Impatto Sonoro
Menu

Interviste

Mai piegarsi ai canoni dell’ovvio: intervista ai Deadburger Factory

(c) Lorenzo Desiati

Abbiamo scambiato due parole con i Deadburger Factory gruppo toscano in movimento nella scena alternativa nazionale da più di vent’anni. L’occasione? L’uscita del loro sesto album, “La Chiamata” (qui la nostra recensione), un piccolo, scintillante bignami della musica off italiana.

Quando avete iniziato quali erano i vostri sogni e obiettivi? E, in quest’ottica, quali sono state le difficoltà (se ce ne sono state) con il mercato interno e il pubblico italiano? 

Il periodo in cui è nato il progetto Deadburger (a metà degli anni ’90) era quello in cui il web, e più in generale il digitale, entravano massicciamente nelle nostre esistenze. Eravamo entusiasti dei fermenti cyberpunk. Credevamo ciecamente (…beata ingenuità!) che web e connessione sarebbero stati formidabili strumenti di crescita per cultura, antagonismo, giustizia, coscienze. Amavamo la nuova scena musicale che fondeva rock ed elettronica (Nine Inch Nails, Chemical Brothers, Leftfield, Primal Scream ecc). Il nostro obiettivo era sentirci parte di quella grande onda. Provare a dire la nostra; cercare una via italiana a quell’universo. Fummo bene accolti. Nel 1996 vincemmo Arezzo Wave, in diversi ci definirono “i Nine Inch Nails italiani”. Nel 1997 pubblicammo il primo cd-rom indie fatto nel nostro paese. Suonavamo parecchio in giro per l’Italia. Avremmo potuto continuare su quella strada ma… nel giro di pochi anni, cominciammo a sentire le cose in modo differente. Iniziammo a renderci conto che lo tsunami digitale aveva due facce, e che quella predominante andava in una direzione gravida di ombre. Inoltre, la scena electrorock e la narrativa cyberpunk iniziarono a sembrarci sempre meno prodighi di stimoli: come se, in meno di un lustro, fossero già divenuti “maniera”. Così nel 2000 ci fermammo per un paio di anni. Sperimentammo, cercammo nuove strade. Il nostro album del 2003 segnò l’inizio del nuovo corso dei Deadburger, che prosegue tuttora. Un corso sempre basato sull’accoppiata “elettronica + strumenti suonati”, ma in modi ”altri”(e assai più liberi) rispetto all’electrorock anni ’90. E in perenne mutazione: ogni album dei Deadburger è differente, perché volevamo che la nostra musica rispecchiasse le nostre esistenze quotidiane, le nostre speranze, il contesto sociale in cui vivevamo; e se queste cambiavano, altrettanto doveva fare la musica. Ritengo il nuovo corso dei Deadburger – non etichettabile, e al di fuori di ogni “trend” – molto più stimolante rispetto al periodo iniziale da “Nine Inch Nail de noantri”. Inevitabilmente però rivolto ad un pubblico differente. Più contenuto numericamente, più aperto di orecchie e di cuore. Non si può avere tutto, bisogna fare delle scelte, la nostra l’abbiamo fatta e ne accettiamo i pro ed i contro.

Come vivete il rapporto con il pubblico? Sentite come un vostro dovere la necessità di far crescere culturalmente chi ascolta o la musica è solo espressione di chi la produce?

Perdonami, ma non mi riconosco al 100% in nessuna delle due opzioni a cui accenni. Fare musica è per me espressione e esigenza dell’anima, ma anche desiderio di comunicazione – sono felice, come credo qualunque musicista, se la mia musica riesce a raggiungere anche l’anima di qualcun altro. E similmente, sono convinto che l’arte possa cambiare la vita (anche perché sicuramente ha cambiato la mia), ma senza per questo dovere assumere un ruolo forzatamente “didattico”. Il rapporto col pubblico lo vedo come una ricerca di contatto tra spiriti affini.

L’inserimento di brani complessi allinterno di un disco, sia da un punto di vista musicale sia a livello citazionale, quale senso ha? E a questo proposito, fino a che punto la sperimentazione può “affliggere” l’ascoltare?

