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“Uncle Anesthesia”, gli Screaming Trees attraverso lo Specchio

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Mark Lanegan aveva imparato sin da adolescente a guardare il mondo attraverso il vetro di una bottiglia: era un dannato, un’anima persa, aveva una palude di fango nella gola e quando cantava sembrava che avesse il diavolo sopra le spalle. Lui, i fratelli Conner (Van al basso e il formidabile Gary Lee alla chitarra), e il batterista Mark Pickerel, formarono gli Screaming Trees intorno al 1985, e subito misero a ferro e fuoco i palchi delle contee dello Stato di Washington col loro  blend di garage, blues, psichedelia e hard rock: in tasca i santini dei Black Flag, dei Sonics e dei Cream, e appesi al sottoscala dove provavano, i poster dei Doors e dei Gun Club, dei quali tramandavano gli incubi e resuscitavano la follia. 

Coi primi dischi apparecchiarono la tavola per i gruppi della nascente scena grunge: per mille e passa motivi, alla fine agli Screaming Trees non rimasero che le briciole. Ebbero il loro quarto d’ora di celebrità  grazie a Cameron Crowe, che incluse Nearly Lost You nella colonna sonora del cult movie “Singles”: ma fu un battito di ciglia, un alito di vento, un lampo effimero. Vero è che sembravano dei montanari arrivati in città in gita premio, e addosso a loro le camice di flanella erano più una divisa da spaccalegna che da aspiranti rockstar, ma quando imbracciavano gli strumenti facevano mangiare la polvere a mezza Seattle.

Se ne accorse Greg Ginn della SST, che li arruolò in scuderia per tre dischi coi quali fecero ingolosire la Epic (“Buzz Factory“, sopratutto), la major che provò ad alzare la posta in gioco e per la quale, nel 1991, fecero uscire la loro odissea nel Paese Delle Meraviglie sotto forma di canzoni. Prodotto dallo specialista metal Terry Date, con l’aiuto di Chris Cornell dei Soungarden (peraltro ai cori in tre canzoni), “Uncle Anesthesia” partiva col passo marziale di Beyond This Horizon, un pezzo teso e convulso che subito introduceva il lirismo oscuro ed enigmatico di un Lanegan pericolosamente intento ad evocare ombre e fantasmi. Da corsa in auto coi finestrini  abbassati era Bed Of Roses, un provocante folk-rock elettrico col vento dei sixties fra i capelli: sembravano i Byrds in calore, e aveva un ottimo appeal radiofonico ma, come tutto il resto, finì inghiottito dal successo bruciante dei più o meno contemporanei “Nevermind” dei Nirvana e “Ten” dei Pearl Jam, senza contare che era da poco uscito “Facelift” degli Alice In Chains.

L’eco del power-punk riempiva di gloria l’accelerata Story Of Her Fate, mentre la seducente tromba da funerale di Disappearing svelava la fascinazione del Messico su Mark Lanegan. Come Johnny Cash e Jim Morrison, Lanegan stava diventanto la quintessenza della sua musica. Caught Between era il rumore del vento tra le rocce, e in Alice Said le staffilate di chitarra di Gary Lee Conner sfidavano i fantasmi. Before We Arise rimorchiava la voce di Chris Cornell per inseguire la notte, Time For Light era un blues da lupo mannaro che finiva con una folle corsa nel vuoto e Lay Your Head Down era una di quelle canzoni che i REM stavano ormai smettendo di scrivere.

In Closer, Mark Lanegan chiudeva l’album dicendo che l’inizio e la fine, in fondo, sono la stessa cosa. Come il paradiso e l’inferno, probabilmente. Almeno per quelli come lui.

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