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“Frizzle Fry”, un racconto che frigge nell’acido della vita quotidiana

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Questa è una storia che parla di storyteller e di come lo storytelling ha smesso di essere solo descrizione delle cose grandi della vita, o almeno, non solo. Prima Frank Zappa e i The Residents, poi Tom Waits e infine l’hip hop. Basta Guthrie, basta Dylan e Springsteen. Teniamoli vicino al cuore, ma la mente ha bisogno d’altro, la realtà è altro. Non c’è solo il visibile, o meglio, se si guarda meglio c’è tutto un altro mondo, strambo, allucinato, miserevole, fatto di personaggi assurdi e situazioni altrettanto assurde. Oppure c’è la normalità, e raccontarla non è semplice, come non è semplice non rompere il cazzo facendolo.

Questa è una storia che parla di tre storyteller. Uno di loro nel 1986 poteva diventare il bassista dei Metallica, ma leggenda vuole che gli dissero che era o “troppo funk” (Trujillo invece che è?) o “troppo bravo”, insomma, presero Jason Newsted (e io li ringrazio, perché sono un fan di Jason); al secondo, invece, non piacevano né i Red Hot Chili Peppers né i Jane’s Addiction e, se avete il leggendario “Seven Churches” degli altrettanto leggendari Possessed, lo troverete lì, alla chitarra; il terzo, e ultimo, è un bestione che fino a poco prima suonava ska, non so bene come, dato che a sentirlo suonare è un terremoto, ma, in fin dei conti, anche i Fishbone suonano ska.

Questa è una storia che per me inizia circa vent’anni or sono e che mi farà scoprire tutti quei signori di cui sopra, perché, beh, alla fine ognuno è figlio dei suoi tempi e, senza internet (lo diciamo tutti, lo diciamo sempre, ma perché è vero), alle cose si doveva arrivare sul campo, comprando qualcosa di “nuovo” per poi andare a ritroso, ricercando l’origine delle cose, sul campo. Per questo oggi non ho nessuna fiducia nella generazione “che verrà”, mi scuseranno i “progressisti” e gli ottimisti, e mi scuserò pure con me stesso, perché mi sono tramutato in mio padre, che vedeva nei miei ascolti “robaccia che rubava da quello che ascoltavo io”, con una sincera differenza: “In quel momento, la musica alternativa era una sorta di definizione ampia del termine alternativo. Era alternativo a ciò che era popolare al tempo.” Lo penso io ma a dirlo è uno di quei tre, quello troppo funk, lo dice ben prima che io scoprissi i Primus. Poi sentenzia: “Non lo era fintanto che molti dei nostri coetanei non sono diventati estremamente popolari tanto che l’alternative music è diventata pop music.” E ci mette una pietra sopra. D’altronde lui era, ed è ancora, l’Antipop, l’uomo che non puoi fermare.

Questa storia però si svolge quando quella musica era antagonista del mainstream, si infilava dove c’era bisogno s’infilasse, mischiava quello che non tutti avevano le palle di mischiare, ovvero James Hetfield e Larry Graham e Waits e Zappa e un’America fatta da perdenti che si credono vincenti per altri perdenti, che perdenti lo sono sul serio, e vivono vite normali, che normali non sono. È una storia di acidi che friggono nella testa di chi li assume ed è un trip che fatica a scendere, che fa perdere la voglia di scopare. È una storia di tre ragazzi stufi del Natale, delle Tradizioni, che sono la spina dorsale dell’ipocrisia a stelle e strisce, della musica, di tutto, e si accollano la missione di farle fuori, una volta per tutte. Ma è anche una storia che prende di mira il militarismo e i suoi cuccioli vestiti di verde, con il ferro caldo, pure un po’ troppo, perché siamo nel 1990 e in Iraq – che già non è climaticamente simile all’Islanda – la temperatura si è fatta troppo, troppo alta e ad agosto si bollirà. Letteralmente. È la storia di John, che prima di morire voleva fare non il Presidente, non il CEO di qualche rinomata azienda, non un campione della Major League, bensì il pescatore: è nella sua indole, nel suo DNA, e in quello del quasi-bassista dei Metallica, amante dei Funkadelic.

La storia continua con un uomo di quasi quarant’anni che si sveglia, l’innocenza alle spalle e si rende conto che il mondo fa schifo, che i cambiamenti climatici lo stanno distruggendo, che la plastica imbottisce i fiumi, i mari, gli oceani, gli animali muoiono sotto gli occhi indifferenti degli esseri umani e di come se ne sbattono, mangiando caramelle e cioccolata da Willy Wonka, comprando nuove biciclette, che tanto non sono cazzi loro. E invece sì che lo sono. È la storia di due amici che vivono in piena regola la vita di “qualsiasi” giovane americano del secolo scorso (chi ha detto Beavis e Butthead?), sul divano, per terra, canne che girano, THC che sale e scende, una TV sempre accesa, Stanlio e Ollio, Sergio Leone, uno dei due scrive su un block notes mentre sbava, perché non stanno comprando dei nuovi porno? È la storia di un gruppo di ragazzi che hanno ancora della droga in tasca e stanno per affrontare il weekend, e uno di loro decide di portarsi appresso un suo socio, Harold, a cui piace il crack, e decidono di andare a vedere un concerto di Schoolly D, e cazzo, ci sarei andato pure io a vederlo. Questa è la storia di tre tizi, uno è andato ad un concerto rap, uno suonava in una band thrash metal dal sapore satanello e un altro che saltellava skaskaska che però poi si sono cimentati nel rifare due dei pezzi più belli dei Residents. Tutto torna. Che sia questo il futuro?

Questa è una di quelle storie che non si raccontano più, e fa male, perché chi ha voglia di raccontare, quando parlano tutti degli affari propri, quando l’iperrealismo è una piaga, quando anche chi dovrebbe tacere ti sbatte in faccia storie di cui non frega una sega?

Meno male che non sono giovane nel 2021. Meno male che questa storia che si chiama “Frizzle Fry” è impressa su disco. Meno male, altrimenti non so che fine avrei fatto.

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