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“Women As Lovers”, quando il pop arriva dall’inferno

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Ho visto Jamie Stewart dal vivo solo un paio di volte, nel 2013: la prima sotto lo pseudonimo di Sal Mineo, progetto che condivideva con Eugene Robinson di Oxbow e Bunuel, la seconda, nel giro di meno di un mese, in un posto minuscolo e imballato di gente, di spalla agli Swans, come Xiu Xiu, da solo. In ambedue i casi mi è parso che il losangelino indugiasse con lo sguardo verso un luogo che non prevedeva la nostra presenza. Non era assente, solo vedeva oltre.

All’epoca dell’uscita di “Women As Lovers”, gli Xiu Xiu avevano già licenziato qualche album, di cui almeno uno veramente bello (“The Air Force”) e ciò che Stewart si stava proponendo di fare era chiaro: il suo sguardo “ultra” (tradurre dal latino) vedeva le potenzialità del pop in un modo che a pochi altri, in quel momento, era venuto in mente. Pop, per Jamie, non significava passare per i grandi canali mainstream o scrivere ritornelli che la gente potesse ricordarsi, bensì tramutare un linguaggio easy listening in qualcosa di puramente artistico. La sua capacità di rendere patinato l’inferno è, ad oggi, unica, rendere l’odio una sfilata di moda organizzata in un sottoscala sordido con le pareti imbrattate di sangue e sperma qualcosa che in tanti avrebbero copiato, fallendo miseramente. È tutta una questione di visione.

Il sodalizio di Stewart e Caralee McElroy con Greg Saunier dei Deerhoof superava, idealmente, anche l’operato di questi ultimi, a loro volta tra i più grandi visionari a cavallo tra il secolo scorso e questo, capaci di trasformare formule collaudate un’altra volta ancora, mentre tutti si allineano, loro cercano di spostare l’asse (non sempre riuscendoci, va detto). A far compagnia Ches Smith, uno dell’inner circle di John Zorn, uno in grado di suonare la batteria nella maniera più scomposta possibile (come John Stainer ha, per dire, il viziaccio di piazzare il crash frontale ad un’altezza insensata e di riuscire comunque nell’intento di colpirlo senza problemi).

È una California decisamente oscura, quella che gravita attorno a Xiu Xiu, che sotto le luci della ribalta nasconde un mostro, latente, strisciante, orrendo, il modo più corretto di dipingere i tanto odiati (da Jamie) esseri umani, e le loro orripilanti esistenze. L’ansia mortificante che sbatte su Guantanamo Canto è piuttosto evidente, la melodia convive con il disastro, l’easy listening di cui sopra con la denuncia dell’immondo (“Red, white and blue, chocking on peace”, per sputare in faccia all’ipocrisia statunitense in faccia a ciò che accadeva nel famigerato campo di prigionia aperto da Bush jr., e poi mi dite che Trump è stato il peggior Presidente di tutti i tempi? Fatemi il piacere), sesso, violenza e follia si prendono per mano, la voce un caldo pugno in faccia, il rumore accompagna In Lust You Can Hear The Axe Fall, l’indie una maschera pulita che cela ferocia e morte, F.T.W., non solo un acronimo, ma un pensiero che va a fondo nella pozza della lordura.

Le disillusioni in lo-fi di Master Of The Bump fanno male, si piazzano nelle insicurezze spazzandole via, senza muscoli, annodate e snodate, le spugne che asciugano l’elettricità da Black Keyboard un afflato di acustica perdita, l’amaro calice di chi si sta per perdere nei meandri del mondo per non farvi più ritorno. Ed eccolo Smith, in tutta la sua irruenza, fare a pezzi You Are Pregnant, You Are Dead, per poi svanire nella rabbia a denti stretti di The Leash. E quanto rumore su Child At Arms (“Evil is with you all the time”) e sarcasmo feroce che scalfisce White Nerd (“Oh you could been more anti-yourself, so astoundingly unsilent”, beccatevi questo, Sheldon Cooper di tutto il mondo).

Ogni volta che sento qualcuno prodigarsi nel tentativo di coverizzare Under Pressure sogghigno, perché solo questa Under Pressure è più Under Pressure dell’originale, e quanto fa strano sentire Michael Gira in una cover dei Queen, diametralmente opposti, o forse perfetti proprio per questo, perché la band di May e Mercury era davvero una facciata illuminata al punto da nascondere qualcosa di tutto tranne che brillante, e Bowie è Stella Polare di Stewart, al punto che finirei, forse attirandomi il vostro livore (ma che cazzo me ne frega), l’unico, vero erede del Duca Bianco.

Torno a quel giorno di febbraio del 2013, dopo i Sal Mineo avevano demolito le orecchie di una quindicina di persone…un attimo, serve una digressione: ora piangete perché i concerti sono stati cancellati, ma all’epoca di andarci non ne avevate per la quale, se non siete ipocriti voi…Fine digressione. Dicevo, quella sera mi sono avvicinato a Jamie, seduto vicino al tavolo del merchandise, lo sguardo basso, non credo deluso dalla poca affluenza (che al massimo è servita per alimentare il suo “ODIO LA GENTE”) e gli ho allungato “Women As Lovers”, il mio preferito della sua creatura. Mi ha guardato, sempre un po’ in tralice, ma ha abbozzato un sorriso che a me è parso sincero. Uno svolazzo, un cuore e un “Thank You!” sul libretto, che vale più di tante altre cose.

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