roberts/Getty Images)

In qualche maniera, il duo anticipò l’arrivo delle brigate punk-rock in città, e da subito ne sembrarono l’ala più  oltranzista e minacciosa. Alan Vega, l’anima nichilista e tossica del duo, era un’artista visuale con la passione per il doo wop e il suono dei vecchi 45 giri di Elvis, Roy Orbison e Jerry Lee Lewis, e quando saliva sul palco si trasfigurava in un incrocio pericoloso tra Jim Morrison e Iggy Pop. Girava con una bandana nera in testa tipo De Niro ne “Il Cacciatore”, giubbotto di pelle e catene, e ogni suo concerto diventava un piccolo Vietnam. Il tastierista, Martin Rev, veniva dal free jazz e srotolava sotto la voce psicotica del compare un tappeto minimalista e  angosciante di suoni e rumori che sembravano anticipare il collasso definitivo dell’umanità. Dopo essersi fatti le ossa tra il Mercer Arts Center e il CBGB’s, trovarono nell’ex manager delle New York Dolls qualcuno disposto a portarli in sala di registrazione per incidere quello che Vega definiva “il blues di New York City“.

L’album uscì nel 1977, in piena tempesta punk, e i Suicide portarono il loro contributo con un debutto scritto col sangue. “Suicide” s’apriva con la spettrale Ghost Rider, uno psychobilly sincopato che  sembrava arrivare dall’oltretomba e col quale il duo smascherava l’inganno del mito americano :”…hey baby, baby/ baby he’s screamin’ away/America’s killing its youth…”. Quella di “Suicide” era una messa punk che celebrava il funerale dell’umanità e la scortava all’inferno accompagnandola coi gemiti di Girl e i singhiozzi di Rocket USA.

I Suicide avevano inciso un album spietato e spaventoso sin dalla copertina, ed erano evidentemente troppo in anticipo sulla storia del rock’n’roll, al punto che critica e pubblico li lasciarono per tanto in sospeso tra la gloria e l’oblio. Qualche anno dopo, furono in molti a giurare di aver  capito da dove arrivavano le intuizioni dei Nine Inch Nails, dei Soft Cell, dei Depeche Mode, dei Daft Punk

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