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Interviste

I sentieri del reame dell’oscurità: intervista a Nàresh Ran

(c) Stefano Mei

Siamo felici di avere di nuovo Nàresh Ran ai nostri microfoni dopo la bellissima condivisione dei segreti della sua label Dio Drone per Goldenground. Questa volta parliamo di “Re dei Re Minore” (qui la nostra recensione), l’ultima uscita del suo progetto solista. Iniziamo subito! 

Nàresh spiegaci come mai continui ostinatamente a suonare e a pubblicare musica con Dio Drone, cosa ti muove a fare tutto questo?

Prima di tutto grazie per avermi nuovamente invitato su queste pagine, lo apprezzo moltissimo! Qualcuno ha detto che la mia è una malattia (true story). Suona romantico, e più interessante della realtà che invece è molto più semplice. Sono uno di quelli che ripetono spesso che la musica li ha salvati, e nel mio piccolo sento il bisogno di provare a restituire ciò che ho ricevuto. Ho sempre saputo che questo era ciò che preferivo fare più di ogni altra cosa, fin da piccolissimo quando ascoltavo di nascosto i dischi dei miei genitori, ma ho impiegato molto tempo a capire quale fosse il mio linguaggio e quali i mezzi più vicini alla mia persona per dire la mia a livello sonoro. Quindi adesso è come se dovessi correre sempre e fare il più possibile per non perdere più tempo.

Ovviamente si sdrammatizza (anche se non siamo soliti scherzare)! Un’idea per te importante è il concetto di “on the road”, tutti i tuoi pezzi contengono qualcosa del viaggio, come mai questa fissazione?

Tutta colpa di Jarmush e del suo primo film, “Permanent Vacation”. L’ho visto da adolescente e mi sono totalmente ritrovato nel protagonista, uno spirito errabondo sempre insoddisfatto della sua città ma destinato a non trovare mai da nessuna parte la tanto agognata serenità. Naturalmente il concetto di luogo è metaforico, sentirsi ‘a casa’ è uno stato mentale. A volte dipende dalle persone di cui ti circondi, a volte è un disco, un libro, una particolare atmosfera. Ho inseguito la calma interiore che non avevo viaggiando il più possibile, c’è sempre stato qualcosa nel prendere e partire che mi aiutava a sbrogliare i pensieri e a mettere a fuoco i miei demoni. Suonare è sempre stato l’esorcismo migliore a qualsiasi turbamento, e quando ho iniziato a girare con i miei gruppi mi sono reso conto di quanto le due componenti – musica & viaggio – funzionassero insieme. Alla fine è stato naturale cercare un modo per renderle ancora più unite fino a fonderle in un unico concetto. In più a questo c’è la mia idea che un musicista è sempre un musicista, anche quando si trova fuori dalle classiche comfort zone come studio, palco o sala prove. Quindi, perché non registrare un disco per strada?

Parliamo di gear se ti va, che strumenti hai usato per questo “Re dei Re Minore”? Dov’era la tua chitarra nel mentre?

Momento nerd! Quando ho pubblicato “Martyris Bukkake“, registrato con un’orchestra, giravo con molta, troppa strumentazione. Il desiderio di praticità mi ha convinto a documentarmi per scovare strumenti portatili ma ugualmente potenti e utili. L’OP1 della Teenage Engineering ha contribuito in modo decisivo a cambiare il mio approccio al fare musica da solo. E’ un synth-sampler molto pratico e a batteria dotato di un registratore multitraccia, perfetto per suonare in cuffia davvero ovunque ma soprattutto per campionare un rumore qualsiasi, modificarlo e suonarlo in un attimo. Ed è questa caratteristica che rappresenta le fondamenta del lavoro che ha portato a “Re Dei Re Minore“. Per quasi un anno intero ho registrato suoni e rumori ovunque andassi, per poi prendere frammenti di questi field recordings e processarli, fonderli insieme, effettarli e creare così vere e proprie timbriche da suonare che fossero completamente mie. Ho pensato che fosse il modo più concreto per raccontare qualcosa di personale in modo altrettanto personale. Quindi, tutti coloro che leggono ‘field recordings’ e si aspettano cinguettii e traffico stradale non troveranno nulla di simile. L’OP1 è lo strumento principale che uso, sia in giro che live, ed è l’unico con cui produco dei suoni. Ad esso, per restare il più leggero possibile, ho affiancato il Koma Field FX, multieffetto analogico del tutto simile a un modulo eurorack, e più recentemente il Norns della Monome, altra macchina versatile e potente che uso per giocare con i samples (evitando così di girare con diversi walkman) e complicarmi la vita quando decido di improvvisare un po’. La mia chitarra, ribattezzata ‘La Stronza’ dal suo costruttore (Gabo di Nude Guitars), a dispetto del suo sound devastante è molto paziente e comprensiva. E sa che non c’era il giusto spazio per lei in questa tratta del percorso.

