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Interviste

L’architettura delle visioni: intervista ai Cernichov

In occasione dell’uscita di “The Mold Legacy” (qui la nostra recensione) abbiamo colto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere coi Cernichov.

Iniziamo con le presentazioni. Il vostro nome mi rimanda inevitabilmente all’architetto futurista Jakov Chernichov. Sono andata lontana? Come mai la scelta di un nome (e non solo il nome, se penso al brano УВБ-76) d’ispirazione russa?

Non sei per niente andata lontana, Cernichov è proprio una delle trasposizioni dal cirillico del cognome dell’architetto costruttivista sovietico (ho trovato anche Chernikhov, Černichov, Chernichov, ecc.). Anche se l’atmosfera che si respira nel primo disco è decisamente di ispirazione russa, la scelta di questo nome o del brano che citi non sono volutamente collegate o pianificate. УВБ-76 nasce da una intuizione di David di campionare il ronzio emesso da una misteriosa stazione radio che trasmette in Russia ininterrottamente lo stesso messaggio da una sessantina di anni, senza che si sappia da dove e il senso della trasmissione. La scelta di chiamarci Cernichov invece è semplicemente un tributo alle sue utopie e alle sue visioni.

Torno un attimo su Jakov Chernichov, il quale disse “Mi sono immerso nelle regioni più segrete di invenzione e immaginazione, e scoperto tesori sconosciuti di immagini mai viste”. Ascoltando i vostri pezzi sembra proprio che la musica faccia (ri)affiorare dei piccoli tesori, non sempre rassicuranti tuttavia, persi nelle profondità. Che rapporto avete con le immagini che popolano i vostri lavori?

Per ogni disco il lavoro sul concept è fondamentale, tutto è collegato, dal nome stesso del gruppo, alle tracce, alle atmosfere, alle immagini e alla grafica. Cerchiamo di curare ogni aspetto dell’album in modo che sia coerente con il messaggio che vogliamo lanciare – anche se è forse meglio parlare di semplici immagini/atmosfere/sensazioni – in modo che sia più chiaro e diretto. La cosa bella è che tutto questo processo creativo è molto naturale.

I due album, “Cernichov” e “The Mold Legacy”, sembrano porsi in sequenza narrativa nel modo seguente: dalla consapevolezza nei confronti del tracollo sociale, all’appropriazione degli spazi frutto del fallimento da parte di organismi sconosciuti e complessi quali le muffe, segno di qualcosa in qualche modo avariato. Vi ritrovate in questa chiave di lettura? Vi va di fornircene altre?

Crediamo che la sequenza narrativa che inevitabilmente lega i due album sia prettamente di carattere musicale; è innegabile che a livello compositivo “The Mold Legacy” segua “Cernichov”. Per quanto riguarda i concept, invece, diciamo che hanno molto in comune, ma viaggiano in parallelo. Parlano entrambi di due domini, quello che (parte del) l’umanità sognava di creare per il proprio radioso futuro e che nel giro degli ultimi 100 anni è miseramente fallito, e quello invece dei funghi, delle muffe, del quale sappiamo poco o niente, ma che ha un’estensione (sia geografica che temporale) che viaggia su una scala molto più ampia rispetto a quella secondo la quale gli esseri umani sono abituati a ragionare.

I vostri pezzi sono immersivi, complessi, ricchi di immagini dai forti contrasti in bianco e nero, spesso senza luce. Pensate che in un ipotetico live qualcosa rischia di andare perso? O anche guadagnato?

Considerato il periodo, ce ne fossero di opportunità per un live dove immergersi! L’esperienza live sicuramente offre un taglio differente, dove suono e visual si fondono in un’unica esperienza e non rimangono un richiamo uno dell’altro. Il live e’ una dimensione che permette di lavorare su differenti livelli di percezione sensoriale e la nostra musica ne puo’ trarre risvolti interessanti. David ha sempre performato dando grande attenzione all’impatto visuale, sicuramente questo ci può spingere a esplorare questa opportunità.

Una matrice politica, oltre che poetica, supporta ed arricchisce i vostri lavori. Qual è il vostro rapporto con una dimensione politica?

Sinceramente, non abbiamo mai pensato al nostro lavoro sotto un punto di vista politico, né abbiamo cercato volutamente di farcirlo con nostre idee di questo stampo. Ma è anche vero che siamo degli osservatori e quello che facciamo è concentrarci su alcuni aspetti e storie del mondo in cui viviamo, e questa è una azione che ha sempre e inevitabilmente dei risvolti politici. Possiamo dire che è un argomento complesso? Crediamo che ci vorrebbero ore e ore solo per sviscerarlo…

E con quella poetica?

Se per poetica intendi l’insieme delle espressioni e dei contenuti che creano la nostra “immagine artistica”, di sicuro è un aspetto a noi caro, ma semplicemente in termini di coerenza stilistica, come spiegato prima, quando si parlava del lavoro sul concept. Ogni lavoro è come un grosso calderone dentro al quale ci finiscono tutte le “cose” che in quel preciso momento ci elettrizzano o ci tormentano.

I vostri album sono vere e proprie ricerche letterarie e sonore, pieni di sfumature, ricchi di dettagli anche intimi. Quanto incide la formazione da scrittore di Marco Mazzucchelli?

Incide molto poco in realtà, che lui scriva o non scriva è irrilevante. Incide sicuramente di più la nostra formazione come lettori. Ad esempio, tra le tante, una fortissima fonte di ispirazione per “The Mold Lecagy” è stata proprio la “House on Ash Tree Lane” del romanzo “Casa di Foglie” di Mark Z. Danielewski. La descrizione di quella casa è terrificante, perché è chiaro che quello che succede al suo interno non può essere reale eppure, mentre leggi, ti ci senti catapultato dentro. Una vera esperienza “immersiva”.

Avendo una “doppia base”, italiana e belga, come viene gestito il momento creativo? Vi va di descriverci il momento di costruzione di un lavoro, nelle sue fasi anche critiche?

In realtà è tutto molto semplice. Realizziamo i pezzi come se fossero dei diamanti grezzi, ci lavoriamo sopra, li sgrezziamo, ce li mandiamo e rimandiamo finché per entrambi non sono pronti per la successiva e finale fase di mastering. È un processo nel quale sicuramente la tecnologia la fa da padroni, sia nel momento creativo che nel momento di comunicazione tra noi due. Suonerà banale ma, anche in questo caso, è tutto molto naturale, non ci sono fasi critiche.

Grazie per la disponibilità e per il tempo dedicato a Impatto Sonoro!

Grazie a voi, è stato molto interessante rispondere alla vostre domande e leggere la vostra recensione. A proposito, ci consigli con quale libro iniziare a leggere Gilles Clément? Sembra essere un personaggio decisamente interessante.

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