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Melvins – Working With God

2021 - Ipecac Recordings
sludge / rock

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Tracklist

1. I Fuck Around
2. Negative No No
3. Bouncing Rick
4. Caddy Daddy
5. 1 Brian The Horse-Faced Goon
6. Brian The Horse-Faced Goon
7. Boy Mike
8. 1 Fuck You
9. Fuck You
10. The Great Good Place
11. Hot Fish
12. Hund
13. Goodnight Sweet Heart


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Working With God” is a damn good record. It’s the album bands like Green Day and Metallica wish they could put out if they only had the guts. Foo Fighters maybe but probably not. Once again, no guts…

E con questa frase i Melvins, anzi, pardon, i Melvins 1983 alzano il dito medio. Ancora un volta, e sempre, contro quell’establishment che è diventato il rock negli anni. Nello status quo non ci sono mai stati, mentre gli altri eccome, ma, d’altronde, chi di voi manderebbe a fanculo l’onorario di certi tour negli stadi? Beh, se voi non lo fareste, ai Melvins non è mai fregato un beneamato cazzo di niente. Avrebbero potuto? Beh, perché no? Hanno voluto? Domanda retorica.

Eccoli qua, di nuovo, e di nuovo con la formazione che battezzò “Tres Cabrones”, ed esattamente con la medesima fotta mostruosa di quel disco. Di qualsiasi dei loro dischi, pure quelli brutti (ce ne sono stati, eh). Dicevo: King Buzzo si erge, chitarra e microfono davanti alla faccia, sotto la matassa di capelli, Dale Crover col basso che sbatte sulla pancia e Mike Dillard a far tremare le pareti dello studio e le pelli della batteria, che mica suona e basta, lavora come “union machinist”, sui treni, però il tempo per fare merda coi suoi vecchi amici lo trova sempre.

L’album è il numero ventiquattro. Signori, v e n t i q u a t t r o. Più tutti i cazzo di EP, le collaborazioni e le amenità. Fateli voi. Vi sfido. E fatelo voi un disco bastardo come “Working With God”. Guardate la copertina: sembrano denti, e invece sono tornado. I tornado non mordono? Mordono sì, si portano via interi brandelli di terra, si portano via tutto. Lo fanno anche i Melvins 1983, altro che quelle tre banducole di cui sopra, troppo spaventate dalla loro fanbase, troppo chiuse nella loro comfort zone. Come dite? Anche i Melvins sono nella loro comfort zone? No, è tutta una questione semantica: questa è pura discomfort zone. Disagio esistenziale, sbruffone e strabordante.

Di nuovo le chitarre si fanno gigantesche, i ritmi sono possenti e radicali, il messaggio uno sputo dritto in faccia. Hanno il loro modo di portare rispetto verso il passato, il loro e quello altrui, e piegarlo al proprio mostruoso volere di macchine sludge puntate impietosamente dove non batte il sole. Sono cattivi, o così suonano, cattivi, come nessun altro mai. Anzi, guardate, parafraso un loro amico: “Cattivi come adesso non lo sono stati mai”. Circa. È vero, dai, ascoltate Hund e Bouncing Rick, che Dillard di treni se ne intenderà pure, e infatti queste locomotive r’n’r sporche sbuffano fumo e zolfo dritti dall’inferno, tossico come poco altro sul mercato (e voi ancora a trastullarvi con gli Idles, ma fatemi il piacere).

Sludge, dicevamo? Servitevi al self service delle chitarrazze roboanti di Negative No No che, come seghe circolari, sezionano il cemento facendolo schizzare in ogni direzione, una pioggia rovente che si fa fuoco oscuro che non si estingue mai ed eccoli di nuovo alla corte del Sabba Nero con le mefistofeliche Caddy Daddy e Hot Fish, due pestoni che fanno danni per milioni di milioni di dollari. Vi piacciono i Beach Boys? Anche ai Melvins: I Fuck Around vi demolirà, non smetterete di ridere per un secondo, ma nemmeno di ballarla come dei deficienti da soli per la stanza, coi pantaloni calati, sperando solo viviate da soli o con altri fan della band, altrimenti finire in ceppi è un attimo. Ma perché uscire dai Sixties quando possiamo goderci il dito medio alzato di cui sopra in 1 Fuck You? Con quel ritmo sbarazzino che solo i veri professionisti della maleducazione sono in grado di tirare fuori per insultare qualcuno.

Quindi, niente status quo, semmai potremmo parlare di (mi perdoneranno i latinisti) status quake. Once again, guts. Oh già.

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