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Back In Time

“At The Heart Of Winter”, ritorno al regno di Blashyrkh

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“Blashyrkh mighty ravendark!” quale blackster non riconoscerebbe questo grido? L’urlo di Abbath che si alzava imponente in conclusione di “Battle In The North” (1995). Anche io, ormai molti anni fa, conobbi questa band proprio ascoltando questo brano e ne rimasi affascinato: c’era tutto il pathos del black metal, ma con delle linee melodiche più particolari, affidate ad arpeggi e sonorità ancora poco usati nell’onda del True Norwegian Black Metal. 

Gli Immortal, piacciano o no ai puristi del genere, sono una delle band più rappresentative del movimento black metal e con opere come “Pure Holocaust” (1993) e il già sopracitato “Battle In The North”, hanno scritto pagine gloriose di questo genere. Ai loro grandi successi possiamo sicuramente aggiungere il loro “At The Hearth Of Winter” (1999), quinta fatica in studio della band norvegese. Orfani del cofondatore della band Demonaz, limitatosi al songwiriting a causa di seri problemi ai tendini delle braccia, la band rimane nelle robuste mani del carnascialesco fondatore Abbath, che registrerà quasi tutto l’album da solo, fatta eccezione per la batteria affidata al fedelissimo Horg

Fin dalle prime note ci si rende conto che abbiamo davanti un lavoro diverso dai precedenti: non ci sono più i suoni caustici degli esordi “Diabolical Fullmoon Mysticism” (1992) o “Pure Holocaust”, il polistrumentista e nuovo indiscusso leader della band macina una musica ricca di cambi ritmici, incursioni melodiche e sfuriate di stampo trash, mantenendo però quella linea algida che ha fatto degli Immortal la band che conosciamo. Sei tracce, quarantacinque minuti di gelo sferzante e tagliente che ci immerge nel modo mistico creato dalla band stessa: il glaciale mondo di Blashyrkh. Quest’album suona come una celebrazione di questo universo incantato e selvaggio.

Ogni brano scandisce e pennella al meglio un quadro intriso del misticismo tipico delle terre del nord. Solarfall e Tragedies Blows At Horizon, nella loro complessità esecutiva, ci mettono davanti ad un mondo dal sole tenue e calante: eterei arpeggi di chitarra, spezzano la frenesia del metal, e mostrano come solo una pallida luce aleggi nella terra di Blashyrkh. 

Gli Immortal, capitanati da Abbath, sembrano voler dar più spazio a linee melodiche inedite; ma che non si parli di tradimento della vecchia scuola norvegese, perché nonostante le novità, la band mantiene vivida la propria solidità artistica, senza fare passi indietro. Horg si distingue sempre in un fine lavoro di martello come in Withstand The Fall Of Time, traccia che si pone come incipit del nuovo sound proposto dalla band.

Where Dark And Light Don’t Differ, è forse la vera chicca dell’album insieme a At The Hearth Of Winter: taglienti riff di chitarra in puro stile Immortal, quasi un marchio di fabbrica, con un inaspettato assolo di Abbath che si destreggia ottimamente sulle sei corde. La band crea un qualcosa che suona più vicino al thrash metal, a dimostrazione delle grandi capacità di musicisti che sanno spingere al massimo anche muovendosi su linee musicali diverse, adatte a sorprendere i fan, sia nel bene che nel male, senza dover riproporre esclusivamente schemi del passato che, forse al quinto album, sarebbero potute risultare ripetitive e scontate. 

La title track si innalza maestosa come un inno vero e proprio alla magnificenza del mondo di Blashyrkh; il brano si apre sulle note di un synth, che può suonare come un’eresia se consideriamo il genere musicale, ma è l’ideale per creare l’atmosfera solenne e algida che la mente di Demonaz partorisce nei testi; ma è solo l’inizio: i suoni aulici vengono rimpiazzati da un riff di chitarra in stile heavy classico, furiosamente distorto, che insieme alla voce cavernosa di Abbath pennellano a meraviglia il mondo del possente corvo oscuro. Più delle altre, questa traccia diventa il manifesto del messaggio di ciò che gli Immortal sarebbero stati da quel momento in poi. 

L’album si conclude con l’imponente Years Of Silent Sorrow, altro ottimo brano che ribadisce quanto sia abile la band a proporre nuove linee melodiche restando fedele alla fiamma nera. Il carismatico frontman terrà banco per altri tre dischi di buona fattura targati Immortal, fino a che nel 2015 decide di lasciare la band per aspre divergenze con gli altri due membri.  

Il gruppo, nonostante varie vicissitudini, non si è mai fermato, così sostiene Demonaz che, risolti i suoi problemi di salute, nel 2018, torna al comando della nave, senza Abbath, dando alla luce “Northern Chaos Gods”. Una gran bella sorpresa, un vero e proprio sequel dell’avventura mistica targata Immortal: In questo ultimo disco, di cui già scrissi all’epoca, Demonaz ci porta di nuovo ad avvistare e osannare il potente corvo oscuro e, chi ha apprezzato in precedenza il loro lavoro, non può rinunciare a camminare di nuovo tra le montagne innevate e i ghiacci dell’incantata terra di Blashyrkh. 

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