Ogni artista e ogni album ha un suo percorso, che risponde a proprie esigenze espressive ed emotive. In base a tali esigenze, può tradursi in complessità o semplicità, o in un alternarsi di entrambe. Certamente, nessun artista, la cui proposta includa complessità, lo fa per affliggere qualcuno – del resto, per non essere afflitti da un artista che non piace, basta non ascoltarlo! Il fatto è che esistono una pluralità di tipi di musica, una pluralità di tipi di ascoltatore, una pluralità di situazioni di ascolto. . Io in certi momenti sento volentieri gli Horse Lords e in altri Sufjan Stevens. Per qualcuno ascoltare Oneida o 75 Dollar Bill è un piacere mentre ascoltare Lo Stato Sociale o Achille Lauro è un tormento; per altri sarà il contrario. E va bene così, sai che noia se tutti avessimo gli stessi gusti! Detto questo, prendo atto che mi sbagliavo di grosso quando, negli anni ’90, pensavo che l’accesso illimitato e gratuito a qualunque genere di musica apportato dal web avrebbe aperto grandi possibilità per le musiche meno convenzionali. E’ invece accaduto l’esatto contrario, e col tempo ne ho capito la ragione. La nostra mente funziona per analogie; ogni volta che si imbatte in qualcosa di nuovo, cerca somiglianze o raffronti con qualcosa che già conosce. Le musiche che piacciono al primo ascolto sono dunque quelle che la mente riconosce come simili ad altre che già conosce. Fin dall’infanzia chiunque ha predisposizione per i due elementi più antichi della musica (che penso siano proprio scritti nel nostro DNA di specie): il ritmo e la melodia. Per cui, la nostra mente decodifica e apprezza, fin dal primo ascolto, i brani dove melodie e/o ritmi siano chiari, semplici, esposti pianamente. Ogni espressione musicale che si discosti anche solo in parte da questi canoni non può piacere al primo impatto. Ha bisogno di almeno tre o quattro ascolti perché la mente impari a riconoscerla come “familiare”. E a quel punto, magari, entusiasmarsene. Quando, da ragazzino ascoltatore di rock, comprai i miei primi dischi di jazz, al primo ascolto mi parvero insopportabili, confusi, senza melodia e senza ritmo. Ma dopo un tot di ascolti me ne innamorai. Scoprii che c’erano grandi melodie e grandi grooves, solo esposti in modo differente da quelli cui ero abituato. Questo processo di allargamento progressivo di orizzonti (e di godimento) oggi è meno frequente, perché – con millemila musiche a disposizione in ogni iphone o PC – pochissimi nativi digitali concederanno un secondo ascolto a una musica che non li abbia conquistati al primo. Anzi… neanche termineranno il primo. Se un brano non li cattura nei primi 30 secondi, lo abbandonano e passano subito ad un altro. Così facendo, limiteranno i propri ascolti alle musiche basate sulle melodie e/o i ritmi più facili. Non scopriranno mai quanta bellezza e emozione e piacere avrebbero potuto ricevere allargando i propri ambiti di ascolto. 

La scelta di autoprodursi e di essere indipendenti è una scelta di libertà o il segno di una resa invincibile al sistema e alle sue regole? 

La Chiamata” non esce come autoproduzione ma per una etichetta con 24 anni di storia alle spalle. Snowdonia Dischi è una realtà piccola ma di serietà ed efficienza invidiabili. Purtroppo di etichette del genere ce ne sono sempre meno, perché i dischi vendono sempre meno. Ma John Belushi docet: quando il gioco si fa duro… ecc. ecc.!

Cosa pensate del fatto che spesso la musica cosiddetta alternativa rimanga rinchiusa in veri e propri ghetti di pubblico e frequentazione? Non c’è il rischio che diventi conformista?

Chi non si piega al canone del “devo piacere al primo ascolto, entro 30 secondi” va in direzione esattamente opposta al conformismo. L’espressione “ghetto” ha in sé una connotazione negativa che non mi pare appropriata. Nella massificazione e semplificazione percettiva delle nostre esistenze perennemente connesse, è fisiologico che coloro che approfondiscono siano in numero enormemente inferiore rispetto a coloro che non approfondiscono, ma non vedo nei primi alcunché di negativo – anzi, caso mai, ci vedo una “resistenza umana”. E ovviamente il discorso non vale solo per i gusti musicali.

