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Interviste

Una chitarra irrefrenabile: Luca Worm debutta con “Now”

Foto: Luca Gelmi

Luca Worm è un musicista eclettico ed un chitarrista incredibile. La passione e l’abilità per questo strumento sono innegabili. Tanti i traguardi raggiunti: dal premio di “Best Guitarist of the Year” vinto al Tour Music Fest nel 2017 al coronamento del progetto Animatronic la superband che ha fondato insieme al batterista Luca Ferrari (Verdena) e il bassista Nico Atzori.

Nel momento in cui un artista è cosciente delle sue capacità tecniche ma vuole osare e tracciare nuovi sentieri sonori sfruttando a pieno il proprio talento agisce da solo puntando tutto sulla qualità.

Il 15 dicembre scorso è uscito “Now” il debutto solista di Luca Worm. Un album energico composto da dodici brani, sette strumentali, tempestati da un crossover di generi musicali, aldilà del rock ‘n‘ roll. Di questa nuova sfida ne abbiamo parlato direttamente con il chitarrista bergamasco che già con il disco “Rec” (La Tempesta Dischi, 2019) firmato Animatronic ci aveva convinto con la sua irrefrenabile chitarra.

Abbiamo scambiato qualche impressione direttamente con lui.

Siamo ancora in piena pandemia e molti tuoi colleghi hanno posticipato le uscite dei propri album e di conseguenza molti tour sono stati annullati. Come stai vivendo da musicista questa situazione precaria per il mondo della musica?

Ad ogni risveglio mi sembra un po’ di vivere l’alba di un giorno senza luce. Mi manca tanto l’adrenalina che si prova prima di salire sul palco. Coltivo le idee e mi tengo costantemente allenato sulla chitarra alla ricerca di una maggiore rotondità nell’esecuzione, in cerca di tutto ciò che è d’ispirazione per continuare a crescere.

Il titolo del tuo debutto solista è “Now” e a metà strada spunta la traccia Nowhere. Stai gridando al pubblico un preciso messaggio attraverso la tua musica?

“Now here” o “Now and nowhere”, decidi tu come interpretare l’universo: “Ora qui” oppure “Ora e da nessuna parte”. “Now” mi ha dato il coraggio incondizionato di pubblicare un lavoro dalle molteplici sfaccettature, quindi di “fregarmene” di qualsiasi legge di mercato. Il messaggio che vorrei arrivasse al pubblico è proprio quello di anticonformarsi ai modelli che ci vengono proposti, raccontando la realtà del proprio essere vestita degli abiti che ci piacciono.

Sono sorpresa. Dopo aver apprezzato il lavoro “Rec” a cura degli Animatronic – progetto di cui fai parte insieme al batterista Luca Ferrari (Verdena/Dunk) e Nico Atzori al basso – mi aspettavo un primo disco esclusivamente strumentale eppure con la tua voce hai travolto in positivo le mie prevedibili aspettative…

Mi ritengo un discreto cantante in quanto ho impiegato molto di più il tempo a lavorare come  strumentista. Tuttavia durante il mio percorso mi sono ritrovato con l’esigenza di scrivere i testi oltre che suonarli. Così in modo del tutto naturale sono nati anche dei brani cantati! Tra il 2015 e il 2018 mi esibivo da solo nei pub e nei bar accompagnato dalla mia chitarra acustica, forse è stata proprio quella gavetta a darmi il coraggio di cantare senza alcun timore.

In questa nuova esperienza non cammini solo. Al tuo fianco ci sono altri due musicisti Cristian Negrini al basso e Mauro Ferretti alla batteria. Come è nata questa collaborazione?

All’inizio del 2018 mi ritrovai nella camera in cui studio a comporre le tracce strumentali che poi avrebbero trovato asilo in “Now”. Ero da poco rientrato a casa dall’esperienza del Tour Music Fest a Roma, la band nella quale suonavo dal 2012 si era da poco sciolta e nello stesso periodo avevo cominciato a trovarmi con Luca e Nico per le jam che poi avrebbero consolidato, nei mesi a venire, il progetto Animatronic. Non sapevo cosa sarebbe accaduto dopo. Sentivo l’esigenza di creare un progetto tutto mio ed avere al mio fianco due compagni di viaggio con i quali arrangiare i brani che avevo scritto. Chiamai Mauro nel mese di marzo per parlargli del mio progetto, lui accettò subito e mi fece conoscere Cristian. Da allora cominciammo a trovarci costantemente in sala prove.

Foto: Luca Gelmi

In “Now” sembrano emergere anche spunti di interiorità e spiritualità. Pensi che per arrivare a toccare alcuni temi occorra per un musicista acquisire un’identità artistica definita?

No, non credo. Penso che per un artista sentire di avere un’identità artistica definita sia più uno stato interiore per pensare di sentirsi in pace con il resto del mondo. In realtà quell’identità potrebbe benissimo rimanere indefinita. L’imprevedibilità è sempre dietro l’angolo. Una volta abbattuto il muro che c’è tra l’artista e il pubblico il gioco è fatto, sarà poi il mondo a definire l’artista, non di certo lui ad autodefinirsi. I temi in questione saranno vincenti solo se esposti con la sincerità di una persona che li ha vissuti sulla sua pelle.