Spiegaci come nasce un pezzo di Nàresh Ran, da che idea parti? Come lo finalizzi? 

È buffo. Potrei rispondere a questa domanda ogni settimana in modo diverso. Ciò che ricorre è l’uso di strumentazione portatile, ho davvero sempre qualcosa con me, male che vada almeno un registratore. L’iter di “RDRM” è stato sempre quello di registrare suoni in continuazione e poi di lavorarli con pazienza in ogni momento utile. Con cura ma anche seguendo il puro istinto, senza un’idea precisa di partenza e senza rifletterci troppo. Ogni luogo influenza con la sua atmosfera qualsiasi piccola bozza realizzata sul momento, per questo è importante che il processo sia più di stomaco che cerebrale. Mi sono ritrovato a lavorare alle tracce nei bar, in tram, in aereo o anche in coda alla posta, proprio per non renderlo un procedimento da studio ma un flusso continuo. Come se suonare non fosse un’attività specifica ma un’abitudine quotidiana come nutrirsi e dormire. Al momento invece sto cercando di rendere tutto ancora più diretto, processando immediatamente i rumori dal mondo esterno e rispondendo con i miei suoni, e registrando il tutto senza post produzione o trucchi del mestiere. Come se fosse uno scambio immediato, una chiacchierata. Vediamo dove porta questa strada.

Sono molto colpito dal titolo sia del disco che dei pezzi. Ci spieghi come ti è venuto in mente questo titolo ricorsivo e magari anche qualcosa riguardo ai titoli dei pezzi?  

Il mio nome, che per la cronaca non è un nome d’arte ma proprio quello anagrafico, è indiano e significa letteralmente ‘re dei re’. Non avevo mai pensato di usarlo come titolo finché qualcuno, dopo l’ennesima jam in cui imponevo l’accordo re minore come base, mi ha apostrofato ‘hey..re dei re minore!’, e l’idea mi è piaciuta subito. Nel tempo poi questa espressione ha preso significati sempre più profondi e intimi, come se battezzasse due aspetti della mia persona. Il ‘re dei re’ che è il Nàresh che chiunque può conoscere, e il ‘re minore’, il lato che preferisco tenere più nascosto e privato. È un titolo che continua a piacermi molto, e mi piace ricordare com’è nato dato che non amo prendermi troppo sul serio. Inizialmente l’idea era che ogni traccia portasse il nome dei luoghi da cui avevo rubato i suoni, ma era una scelta troppo scontata, e poi non aveva senso dato che ne sono finiti tanti diversi in ogni brano. Di quei titoli è rimasto solo il primo, Kutna Hora, città della Repubblica Ceca vicino cui sorge l’incredibile quanto macabro ossario di Sedlec: una piccola cappella cristiana decorata con circa 40.000 scheletri umani, scomposti e ricomposti in modi assurdi. Mi ha colpito perché era esattamente ciò che stavo cercando di fare anche io con i suoni, toglierli dal loro perché originario e farli diventare qualcos’altro. I campi elettromagnetici che si sentono nel pezzo sono proprio di quel posto. Veglia rende l’idea di ciò che è stato comporre la traccia, un’intera notte insonne aspettando l’alba come una sorta di liberazione. A_R sta per acciaio reticolato,che è la struttura dei tralicci di ferro che costeggiano i binari ferroviari. Per mesi ho registrato dei droni durante i miei viaggi in treno, e quando sono andato a riascoltarli mi sono accorto che erano tutti nella stessa tonalità, come se volessero essere legati in un unico stato d’animo. Quindi è bastato metterli tutti insieme e il pezzo si è creato da solo. Re Minore invece ha una storia a sé. È probabilmente il pezzo più intimo e scuro del disco, e non a caso porta questo nome.

Nella recensione ho scritto che nel tuo disco c’è qualche spiraglio di luce nella buia foresta in cui sei solito trasportarci. Ti ci ritrovi? Ti andrebbe di dirci qualcosa su questo direi nuovo aspetto della tua musica?

