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Back In Time

Gli individui qualunque di “Today’s Empires, Tomorrow’s Ashes” dei Propagandhi

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Propagandhi – Humanitarian Intervention Tour 2001”.

Così recitava quel poster, il mondo sullo sfondo di una bandiera americana lasciata lì ad invecchiare. Rimase in casa dei miei per alcuni anni, circa cinque, senza essere mai né incorniciato né tantomeno appeso. Prima lo deposi arrotolato dietro al divano letto azzurro, incastrato tra l’armadio che faceva da corazza al giaciglio e il molle, scomodissimo cuscino laterale. Poi lo trasferii nell’armadio dei giacconi invernali di mia sorella, appassionata di sci, attento però a non spiegazzarne i bordi. Rimase lì sino a quando non mi trasferii per andare ad abitare da solo, quasi dieci anni dopo il suo arrivo a casa mia. Lo recuperai al concerto al Deposito Bulk, il più impegnato centro sociale milanese dell’epoca, perchè quel settembre del 2002 vidi per la prima volta i Propagandhi dal vivo: era il tour di promozione del disco intitolato “Today’s Empires, Tomorrow’s Ashes”, era finita l’estate e ci si stava preparando un autunno piovosissimo che avrebbe portato ad abbondanti nevicate anche in pianura. Nevicò a Natale, per esempio.

Il disco in questione uscì però l’anno precedente a quel concerto. Era infatti il febbraio del 2001, quando il terzo disco dei Propagandhi vide la luce, e dopo cinque anni i tre di Winnipeg tornavano a pubblicare qualcosa di nuovo. A dire il vero, nel 1998 uscì “Where Quantity is Job”, quel dischetto arancione con un contadino in copertina, ma non era un vero e proprio album nuovo. Si trattava di un EP, uscito per G7 Welcoming Committee, etichetta fondata dal loro cantante Chris Hannah, che raggruppava registrazioni live, inediti e vecchie canzoni. Haile Does Hebron è una rivisitata versione della mitica Haile Selassie, up your ass! e vi si trovano divertenti siparietti live, ma il loro ultimo disco rimase per cinque, lunghissimi anni, “Less Talk, More Rock”, non prendiamoci in giro.

Per chi iniziò ad ascoltare punkrock a sedici anni, come me, i Propagandhi rappresentarono una linea spartiacque tra l’andare ai concerti, il divertirsi, il bere e il sentirsi alternativi e il leggere i testi che si stessero ascoltando, assimilandoli nella più quotidiana esistenza. E conoscere i loro due dischi, comprare il loro merch dai primissimi siti internet americani e tedeschi, citarli nei volantini, un inestimabile motivazione di vanto. Il fatto che non stessero pubblicando niente in quegli anni cruciali per tutti noi, era una mancanza incolmabile e l’arrivo di nuovo materiale veniva visto come, ormai, una necessità: si sapeva che stessero lavorando a del nuovo materiale anche perché tra il 1998 e il 2001 internet prese il sopravvento nei mezzi di comunicazione, e quindi ci si poteva tenere aggiornati quotidianamente su concerti, uscite e nuove bands.

Insomma, non vedevamo l’ora di mettere in pratica gli insegnamenti di “Less talk, more Rock” e “How to clean Everything” e, finalmente, arrivò un nuovo album dei Propagandhi. D’altronde furono loro ad insegnarci a morire di fame per qualcosa di più rispetto ad un adesivo appicciato su uno skateboard, no? “Where Quantity is Job” arrivò ad aprire un anno tra i più importanti e significativi per la storia mondiale e personale di molti di noi, che avevano militato o stavano ancora militando all’interno di collettivi, movimenti o centri sociali e che prendevano parte quotidianamente ad iniziative politiche, seppur ancora in giovanissima età. Era stato il quinquennio del cosiddetto Popolo di Seattle e dei movimenti No Global, ci si informava dappertutto e si leggevano pagine su pagine a riguardo: nei libri, nelle fanzine, sui giornali, nei volantini.

Mancava un disco dei Propagandhi, però, a suggellare quelle convinzioni. “Today’s Empires, Tomorrow’s Ashes” venne pubblicato all’inizio dell’anno in cui tutta la rabbia confluì, necessariamente, nelle strade, nelle piazze, nelle manifestazioni e nei concerti, perchè è di musica che stiamo parlando. Fu il loro modo per dirci “siamo con voi, lottiamo al vostro fianco, non sentitevi mai soli” e vennero quindi presi alla lettera, creduti in ogni loro parola e in ogni loro canzone. A Milano il Bulk fu un putiferio, una bolgia. Aprirono gli Happy Noise da Roma, gente del Forte Prenestino e nessuno capì più nulla, quando venne posizionato quel portaborraccia sull’asta del microfono centrale. I primi due dischi vennero così superati definitivamente, da “Today’s Empires, Tomorrow’s Ashes”. Innanzitutto, per quanto riguardò l’aggressività e la marcatezza del messaggio che i Propagandhi volessero lanciare.

Fuck the Border, Bullshit Politicians e Ladies’ Nite in Loserville, per esempio, non lasciano dubbi sulle situazioni che vanno a descrivere, così come la pesantezza e la velocità dei suoni che le accompagnano. Venne descritto da tutti, ragionevolmente, come un disco crossover, non ancora del tutto hardcore ma lontano dal punk rock melodico che aveva caratterizzato i lavori precedenti dei tre. Nel quale la politica veniva affrontata senza mezzi termini, senza l’ironia che potevamo riscontrare nei brani di denuncia storico-sociale che avevano riempito la loro produzione passata. Con ogni mezzo necessario, “Today’s Empires, Tomorrow’s Ashes” ci sprona a schierarci ancora su posizioni più radicali, come se fosse un comizio, come se fosse una votazione per alzata di mano. Ci parla delle colline del Saskatchewan allo stesso modo in cui condanna gli interventi militari americani in Iraq. Si scaglia contro le multinazionali senza fare prigionieri, così come racconta gli sfruttamenti perpetrati dalla Nestlè tramite le sue politiche di mercato.

Più di dieci anni dopo, tornai a rivedere i Propagandhi ancora a Milano, in un posto in via Tortona. Era il tour di “Failed States”, tre dischi dopo questo, di spalla c’erano War on Women e Shai Hulud. Non avevo ascoltato praticamente nulla dei lavori dopo il disco che sto raccontando, ma iniziarono con Fuck the Border. Fu un delirio, ancora più di quanto ci si potesse immaginare. Dedicarono ai primi due album un medley di circa dieci minuti ma non importava: “Today’s Empires, Tomorrow’s Ashes” era già diventato, da qual momento, il loro disco per me più importante. Ancora oggi, non so che fine abbia fatto il poster che portai a casa, come in trofeo, dal loro concerto al Bulk.

Come capita spesso, nell’ordinaria vita di tutti noi, credo di averlo smarrito durante qualche trasloco, oppure di averne commissionato la reclusione in soffitta a mia sorella. D’altronde, ordinary people do fucked up things when fucked up things become ordinary. Come traslocare.

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