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Back In Time

“King Of Rock”, la sala del trono dei Run-D.M.C.

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Ci sono luoghi, cristallizzati in un passato che non tornerà nonostante noi lo si rievochi come in un rituale pagano, in cui le cose succedevano solo perché era il momento giusto, il posto perfetto ed era abitato da una quantità di personaggi che avevano dentro di sé la scintilla per rendere il futuro tangibile, quando ancora nessuno riusciva a vederlo, né a sentirlo arrivare.

New York era uno di questi siti mistici, come fosse una Stonehenge di vetro e cemento, sporca, violenta, difficile, incomprensibile e indecifrabile se non ci vivevi, il crocevia dell’Arte e della Musica come le conosciamo oggi. Giravi un angolo e trovavi Alan Vega e Martin Rev diretti al CBGB intenti a discutere su come avrebbero rovinato la serata a tutti, Thurston Moore e Kim Gordon ad un concerto dei Black Flag, tanto leggendario quanto incredibile, i Bad Brains stipati in uno studio raffazzonato che fanno partire il nastro e incidono il loro terremoto hardcore, i Public Image Ltd che istigano un pubblico irrequieto e non pronto a quello che saranno le performance un domani, tanto che quasi distruggeranno il locale sotto il ghigno sardonico di Lydon, che poco tempo prima era in uno studio con Afrika Bambaataa per portare il punk ad un altro livello d’esistenza. E poi c’era il rap, pronto a dispiegare le sue ali sul mondo e i suoi alfieri della prima ora, Grandmaster Flash and the Furious Five, Kurtis Blow, DJ Kool Herc, The Treacherous Three Funky Four Plus One, Bambaataa e la sua Zulu Nation. E poi c’erano loro: i Run-D.M.C.

Nel 1985 li trovavi in giro con un altro gruppetto di ragazzini, bianchi, i piccoli Yauch, Diamond, Horovitz e Rubin, a bighellonare tra Danceteria e Disco Fever, con Russell Simmons pronto a renderli più immensi di quel che già non fossero, anche se per il The Virgin Tour di Madonna costavano troppo e avrebbero finito per metterla in ombra e proprio Simmons decise proprio per i tre giovani virgulti di cui sopra. Le radio non erano ancora del tutto pronte a passare questo genere musicale in ascesa, ma loro s’imposero con tutto il loro peso, rendendo il genere così grande e ingombrante che nessuno avrebbe più potuto ignorarlo. Non più roba da club, seppur leggendari, ma una questione immensa. La gente smetteva di lavorare e li fermava per strada, giravano su BMW che fino ad un attimo prima si potevano permettere solo gli spacciatori, erano leggende viventi. Potevano permettersi di dire, in un disco di debutto “And you sucker MC, you just ain’t right” e far esplodere tutto e tutti.

Nel 1984 li trovavi in studio per registrare quello che sarebbe stato l’album della svolta, non solo del rap in sé e per sé, ma anche del rock, che già sbanfava dietro al pop, a succhiare dal seno di un linguaggio faceto, pronto ad essere fatto a pezzi dalle nuove ondate musicali in opposizione. Trovavi Joseph Simmons, detto Run, il reverendo, appoggiato ad un muro in attesa che una band rock finisse di registrare e sentendo quella chitarra entrargli in testa e dire a Larry Smith e al fratello Russell “Cazzo, la voglio in un nostro pezzo!”. A Run il rock forse non interessava nemmeno, ma eccoli lì, pronti a mettersi la corona, quella del rap? No. Quella del rock.

King Of Rock”, questo il nome del disco che Run, Darryl McDaniel, ossia D.M.C. e Jam Master Jay avrebbero spinto ben oltre i confini di casa propria, andando ad infestare quella altrui, entrando nell’Olimpo della Musica di rottura, che diverrà poi moda e normalità, ma che nel 1985 suonava come null’altro poteva suonare. Le drum machine stavano soppiantando gli strumenti, ma loro le chitarre le volevano, e assieme ai synth e ai turntable si prendevano tutto, piegavano lo spazio e il tempo, creando un universo completamente differente.

Mentre le batterie sequenziate spingono il mostro, la sei corde brucia King Of Rock e Jam-Master Jammin’, e i due Master of Ceremonies gonfiano il petto e sputano in faccia agli altri la loro immensità, qui imponendosi “I’m the king of rock, there is none higher / Sucker MC’s should call me sire”, facendoli inchinare tutti, e là guardandoli dritti in faccia sostenendo il loro essere chiacchieroni, You Talk Too Much (me l’immagino Morgan e Andy che la ascoltano mentre scrivono la loro Oggi hai parlato troppo), dal video super godibile, loro flemmatici, “You’re the worst when you converse, just a big mouth clown”, dall’aplomb infinito.

Domanda, Can You Rock It Like This, ebbene no, taglienti, ormai sicuri, smargiassi “Run-DMC, is the king of the swing / And if you mess with us, you’ll be a short liver”, boom, inutile mettercisi contro sarebbe un vero errore, lo sanno e lo sapranno tutti, ovunque, ti prendono per il bavero e devi essere cieco per non vederlo, dovresti metterti occhiali spessi come quelli di D.M.C., You’re Blind è un altro tumulto, un altro avvertimento, un altro porsi su un piedistallo più che meritato. Ma poi Slow And Low che non finisce in scaletta ma che i Beasties se ne appropriano? Una cover rap? Col benestare dei suoi Re? Se non è futuro questo.

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