Mi ci ritrovo assolutamente, anche se dovremmo disquisire a lungo sul significato del termine ‘luce’. “Martyris Bukkake” è dedicato a mia madre, che ho ringraziato nelle note di copertina per avermi insegnato ad aver fiducia dell’oscurità, elemento che non ho mai visto come qualcosa di negativo o drammatico. Ma in generale in questo lavoro penso di aver raccontato qualcosa di diverso dal passato. Invece di tensione e rabbia c’è più contemplazione, più pazienza e più accettazione. E anche se le urla non mancano (continua a sembrarmi un modo estremamente efficace per comunicare) sono grida più forti e convinte, non disperate. Se da una parte la mia ossessione per il viaggio ha una radice di inquieta instabilità, la componente sonora ‘on the road’ riesce a creare una personale zona di conforto itinerante che non ha radici ma che mi fa sentire al sicuro ovunque mi trovi. Finite le digressioni da intellettuale consumato che non sono, direi semplicemente che questa volta ho urlato meno e ascoltato di più. Sia il mondo esterno che quello mio interiore.

Ho scritto inoltre che mi ha impressionato il pezzo finale dove c’è la parte recitata che dice “prego senza sosta..”. Ci spieghi da cosa deriva e cosa significa il testo e com’è stata l’idea di comprenderlo nel tuo disco? 

Re Minore ha come testo il frammento di un racconto di J.T.Leroy.  Jeremiah ‘Terminator’ fu un caso letterario di fine anni ’90 che mi appassionò immediatamente. Giravano storie terribili su di lui prima che si scoprisse che era un semplice pseudonimo. Si diceva che fosse un ragazzino giovanissimo che, dopo una vita allucinante, usava la scrittura come terapia per rielaborare e affrontare i ricordi. Mi ci sono scambiato mail per quasi un anno, e puoi immaginare la mia delusione quando saltò fuori il bluff mediatico. Ma chiunque fosse ha influenzato inesorabilmente il mio modo di scrivere. Nella vita di tutti ci sono dei momenti in cui, per citare i Massimo Volume, ‘le cose prendono un’altra piega’. Il racconto, posto in chiusura al romanzo ‘Ingannevole è il cuore più di ogni cosa’, fu una di quelle pugnalate che ti cambiano per sempre. Come ascoltare “Metal Machine Music” di Lou Reed insieme ai tuoi amici e chiederti perché sei il solo a cui piace, o la prima volta che fai ‘una cazzata così grande da non riuscire a salvarti’ (cit. Chuck Palahniuk) e impari la lezione mentre ne paghi le conseguenze. Per me “Natoma Stree”’ è stato questo. Ha strappato parte dell’innocenza del mio immaginario per darmi in cambio qualcosa di più sporco, più marcio, fatto di quell’oscurità che mia madre mi insegnava a rispettare. Ho avuto quel libro in borsa per anni, ha accompagnato molte delle mie girate, e quando mi sono accorto di sapere il racconto a memoria ho iniziato a usarlo live, sonorizzandolo nel tempo in modi diversi. Questa sembrava l’occasione perfetta per dargli la dimensione personale che meritava dopo tutto questo tempo. In quel ‘prego senza sosta..’ puoi leggerci ogni volta un desiderio diverso ma sempre espresso con forza, come se minacciasse di morte le stelle cadenti, o puntasse una pistola in faccia a un indovino. Tutte le parole del racconto sono ormai una parte di me, e recitarle è ogni volta qualcosa che mi coinvolge moltissimo.

(c) Stefano Mei

Ora facciamo un gioco che ho appena inventato, si chiama “se io dico tu dici”. Io ti dico una parola e tu mi scrivi la prima cosa che ti viene in mente, una frase o anche solo una parola.

Cominciamo! (no blasfemie gratuite per favore)

Scena

Fogna

Underground 

Lava

Rumore 

Flusso

Oscurità

Denso

Sonno 

Non so cosa sia !

Spiriti 

Ricordi

Sangue

Sacrificio

Odio

Merda (rido)

Dio

Mi rifiuto di dire Drone

Io 

Muro

Ok grazie per aver partecipato, il giochetto non ha nessun senso se non quello di voler provare a intervistare il tuo inconscio. A proposito, com’è la relazione con la tua parte sommersa? Chi comanda tra voi due? E chi tra voi due ha contribuito di più in “Re dei Re Minore”?

Questa è davvero una domanda interessante. Credo che negli ultimi anni il mio Re Dei Re sia sceso a patti con il Re Minore. Ci sono confronti che non si possono veramente risolvere, e stringere un accordo di tregua può essere l’unica soluzione plausibile, un pò come con il dolore. Ho sempre avuto un rapporto estremamente conflittuale con me stesso, che in parte si è rivelato anche un fattore costruttivo, ma non è stato sempre facile. Semplicemente a un certo punto il nodo si è sciolto e ho aperto un dialogo molto schietto con i miei lati più contorti, cosa che ha influito molto sulla stesura del disco, abbattendo blocchi, barriere autoimposte e binari che credevo sempiterni. Resta il fatto che ho sempre sonno, quindi non escludo che la mia parte sommersa detti legge quando credo di essere addormentato.