Il video del brano Radio Ouija diretto dal regista Stefano P. Testa è un omaggio al cinema horror degli anni ’80 incentrato sulla possessione demoniaca. Puoi raccontare qualche retroscena avvenuto durante le riprese?

Uno dei retroscena più belli, di cui possiedo anche un breve frammento video, riguarda la realizzazione del tutto casalinga di alcuni effetti speciali. Dal piano di riprese scritto da Stefano P. Testa, la scena n.6 dal titolo “Gli Spiriti” si componeva delle seguenti inquadrature: (1) Il vento spalanca la porta d’ingresso facendo entrare foglie morte; (2) Luca entra in stato catatonico mentre gli altri ridono e bevono; (3) Luca canta il ritornello da impossessato; (4) Il vento spegne le candele. L’inquadratura (1) fu realizzata preparando un bel mucchio di foglie morte all’esterno della porta, Michele gestiva la macchina del fumo che era posta sempre all’esterno e puntava verso la porta ed io mi ero preparato nel buio sotto le piante di kiwi con il soffiatore in mano. Al “via!” di Stefano dall’interno della cascina avremmo dovuto attivarci in simultanea io e Michele mentre un frangente dopo Polly e Laura all’interno avrebbero dovuto girarsi spaventate allo spalancarsi della porta. Facemmo molte take e alla fine l’effetto riuscì! Lo stesso per quanto riguarda le inquadrature (2), (3) e (4): dopo aver cantato il ritornello da impossessato,  al “Via!” di Stefano cadevo in stato catatonico, Michele spegneva le luci ed Ennio (un amico che non appare nelle riprese) azionava il soffiatore dal divano spegnendo le candele che stavano dietro di me. Un altro retroscena indimenticabile accadde durante le riprese della scena n.8 “Fuga nel bosco”, inquadratura (4) “Luca – demone sbuca dai rami e trascina Michele nell’ombra”. Ebbene fummo impossibilitati ad inoltrarci ulteriormente nel bosco a causa di strani versi di animali che provenivano dalla fitta vegetazione. Stefano si girò verso di me e mi disse: “Cosa è stato?!”, io risposi “Saranno sicuramente i cinghiali!” e allora lui disse “Meglio tornare indietro!”. Ci siamo divertiti un sacco!

Ho adorato il pezzo Cheers! Ha un ritornello strumentale che mi è entrato in testa. In questa occasione è lampante quanto la tecnica sia a servizio della melodia. Sei d’accordo?

Certo, sono molto d’accordo! Cheers! è uno dei pezzi più divertenti da eseguire. Non è eccessivamente complesso e mi strappa sempre un sorriso con quel ritornello ritmico e melodioso. La strofa è ispirata ai canti celtici medievali… dove la birra scorreva a fiumi! Appunto Cheers! 

Nel testo della canzone “Il piacere di vivere male” mi ha colpito il verso: L’unica cosa concessa agli umani è il piacere di vivere male. Provo a dare un’interpretazione: il mondo sta andando a rotoli e ognuno di noi deve trovare al più presto una propria dimensione per stare bene prima con il proprio io e poi anche con gli altri?

Il potere di certe canzoni è affascinante. Sono attuali anche se sono state scritte nel passato come in questo caso. Il pezzo nacque almeno tre anni fa e il testo narra in parte della mia adolescenza. Con il verso “tra boschi e muri a secco” prometto a me stesso di restare con i piedi per terra perchè non è detto che tutto ciò in cui si crede, un giorno si debba avverare. Bellissima anche la tua interpretazione, le si addice in tutto ed in un certo senso è vero: stare bene con il proprio io e poi anche con gli altri è un problema impresso nell’essere umano.

La copertina del tuo disco a cura di Michele Bonventre mi ha ricordato quella del progetto “Split Ep” dei Verdena & Iosonouncane che realizzò nel 2016 Paolo De Francesco. Sono entrambe psichedeliche, oniriche e colorate… cosa si cela dietro a questa sorta di mandala caleidoscopico?

Dietro la copertina di “Now” c’è il tempo, il disco fisico lo può testimoniare: sia sul retro che all’interno ci sono più immagini che riconducono ad un orologio. L’immagine frontale potrebbe far pensare alla vetrata colorata tipica delle chiese, quasi a voler dire che all’interno si cela qualcosa di sacro o profano. La rottura al centro del cerchio potrebbe essere il cancro del mondo che poco a poco tinge di nero la bellezza dei colori. Il cerchio stesso è il simbolo del tempo infinito… qui si spezza, qui diventa ora.

Qualche giorno fa ho letto un’intervista a Enrico Molteni – bassista dei Tre Allegri Ragazzi Morti e fondatore dell’ etichetta discografica indipendente La Tempesta Dischi – in cui gli domandavano cosa significasse essere indipendenti oggi. Considerando che l’album Rec a cura degli Animatronic uscì nel 2019 proprio sotto questa etichetta mi farebbe piacere sentire anche il tuo punto di vista da musicista e fruitore di musica.

Io, da musicista, mi sono ritrovato ad essere indipendente. Probabilmente proprio per il mio modo di pensare e di concepire la musica. Non avrei potuto essere altro. Suono ciò che amo, canto ciò che sono, pubblico ciò che penso.

Foto: Luca Gelmi

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