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“Marquee Moon”, del perché i Television sono ancora vivi e lottano in mezzo a noi

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Mi avessero chiesto di scegliere un altro luogo e un altro tempo in cui vivere, avrei avuto un margine di dubbio vicino allo zero: New York, decennio 1967 – 1977. Non avrei scelto un posto qualsiasi della Grande Mela: seppur sudicia, in un contesto malfamato e con il rischio di essere rapinato più volte in una settimana, la mia casa avrebbe dovuto trovarsi dalle parti di Washington Square. 

Nella seconda metà degli anni ’60 avrei virato verso ovest, direzione Greenwich Village: il Cafè Bizarre, la pittura di Andy Warhol, gli scritti di Kerouac e Cassady, le poesie di Ginsberg e Orlovsky, la musica dei Velvet Underground. Poi i settanta, con il punk dei New York Dolls, la disco che incede nelle neonate discoteche, gli happening a base di canzonette scaldacuore intonate dai Fleetwood Mac. Da inizio ’77, al contrario, dritti verso est.

Anche in questo caso, non un indirizzo qualsiasi: 315 di Bowery Street, sede del CBGB & OMFUG. E’ una specie di club, ci fanno musica dal vivo di qualsiasi genere. Il proprietario, Hillel Kristal, è un musicista che da qualche anno ha deciso di promuovere musica dal vivo, meglio se proveniente da giovani talenti. Potenzialmente li accoglie tutti, perché il nome del locale è l’acronimo di Country, Blue Grass, Blues & Other Music for Uplifting Gormandizers. Nei fatti, tuttavia, il CBGB è un tugurio di nemmeno 50 metri quadrati, dove servono alcol di pessima qualità e i cani di Hillel scorazzano liberamente, lasciando spesso e volentieri regalini maleodoranti.

Dicevamo, il 1977. Vorrei che qualcuno mi spiegasse quale tipo di sostanza girasse quell’anno a New York tra i musicisti. Considerando solo la città dei Knicks e solo quell’anno – quindi dimenticate in fretta i Queen di “News Of The World“, il Bowie di “Low“, i Kraftwerk e i Pink Floyd – in rapida sequenza escono “Rocket To Russia” dei Ramones, “Before And After Science” di Brian Eno (newyorker d’adozione), “Aja” degli Steely Dan, l’esordio omonimo dei Talking Heads e “Blank Generation” di Richard Hell.

Ecco, fermiamoci qui. Richard Meyers si fa chiamare Hell perché ricorderà per sempre quella volta in cui dalla Sanford School di Hockessin – nel Delaware – scappò in Alabama per bruciare un campo soltanto, per dirla alla Enzo Jannacci, per vedere l’effetto che fa. Insieme a lui quella volta c’era Thomas Miller, suo compagno di scuola e originario del New Jersey. I due si ritroveranno a fine anni ‘60 dalle parti del CBGB, scoprendo che in comune hanno la passione per la musica. 

Richard suona il basso, Thomas la chitarra: per non sentirsi da meno sceglie anche lui uno pseudonimo, Tom Verlaine, da amante dei poeti maledetti. La prima formazione di quella band, i Neon Boys, è completata da Billy Ficca alla batteria. Durano un paio d’anni,  suonando poco dal vivo e incidendo un paio di inediti. Nel ’74 avviene la prima svolta: a Richard viene affiancato Fred Smith, appena uscito dai Blondie, mentre un altro Richard, Lloyd, fa da seconda voce e seconda chitarra. Il gruppo cambia nome: chiusa l’esperienza dei Neon Boys inizia ufficialmente la storia dei Television

Hell si sente messo da parte, un leader come lui non può confondersi in mezzo ad altri quattro elementi, e così, dopo varie riflessioni, nella primavera del 1975 rompe gli indugi. Dalle parti del CBGB si viene a sapere che Jerry Nolan e Johnny Thunders hanno appena lasciato i NY Dolls. Hell ha giusto il tempo di chiamare Verlaine per dirgli che lascia il gruppo: sono appena nati gli Heartbreakers.

I Television in assetto definitivo vivono i loro primi anni in un turbinio cultural-musicale, dal momento che gli Stati Uniti d’America di quegli anni sono un vulcano sul punto di esplodere. Le classifiche di fine ’76 sono variegate ma dominate da musica ballabile, come quella di Elton John & Kiki Dee, dei The Four Seasons, dei Manhattans e di Walter Murphy con la sua The Big Apple Band. New York è l’epicentro della musica mondiale, prova ne sia il fatto che nella top ten di Billboard ci sono diversi richiami alla Grande Mela nei titoli delle canzoni, nei testi e persino nei nomi degli artisti.

Il movimento punk, dal canto suo, non è roba da classifica. Molti di loro fanno letteralmente fatica ad imbracciare uno strumento e chi canta non lo fa certo per imbonire la platea. Lo scopo degli straccioni è dare voce agli ultimi, urlare dolore, disagio e voglia di vivere senza essere giudicati dalla società dei benpensanti. Un po’ quel che una decina d’anni prima era il manifesto di Lou Reed e dei suoi Velvet Underground.