Non possiamo non parlare della situazione in cui siamo stati catapultati. Come hai vissuto il primo lockdown? Come ti sei adattato a questa nuova routine forzata? 

Il primo lockdown mi ha spinto nella condizione di molti spazzando via praticamente tutto: lavoro, risparmi, vita quotidiana, concerti e tutto ciò che su cui basavo le mie giornate. Ironia delle stelle che abbia coinciso con un momento familiare estremamente difficile, rendendo tutto quasi surreale e faticosissimo. Lì per lì del tutto vicino a un incubo. Detesto lamentarmi, e ho preferito cercare modi per darmi da fare prima possibile piuttosto che sedermi e aspettare non si sa cosa. La disoccupazione e la clausura mi hanno lasciato più tempo del solito da dedicare ai miei strumenti e alle altre passioni che ho, anche se quasi sempre tutto converge nel suonare. Appena la morsa si è allentata ho avuto la fortuna di essere invitato per una residenza artistica a tema #OneMinuteSoundtrack e di chiudere una manciata di date in giro. Forse il cosmo ha avuto misericordia, bilanciando questo anno formalmente di merda con alcune bellissime sorprese, facendomi incontrare nuove belle persone tra amicizie e vita privata e convincendomi a tagliare rami che non meritavano di essere salvati.

Come pensi che le band di Dio Drone ma anche tutte le altre band possano cadere in piedi dopo questa sospensione della musica dal vivo? 

Sono un fottutissimo emo, e credo sinceramente che la musica si salva sempre in qualche modo. Le ‘scene’ (detesto questa parola) musicali sono sempre sopravvissute a qualsiasi disagio storico e a tutte le repressioni sociali, e supereranno anche questo momento. Fatico ad accettare lamentele dai musicisti che magari non hanno potuto promuovere adeguatamente il proprio album nuovo, anche se li capisco dato che è successo anche a me. Ciò che mi preoccupa davvero semmai è il genocidio degli spazi, e le difficoltà economiche che i loro gestori stanno affrontando ancora adesso. Persone che hanno investito per adeguarsi alla situazione e che poi si sono visti trattare senza il minimo riguardo come se neppure esistessero socialmente. Ci sono associazioni che mangiano fondi comunali immeritatamente sciacallando su realtà artistiche più povere solo perché riconosciute a livello statale, mentre molti altri – quelli che per me diffondono cultura in modo onesto e genuino – si sono rivelati invisibili agli occhi della burocrazia, e sono costretti a sopravvivere grazie a raccolte fondi.

L’ultima domanda, cosa stai facendo in questo periodo? Aggiornaci un pò sulle iniziative tue e di Dio Drone. 

Dio Drone non si è mai fermata, a dispetto dei miei risparmi che rasentano i minimi storici! Recentemente ho fieramente co-prodotto l’ultimo lavoro di Passed, un artista e un amico con cui desideravo collaborare da un pezzo, e l’esordio del duo Unwilling Breath, oltre naturalmente al tradizionale Mixtape natalizio che ha visto la partecipazione di tanta bellissima gente (Iggor Cavalera, Paolo Bandera, Lorenzo Abattoir e molti altri). Quest’estate ho girato l’ultimo clip degli OvO, e ultimamente un video per Galera. Al momento sto collaborando alla produzione di altre persone che stimo: Skrei da Berlino, Andrew Liles (Current 93 / Nurse With Wound) & Maniac (Mayhem), Julinko e Pavor Nocturnus, che ha realizzato un concept album incredibile basato su Bosch. Per quanto riguarda i miei progetti invece sto lavorando all’ennesima idea malsana ispirata a una specie di ritorno alle radici, un dialogo con le cose semplici, una sorta di botta e risposta con boschi, alberi e foglie. Qualcosa di concettualmente simile alla Tower Session che ho pubblicato recentemente per Covismass, il festival streaming ospitato dallo SpazioBetti di Fermo. E quando ho tempo vado a trovare gli Hate & Merda nella loro sala prove per minacciarli di morte, dicono che stanno finalmente ultimando il loro nuovo disco.

Grazie a nome di Impatto per averci dedicato il tuo tempo per questa intervista, a presto!

Grazie a te, e a voi, per tutto!

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