Molti musicisti sono costretti a fare altri lavori per vivere. Qual è la vostra opinione: è un obbligo visto il nostro mercato che però lascia maggiore libertà produttiva o più un limite che blocca l’evoluzione della musica?

Tutti i Deadburger fanno altri lavori per vivere. E’ una medaglia a due facce. Il lato buono è che puoi cercare di fare la musica in cui credi senza alcun compromesso. Il lato cattivo è che ti ci vogliono anni per realizzare un progetto. Io morirò avendo realizzando al massimo un decimo della musica che mi sento dentro (o delle composizioni che ho nei cassetti).

Dopo più di vent’anni di frequentazione dei palcoscenici alternativi d’Italia, “La chiamata” è la sintesi del vostro percorso, un punto di arrivo o un nuovo inizio?

Ogni album dei Deadburger è il punto di arrivo di un tratto del percorso. Il successivo sarà diverso. Il giorno in cui ci accorgeremo di avere cominciato a ripeterci, i Deadburger cesseranno di esistere.

(c) Lorenzo Desiati

Alle mie orecchie ormai vintage, questo sembra un lavoro appartenente a un’epoca passata, un tempo nella quale la musica alternativa (o semplicemente non mainstream) aveva una maggiore visibilità. 

Dietro “La Chiamata” c’è un lavoro enorme, durato anni. Il che appare irragionevole in un momento storico in cui prevale la fruizione “usa-e-getta” (mentre avrebbe avuto più senso negli anni ’90 o ’70). Ma, a parte il fatto che il fare arte non risponde ad impulsi di “ragionevolezza”, mi piace pensare che il legame tra un’opera e la sua epoca dipenda dal contenuto intrinseco dell’opera più che dalle dimensioni del mercato nel momento della sua pubblicazione. E credo che, in questo senso, le tematiche de ‘La Chiamata’ siano totalmente contemporanee. L’epoca nei confronti della quale lo sciamano (figura simbolo dell’album) invoca un cambiamento, è il nostro presente.  

Secondo voi la musica alternativa com’è messa oggi? E più in generale cosa significa fare musica oggi? È un lavoro o una passione?

Posso rispondere solo per me (per altri sarà diverso). Io faccio musica con l’impegno e la serietà di una professione, ma non vivo di musica. Faccio conto di avere due lavori. Uno in campo musicale, col quale (se avessi solo quello), farei la fame. E uno in un settore che con la musica non a niente a che vedere, col quale ripiano le perdite del primo e mi mantengo. Lo stato della musica alternativa oggi? C’è un paradosso: mentre il mercato discografico è in costante diminuizione, il numero delle uscite è in costante aumento. L’hard disk recording e i virtual instruments permettono a chiunque di registrarsi le proprie cose a costo minimo (non di rado, facendo tutto da soli nella propria cameretta). Molte uscite sembrano rispondere solo a sfizi personali o (ante pandemia) alla ricerca di concerti. All’interno di questa massa, peraltro, non mancano uscite e artisti di grande spessore artistico. Nomi come The Comet Is Coming, Luca Collivasone, Iosonouncane, Maisie, Ooopopoiooo, In Zaire, C’mon Tigre, Lingua Ignota, Caterina Barbieri, Fire! Orchestra, Heliocentrics, Chris Forsyth, Nadah El Shazly, Ghostpoet, Shackleton, Forbici di Manitù, Giovanni Succi, Nickelodeon/InSonar, Cesare Basile, Paolo Benvegnù, Fiona Apple ecc. ecc., testimoniano che, nonostante tutto, la musica alternativa è tuttora capace di portarci talento e bellezza. 

“La Chiamata” è un disco con una scelta stilistica ben definita, nella quale le percussioni hanno un peso preponderante. Quali sono i motivi i questa scelta? Che impatto ha avuto sulla produzione e realizzazione avere a che fare con otto batteristi differenti?