Tra i due fuochi, i Television di Tom Verlaine tendono decisamente al secondo. Nel locale di Kristal sono ospiti quasi fissi ma c’è qualcosa in loro che non è esattamente punk. Tom manifesta disagio, inquietudine e voglia di esplodere, su questo non c’è dubbio, tuttavia non è rabbioso, non urla come i suoi coevi. Più di tutto, a differenza della stragrande maggioranza dei chitarristi punk, tocca le sei corde come non si sentiva dai tempi di Jimi Hendrix. Non è paragonabile al profeta di Seattle in quanto a tecnica, ma ha uno stile tutto suo fatto di suoni puliti, riff lineari ma efficaci, dinamiche asciutte. In più è colto ma non ampolloso: i suoi testi non sono onirici o arzigogolati come imporrebbe, ad esempio, la tradizione prog, ma nemmeno pieni di parolacce come quelli dei brutti ceffi habitué del CBGB.

“Come potremmo mai rinchiudere questa musica in una sola espressione?” iniziano a chiedersi i vari critici musicali. Negli Stati Uniti si pensa bene di mutuare un termine che già da qualche mese campeggiava in alcune riviste punk britanniche: new wave, cioè nuova onda, qualcosa di contemporaneo e assimilabile al punk ma che punk non è. La benedizione, in un’intervista concessa a una rivista inglese, era già arrivata direttamente dalla viva voce di Malcolm McLaren, colui che prese appunti ai concerti dei NY Dolls e li fece leggere ai futuri Sex Pistols.

La grandezza dei Television e del loro primo disco “Marquee Moon” risiede in un elemento semplice, ma concesso a pochi eletti, cioè quello di aver visto oltre un genere appena nato. Il punk emetteva i suoi primi vagiti ma Verlaine e soci lo avevano già superato. Una precisazione è importante: “Marquee Moon” non è post punk. Quello è un genere nato dalle ceneri del punk, quando cioè si è capito che dal pentolone contenente chitarre sferraglianti e urla ossessionate non c’era più materiale innovativo da proporre. La new wave è un genere a parte, una locuzione spesso usata impropriamente come sinonimo di punk “morbido”. 

Per un fan del punk, la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di completamente inascoltato è chiara fin dalle prime battute di See No Evil, ma è con Venus che inizia inequivocabilmente a venire fuori la vena cantautorale di Verlaine. Se tre indizi fanno una prova, nelle parti di chitarra di Friction si capisce che la chitarra non subirà trattamenti distorsivi: tutto ciò che esce dagli amplificatori è il frutto del naturale lavoro di chi la suona.

Sul finire del lato A ecco il genio, il talento del fuoriclasse, qualcosa che non può essere racchiuso nella forma-canzone e che deve durare tutto il tempo necessario. I dieci minuti e mezzo abbondanti della title track sono una summa di tutto ciò che Verlaine si porta dentro e che è destinato a influenzare la musica dei successivi cinquant’anni. La suite è divisa in due parti, una cantata e una interamente strumentale, ma è lo stile, ancora una volta, a fare la differenza: funk-rock, prog, psichedelia, free jazz, tutto si mescola e assume connotati nuovi. Non un insieme di diversi generi, bensì un nuovo genere che nasce dalla perfetta fusione di quelli già esistenti.

Cambio di lato, si parte con Elevation, che ha un riff ripreso sei anni dopo dagli Spandau Ballet in True, un 45 giri in grado di oscurare quasi tutto il resto della carriera di Tony Hadley e soci. Guiding Light è invece il grande rimpianto… degli altri: sarebbe stato un pezzo perfetto per gli Stones di quel periodo. E poi Prove It, un omaggio (o una presa in giro, non l’ho mai capito) a Stand By Me di Ben E. King. La chiusura è malinconica e decadente con Torn Curtain.

Dopo “Marquee Moon” i Television fecero in tempo a incidere l’ottimo “Adventure” (1978), prima che Verlaine ne decretasse lo scioglimento per intraprendere una carriera solista composta da una decina di album, alcuni anche di buon livello. Il padiglione lunare, di contro, resta una storia a sé, un’opera unica, un punto di partenza per la musica del futuro.

Brian Eno, in una celeberrima intervista, disse che The Velvet Underground & Nico vendette in tutto duemila dischi. Un flop? Nemmeno per sogno: il giorno dopo esattamente duemila persone avevano comprato uno strumento e avevano fondato una band. 

Per “Marquee Moon” si può fare lo stesso discorso. Il disco fu snobbato in toto nel tumultuoso mercato americano, ma il produttore Andy Johns ebbe l’intuizione di portarlo in Europa. Fu così che, ad esempio, i Boomtown Rats iniziarono a sentirsi meno soli, seguiti a ruota dai redivivi Joy Division e dai giovani The Cure e U2, iniziando così un decennio – gli anni ’80 – all’insegna di ciò che ormai universalmente era diventata new wave con i suoi sotto-generi, new romantic su tutti. Più di una traccia di questo nuovo modo di intendere la musica arriva anche in Italia, nel periodo d’oro dei Diaframma e nei primi dischi dei Litfiba.

Ma l’importanza di “Marquee Moon” non finisce qui. Il cantato asettico ma mai distaccato di Tom Verlaine fu recuperato qualche anno più avanti, quando gli scozzesi Jesus And Mary Chain e gli irlandesi My Bloody Valentine – in modi diversi – diedero vita al movimento shoegaze.

E quando tutto sembrò essere a un passo dalla fine, ormai a fine anni ’90, ecco spuntare le revival band, ed è qui che si chiude il cerchio. Quelle sonorità tanto influenti, partite da New York in quel magico ’77, tornano a casa (qualcuno parla di nu-new wave), rivivono nella musica degli Interpol e dei The Strokes e si piazzano al centro dei nostri giorni. A proposito, chissà chi ci abita oggi nel mio appartamentino di Washington Square.

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