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Irmão Victor – Cronópio?

2020 - Lepers Productions
folk / songwriting

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Tracklist

1. Balada miúda do Cronópio
2. Reflexões Navais
3. Senza far niente
4. Os Garçons
5. Canção para minha chaleira vermelha
6. Queliceradinhos
7. Marco Antônio Vs. Os Príncipes da Disney
8. Escondi uma baleia embaixo da cama (pra cantar enquanto tu dorme)
9. All I wanna do is sit down and cry (Home cover)
10. Tentativas Telepáticas com Anouk Aimée
11. Insônia & Rinite Alérgica
12. Desenhista
13. Passeando com a SAMU


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Irmão Victor è progetto in odor di musica brasiliana, a sentir cantate le sue liriche, giacché pure il suono non fa mistero di ambrature transoceaniche, almeno per noi abitanti del vecchio continente. Ma, soprattutto, è evidente l’accostamento dell’album a un famoso libro dello scrittore argentino Julio Cortázar, qui in veste d’ispiratore, dal titolo “Storie di cronopios e di famas”, che nell’edizione italiana è corredato dalla prefazione di Italo Calvino.

Si va oltre i 40 minuti di musica, suddivisa in 13 pezzi, che portano il titolo “Cronópio?”, album in realtà pubblicato nel 2018 solo su territorio verdeoro e riportato giustamente oggi a galla dalla barese Lepers Productions. Appare chiaro che dovremmo addentrarci nella visione cortazariana al fine di poter scorrere con maggiore grazia tra le composizioni del project Irmão Victor, che fa capo al lanciatissimo polistrumentista Marco Antônio Benvegnù, ma, partire dal discorso sonoro, sentendolo a pelle, è altresì un buon modo per accedere alle suggestioni in emersione presentate dal ricco “Cronópio?” e indagare nel mentre la domanda qui posta.

La tessitura delle canzoni si fregia del contrasto offerto da Cortázar: la vita è scandita dai tantissimi eventi regolari, e a questi se ne aggiungono altri strampalati saltati fuori da un pensiero minoritario e quindi non condivisi, almeno all’inizio, dalla maggioranza delle persone, ma che poi incredibilmente (o magicamente) vengono integrati nel pensiero comune, come per osmosi. Irmão Victor adopera un registro leggero, da musica leggera e pop, che volentieri si intreccia con la musica etnica brasiliana segnatamente gaucha, ossia della regione del Sud del Brasile, marcata da forti inflessioni jazz (si potrebbe anche pensare al “Transa” di Veloso) e foriera di aperture etno-indie-folk, nonché di musica per soundtrack.

Il discorso si dipana sognante, ben volentieri ci si culla nelle melodie create, ondeggiando tra le figure calme e tranquille del samba che sposano partiture pensate per una orchestrina jazz a cui si demanda talvolta una partecipazione più intensa. Musica pensata per contenuti surreali e tuttavia attaccati a una base reale, col risultato d’apparire fuori dal tempo e staccata da qualsiasi radicalità; invece, si richiama, quale principio vitale, la tradizione di temi passati e si evocano i luoghi dove è stata composta, capace com’è, tramite l’estro creativo, di ricondurre il miscuglio generato ai fondamenti di un lavoro che innesta perizia strumentale e coloriture naif, precisando l’insito senso di confusione, o di perdizione, non appena scoperta quella zona d’ombra, poi varcata, avvolgente l’ascolto e che ne chiarifica la bellezza, la virtù e la propria unicità.

Da molto lontano giunge una piccola melodia nostalgica, par la suoneria d’un telefonino, deputata a chiamarci a raccolta per l’ascolto, sono i 49” di Balada miúda do Cronópio. A seguire assorbiamo il candore indolente e pigro, disteso nella molle melodia e contrassegnato dal basso che respira a forza, mentre attorno ad esso girano i fiati, una chitarra classica e il piano, su cui danzano stravaganti cori. La tradizione carioca, sebbene l’artista sia di Porto Alegre, nel Sul do Brazil, e non di Rio, gestisce una quasi felliniana canzone: Reflexoes Navais.

L’aggancio con Senza far niente si risolve in uno schema simile al pezzo precedente, musica da orchestrina e rilassamento della sezione ritmica, assumendo sfumature oniriche vicine ai chiaroscuri Doorsiani di “Strange Days” o di “The Soft Parade”; il mood dondolato e jazzato in salsa brasiliana rilascia un bel bouquet di profumi e digradazioni. L’album è frutto di una transizione e viene abbozzato sin dal 2017, quando Marco Antônio conduceva vita itinerante tra varie città del Brasile (Porto Alegre, Florianópolis, Siderópolis), dove, grazie al supporto di amici lì residenti, ha potuto suonare e registrare le parti del suo lavoro.

Os Garçons si muove in forma gaucha e si pone in maniera transfrontaliera laddove le influenze inglobano e superano sentimenti della tradizione dei paesi confinanti (Argentina, Uruguay, Paraguay…), non rinunciando a qualcosa di tipico della canzone latinoamericana. Cançao para minha chaleira vermelha ribadisce lievi costruzioni pop edulcorate, includendo la narrazione classica mista a eventi vocali e sonori inusuali, i quali definiscono meglio lo stato creativo dell’autore.

Queliceradinhos richiama tanto la tradizione quanto una moderna chiave pop che soffia sulla lirica. Un sottile divertimento sale in superficie e il senso di musica Tropìcalia tinge di colori fermi e pacati la passeggiata umorale della song, fissandone maggiormente i tratteggi cari espressi lungo le altre canzoni. Marco Antonio Vs. Os Principés da Disney, appartiene a una visionarietà che si bagna di surrealismo zappiano, forse memore di Ruben and the Jets, ma anche di romantica poesia a cui fa eco il partecipativo accoramento che scandisce qualcosa di rinvenibile nei Beatles del “Magical Mistery Tour”.

Escondi uma baleia embaixo da cama (pra cantar enquanto tu dorme) evidenzia il campionario di strumenti e il loro uso morbido e cromatico, presentando una varietà di suggestioni imparentate col jazz e con una personalissima concezione musicale. Tentativas Telepaticas com Anouk Aimée, omaggio alla bellissima attrice francese del passato, mantiene le costanti espressive sinora udite e il gusto naif dell’esecuzione, il che caratterizza ancor meglio quella vena inconsueta di produrre malinconia e rilassamento, unita a un vago disorientamento sonoro.

Insonia & Rinite Alergica, avvalora il composto ottenuto proveniente da solidi costrutti tecnici, l’aria generale asseconda davvero l’arte del gioco che spira in quasi ogni composizione, affine a una frammentarietà di insieme ottimamente congiunta e senza forzature. Passeando com a SAMU, mi fa partire subito l’appiglio kriegeriano, già citato, dei Doors e anche con la musica californiana del mitico passato. In questo ultimo caso, penso che la maestria di Irmão Victor smetta di altalenare entro la visione onirica e si imponga all’attenzione essendo dotata di differente prospettiva, al fine di dare consistenza a un brano di ampia caratura, possibile fratello del Tim Buckley di “Blue Afternoon”.

Nonostante tutto, resto convinto che appena detto ciò le carte del mazzo si siano nuovamente rimestate col prossimo ascolto di questo fantastico album fuori dai canoni ‘legali’, ma non regali dell’ispirazione.

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