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“Magnified”, i Failure e un gioiello che il mondo non dovrebbe ignorare

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La storia del rock pullula di eroi dimenticati. Di artisti che avrebbero potuto cambiare per sempre (o quasi) le sorti della musica, se solo qualcuno si fosse accorto della loro esistenza. Di band di indubbia qualità che, per qualche oscuro motivo di difficile comprensione, finiscono per essere oscenamente snobbate. Ecco, in quest’ultima categoria io ci inserirei sicuramente gli sfortunatissimi Failure, gruppo californiano che attraversò la prima metà degli anni ’90 nell’indifferenza dei più. Tra i pochi ad accorgersi della creatura dei polistrumentisti Ken Andrews (anche cantante) e Greg Edwards vi fu però un certo Maynard James Keenan – cantante di Tool, A Perfect Circle e Puscifer – che neanche tanti anni fa ammise candidamente di aver rubato più di qualche idea ai due amici losangelini.

Se non altro, gli attestati di stima ricevuti nel corso del tempo da parte di Trent Reznor, Deftones, Cave In, Pelican, Melissa Auf Der Maur e Paramore sono serviti a riaccendere l’attenzione attorno a un progetto che, dopo un lunghissimo silenzio iniziato nel 1997, è inaspettatamente resuscitato nel 2014, regalandoci tra l’altro due lavori di ottimo livello (“The Heart Is A Monster” del 2015 e “In The Future Your Body Will Be The Furthest Thing From Your Mind” del 2018). Peccato solo non abbiano smosso le acque in maniera significativa: i Failure, oggi come ieri, continuano a essere un fenomeno di nicchia.

Questo nonostante tutte le belle intenzioni e le aspettative che nel 1994 li portarono a pubblicare un album come “Magnified”, un piccolo capolavoro post-grunge con tutte le carte in regola per sfondare in classifica. Naturalmente non lo fece e, come se non bastasse, ebbe l’enorme sfortuna di sbarcare sugli scaffali dei negozi di dischi nello stesso identico giorno in cui “The Downward Spiral” dei Nine Inch Nails e “Superunknown” dei Soundgarden – due “rivali”, se così possiamo chiamarli – vennero svelati al mondo.

La tremenda sfiga dei Failure – che il “fallimento” forse ce l’avevano scritto nel DNA, considerando la scelta del nome – non fu quindi conseguenza di errori, ma semplicemente di un tempismo straordinariamente sbagliato: chi mai avrebbe potuto competere con simili giganti? Non di certo una band ai primi passi, ancora alla ricerca di un’identità riconoscibile dopo l’esperienza considerata poco soddisfacente di “Comfort”, l’esordio dal sound scarno e asciutto prodotto da Steve Albini nel 1992. Per Andrews ed Edwards la collaborazione con il guru dell’alt rock fu deludente, ma valse anche da utile lezione: da lì in poi, lo studio si sarebbe trasformato nel loro regno personale.

Un luogo dove dar sfogo alla passione per il meraviglioso universo delle tecniche di registrazione e modellare, con la sapienza e il gusto di veri e propri professionisti, un suono potente ma ultra-definito nel quale l’aggressività tipica del grunge incontra la psichedelia, lo space rock, il progressive, il metal e persino il pop, per quanto in una forma decisamente acida e distorta. Ed è esattamente questo il suono dei cinquanta minuti di “Magnified”, un sophomore album incredibilmente maturo e variegato che, a distanza di quasi trent’anni dalla sua uscita, continua a sorprendere non solo per la qualità dei brani contenuti, ma anche – se non soprattutto – per l’impressionante prova di Ken Andrews e Greg Edwards dietro al banco del mixer.

Questo disco esce fuori dalle casse che è un piacere: le parti strumentali sono nitide, compatte e prive della benché minima ombra di sbavatura o imperfezione. Tutto ciò nonostante la presenza di fragorosi feedback e dissonanze dal sapore asprissimo, retaggio di influenze noise/post-hardcore (siamo in zona Helmet) che prendono il sopravvento nei momenti più heavy: l’abrasiva Let It Drip, col suo incedere ripetitivo e un po’ apatico; la martellante Wet Gravity, che si trascina pesantemente sulle note di un basso tellurico; la nirvaniana Magnified, tanto essenziale quanto incazzata; la cupissima Small Crimes, che avanza minacciosa e col passo lento per poi esplodere in un finale devastante, reso appena più leggero da una manciata di timide note di pianoforte.

Se all’epoca qualche dirigente della Slash Records avesse proposto ai Failure di registrare “Magnified” in presa diretta, probabilmente si sarebbe beccato un bel calcio nel sedere. L’album in questione è infatti un monumento al multitraccia, all’ingegneria del suono e all’impiego delle tecnologie più innovative e raffinate (per il 1994, almeno) come strumento capace di aggiungere profondità a canzoni già in partenza molto intense.

Contrazioni e dilatazioni per la creazione di spazi pieni o vuoti; alternanza tra volumi bassi e alti per dar slancio ai pezzi; strati su strati di sovraincisioni con arpeggi atmosferici, accordi articolati e riff granitici; ricercatezza nell’effettistica e un uso prodigioso del layering delle chitarre: sono le dinamiche a rendere così coinvolgenti Moth, Frogs, Bernie, Wonderful Life e Undone, classici mancati che, nella loro limpida dirompenza, sembrano non essere invecchiati di un giorno.

Un disco può essere meraviglioso anche se suona come un citofono rotto, e su questo non ci sono dubbi. Per alcuni, anzi, uno sforzo eccessivo nelle diverse fasi della produzione è da considerarsi alla stregua di un pretenzioso artificio, utile più che altro a gonfiare brani poveri di idee; quasi si volesse provare a renderli migliori di quel che sono. Sicuramente questo non è il caso di “Magnified”, dove invece la tecnologia viene sfruttata per dar maggior risalto alla creatività e – esempio più unico che raro – aggiungere espressività a tracce in cui ogni impercettibile sfumatura sonora conta. Un lavoro di cuore, perfezionismo e alta fedeltà che proseguì nel successivo “Fantastic Planet”, con risultati persino migliori. 

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