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“Transilvanian Hunger”, l’evoluzione alla rovescia dei Darkthrone

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Era Ottobre o Novembre del 1993 e mi trovavo a lavoro. Era il turno notturno e fu allora che si formarono nella mia testa il testo e le note del riff della title-track. Da quella giornata lavorativa particolarmente ispirata uscì l’idea di un unico pattern di batteria abbinato ad un concept volutamente minimale ed un’atmosfera estremamente drammatica.”

L’intero significato di “Transilvanian Hunger” sta tutto in questa corta ma efficace spiegazione di Fenriz che scrisse, suonò e registrò l’intero disco da solo lasciando a Nocturno Culto solamente il compito di mettere la sua voce sui vari brani. Il perché di questa scelta fu una diretta conseguenza alla situazione in cui versava la band sin dall’estate del 1992 quando Ivar “Zephirous” Enger mollò lasciando ai soli Gylve e Ted le redini del gruppo che di fatto rimase inattivo fino all’inverno del 1993, anno di registrazione di “Transilvanian Hunger“.

La volontà di fare un album volutamente monotono, con un approccio minimalista e senza compromesso alcuno diede piena libertà artistica a Fenriz che, armato di un solo quattro piste, concepì il tutto in quello che poi chiamerà Necrohell Studio, di fatto il suo appartamento. Il risultato è un disco unico e (volutamente) mai più ripetuto nella discografia dei Darkthrone, che di fatto codificò buona parte del black metal negli anni a venire. 

Il riffing, minimale ma più melodico e meno spigoloso che in passato e la batteria che non si schioda praticamente mai dal fare un blast-beat mai troppo veloce per quasi tutti i quaranta minuti di durata consegnano un lavoro più focalizzato sul versante emotivo che su quello aggressivo e non fanno che mettere in evidenza il vero fulcro del disco: i brani. Ciascuna delle otto canzoni infatti possiede una personalità ben distinta e si muove sui binari monotoni e spesso drammatici già cari a Varg Vikernes (che mette anche la firma su metà dei testi) senza mai cadere nella noia e ogni cambio di atmosfera o riff è studiato per mantenere sempre alta l’attenzione come in Graven tåkeheimens saler, micidiale connubio tra Bathory e Burzum o nella asfissiante As Flittermice As Satans Spys.

Dalla title-track di apertura fino all’ultimo brano non c’è mai una tregua (se non negli otto secondi di silenzio tra una traccia e l’altra) ed il fatto che ci vogliano la bellezza di ventiquattro minuti per poter incappare nel primo vero cambio ritmico, uno stacco black & roll in I en hall med flesk og mjød, la dice lunga su di un lavoro che passerà alla storia anche per questioni extra musicali.

Questo sarà infatti (almeno fino al ritorno in etichetta del 2006) l’ultimo disco dei Darkthrone per Peaceville, che mal digerirà le polemiche scatenatesi da quel “Norsk Arisk Black Metal” (che la stessa band anni dopo considererà come un errore di gioventù) stampato sul retro sulla prima stampa e che verrà successivamente rimosso.

Uscito nel 1994, anno della definitiva esplosione del black metal norvegese, Transilvanian Hunger” non è il disco storicamente più importante dei Darkthrone (quello è e rimarrà sempre “A Blaze In The Northern Sky”) ma il figlio ultimo di una evoluzione alla rovescia che porterà questo processo di demolizione di ogni stilema sonoro, visivo (la stessa copertina è una spettrale immagine a bassissima definizione) e concettuale ad elevarsi a forma d’arte.

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