Il tamburo è il suono delle rivolte, l’album è una chiamata al cambiamento, ogni cambiamento è a suo modo una rivoluzione. Il tamburo è lo strumento degli sciamani, e uno sciamano in un centro commerciale è l’immagine chiave del concept. E’ il più diffuso suono di accompagnamento per la trance, e in diversi momenti dell’album le canzoni si avvitano in spirali di trance. Inoltre è il suono più “materico” e “fisico” che esista, e volevamo che queste caratteristiche improntassero un album concepito come un “faccia a faccia” con la realtà materiale nella quale viviamo quotidianamente.  Interfacciarsi con 8 batteristi (e 1 percussionista) non ha arrecato alcun problema… al contrario, è stato un grande piacere collaborare con tanti splendidi musicisti. Tieni presente che nessun artista presente nell’album (allargo il discorso anche ai non batteristi) è stato coinvolto casualmente. Per ciascun brano abbiamo chiamato i musicisti che ci sembravano più adatti, per tocco e sensibilità, a quella specifica canzone. 

Non più semplicemente Deadburger, ma Deadburger Factory, come se foste una posse. Quali sono i motivi di questa scelta? 

La trasformazione da band classica con formazione fissa a open ensemble ha risposto in parte ad esigenze creative (sperimentare combinazioni strumentali sempre differenti) e in parte a situazioni contingenti (mentre in origine gravitavamo tutti intorno a Firenze, la vita ci ha poi sparpagliati tutti in città diverse, e a volte in altre nazioni).

L’ascolto del disco regala la bellezza di diverse citazioni e personalmente ho molto apprezzato i testi, in particolare quello di Blu quasi trasparente. Qual è il processo di costruzione di testi e della loro fusione con la musica?

Per prima nasce la musica. Quasi sempre è accompagnata da una sensazione, una immagine, una parola chiave, che costituisce l’embrione del futuro testo. Sviluppare quell’embrione in un testo compiuto è difficile; non ho un “mestiere” che mi aiuti. A volte mi capita di scrivere parole dove il senso è giusto ma il suono no (l’italiano è una bestiaccia per il rock), altre volte mi capita il contrario; sono necessarie molte riscritture. Ci sono canzoni che restano ferme per anni in attesa dell’ispirazione per completarne le parole. Ma prima o poi arriva il momento in cui avverto che ce l’ho fatta, che le parole sono quelle e non possono essere che quelle; e a quel punto, mi sembra persino impossibile che non mi siano venute prima, perché era come se fossero già lì, dentro la musica, ad aspettarmi.

Come nasce una canzone di Deadburger Factory?

Di solito tutto comincia da un “seme” sonoro iniziale, che mettiamo in loop, e sul quale io, Simone e gli altri Deadburger registriamo a ruota libera. Seguendone l’atmosfera, l’emozione, ma in totale libertà espressiva. Poi riascolto il tutto. Magari il 90% è da buttare, ma nel residuo 10% ci sono le illuminazioni. Che cominciamo a sviluppare, nota per nota, suono per suono. I brani crescono poco per volta, come piantine coltivate con amore. Quando il processo compositivo appare ben definito, pensiamo a quali potrebbero essere i musicisti più adatti. Nel contattarli, gli raccontiamo il brano come se fosse un film da interpretare. Proponiamo, ogni qual volta possibile, session di registrazione faccia a faccia, non scambi di files a distanza. Per prima cosa, facciamo registrare a ciascun ospite una partitura preparata appositamente per lui. Questo serve a farli calare definitivamente “dentro il film”: respirarne i rapporti tonali, le dinamiche, le intenzioni. Fatto questo… buttiamo via gli spartiti, e chiediamo agli ospiti di registrare altri take, seguendo solo il proprio istinto e la loro creatività. Di solito questo è un momento bellissimo, di vera connessione. Successivamente riascolto tutti i take. Su certe battute funzionano meglio i takes liberi, su altre quelli a spartito; non esistono regole scritte a priori. Seleziono, cucio e l’arrangiamento definitivo prende man mano forma, come (continuando il paragone “botanico”) un frutto che matura sul ramo.

Quali sono state le influenze musicali che vi hanno portato a incidere la musica che fate oggi?

utti coloro che hanno cercato di fondere forma canzone e sperimentazione (da Scott Walker ai Radiohead di “Kid A“/”Amnesiac“, dalla trilogia berlinese di Bowie agli Swans, ecc. ecc.). Il kraut rock vecchio e nuovo (Can, Faust, Oneida, ecc.). L’attuale scena avant jazz (nella quale, negli ultimi anni, ho trovato forse più stimoli che in quella rock). Il Rock In Opposition. Brian Eno per gli “electronic treatments”. E sicuramente ne ho dimenticati almeno altrettanti!

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati