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Back In Time

“Frances The Mute”, ipervelocità immobile di un’eterna ascesi

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Il punk che diventa progressione. Il Texas crocevia del tutto, di culture, linguaggi e apertura (no? Già dimostrato dai Butthole Surfers e The Jesus Lizard). The Mars Volta, la porta verso tutto questo, e altro, ancora e ancora, in un universo di vette irraggiungibili dal quale si sarebbero allontanati, non prima di averci portati lì, a guardare quante possibilità ci sono quando i muri cadono, quando si smette di far parte di una gang oppure un’altra.

Macchine che sfrecciano sulle strade, persone spersonalizzate, prima di ora, delle mascherine, due sacchi rossi sulla testa, due persone che si osservano senza occhi. Quando le copertine erano importanti, volevano sottintendere qualcosa, significati senza significato, domande, dubbi, paure. Storm Thorgerson, d’altronde, sapeva come astrarre un gradino più in alto musica che già non aveva i piedi per terra, prima Hipgnosis (con l’altro Signore della Paura Peter Christopherson), qui StormStudios, una tempesta immobile, come immoti sono i suoi soggetti, cristallizzati nel tempo, c’è De Chirico che si affaccia allo specchio dei tempi, lo fa come lo faceva in vita e oltre, perché l’immortalità, quella vera, non necessità della presenza degli immortali. L’uomo nello specchio è più vivo del manichino che si riflette per trovare il ricordo di ciò che era, ed è.

Frances The Mute” è il lato oscuro (pun intended) di “De-Loused In The Comatorium”, si porta dietro il terrore della lontananza, lo riempie di tutto ciò che trova, muri di televisioni che sparano Bowie e Kurosawa a ripetizione, oscurità latente che diventa fusione a freddo, in volute atomiche su un cielo che guarda ad un mondo che va via via prendendo distanze con la realtà. The Mars Volta come outsider, pittori della Dimensione X. Umani non umani. Lettori e scrittori, avidi di riportare le visioni cui sono soggetti. Debilitano i produttori, li tirano giù dal letto di notte, hanno idee, tante, troppe, come farle stare in un album, un altro? Si può, lo fanno, loro possono, se ci provassimo noi: tragedia. Altri hanno tentato: tragedia. Loro? Lo sapete, cosa, loro. Difficile, adulto e maturo (non la stessa cosa, spesso), facile, libertino, anarchicamente irrigimentato, Occidente che si fa Sud del Mondo, com’è possibile? Chiedere a Santana in acido, “Abraxas”, chiedere a The Mars Volta, “Frances The Mute”.

(Photo by Martin Philbey/Redferns)

Linguaggi che si rincorrono, si scontrano e poi si fondono, sulle strade di El Paso, e prendono forma sulle vie del mondo, che Omar e Cedric hanno calcato da punk, prima, e ora da alfieri del passato vestito di tutto punto per il presente, e ora che scrivo di nuovo passato, che è andato, dove non si sa, ma è rimasto impresso su supporti che si suppone restino per sempre. Ancora immortalità. Inglese, latino, spagnolo, radici comunemente diverse, funzionano, eccole crearsi una nicchia, eccole esplodere, ecco L’via l’viaquez, le radici pestate col pestello di ugola e chitarre, salsa latineggiante, John Frusciante si presta e assola, sono questi gli anni in cui i mainstreamer continuano a uscire dal palazzo dorato per infilarsi nelle bettole, nei sotterranei dei palazzi diroccati, nel deserto e creano quello che alla corte del Re Pop non si può fare, che la sua consorte Regina MTV non sopporta, facendo decapitare quelli che considera menestrelli inadatti, peggio che giullari indegni. Ecco Flea, via il basso, che qui ci pensa Juan Alderete de la Pena (fino a un attimo prima intendo a heavymetallare con Paul Gilbert), ed eccolo con la tromba, magnifica, come la userebbe Morricone, come l’ha usata Ennio tante di quelle volte, anzi, e si imbatte nelle languide spire che lambiscono Miranda Ghost That Isn’t Holy Anymore, leggerezza e amore e assenza e sospensione, lacrimologia che trova corpo e casa, nel tabernacolo dell’infinito e The Widow, di disperazione vestita, Cedric: “Freeze without an answer, free from all the shame then I’ll hide, cuz I’ll never sleep alone…I’ll never sleep alone”.

Il cuore si sfonda, la vedova bianca che spettrale si aggira tra i brani, lunghi, suddivisi in tante parti quanto richiede il momento, come viaggi tra ermetico e visioni prolisse senza fine, ipotetica, voluta. Cassandra Gemini e i suoi figli, i movimenti, è un trip di Jodorowski, ma Alejandro non c’è, se non nelle teste dei due, perché al Magister Magus piacciono i Mastodon, è un fan sfegatato di Starship Troopers, quindi non fitta con l’espressionismo marsvoltiano, ma loro lo tributano, nelle parole, un fiume senza fine, che pare non avere senso alcuno ma che in realtà è descrittivo di un mondo interiore, e balla, Morrison moderno, Cedric, ma molto di più, Iggy Pop moderno, ancora di più, è se stesso, uno dei perfomer e cantanti più espressivi degli ultimi venticinque anni, almeno almeno, non importa se sotto tuona il rock più affilato di tutti, con gli assoli giganteschi e le batterie dritte e impazzite di Jon Theodore (Cedric si ritrova a battere il piede in sincrono con le sue ritmiche), pulsazioni che sradicano le casse, senza fiato, di corsa, galvanizzati dalle tastiere del fin troppo dimenticato Ikey Owens, prima acide, poi pianoforte, poi via, verso la Via Lattea, via, è lì che ci portano.

Il Cosmo, sì, eccolo, lo vedo, il Cosmo di Frances la Muta, che parla solo nella sua testa, e poi nella nostra, che fa accadere cose che prima potevano succedere e che oggi no, forse no, non più, o forse domani, chissà. Tanto già nel 2005 era domani, e non ha senso inserire un anno, perché l’atemporalità di certa musica è questa, questo fa, quello che tutti avremmo sempre voluto accadesse, e già era accaduto quando gli accordi di chitarra si sono fatti progressione. Sì, anche quelli punk. Uroboro, Eterno Ritorno che non torna più. Complicazione del rock. Complicazioni di un mondo sepolto che non muore mai. Almeno lui, che oggi viviamo nel bianco, freddo, pianeta di Flatlandia. A The Mars Volta non interessa. The Mars Volta è, l’ho detto, immortale.

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