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The Jesus Lizard e “Goat”: un incendio che non si placherà mai

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Dimenticatevi per un attimo la copertina gigantesca qui sopra e interrogatevi: cosa immaginate quando pensate alla parola goat? Non fate subito gli eruditi musicofili e dite la verità, pensate a Messi, al suo essere GOAT, sì? Ora potete fare i sapienti in termini musicali e rispondermi Night Goat dei Melvins, il misterioso collettivo svedese, oppure a Goat Boy di Bill Hicks, sìsì, dai. E alla fine? Alla fine il secondo album dei The Jesus Lizard, vero? Ok, così vi voglio, schietti ed onesti.

Non è l’album con cui scoprii, ormai quasi vent’anni or sono, l’universo noise rock e tutto ciò che di collaterale c’è a Yow, Denison, Sims e McNeilly, no, quello è “Liar”, ed è da sempre il mio preferito, quello che metto su quando mi girano i coglioni (sempre) o anche quando non lo fanno (va da sé, mai). Ma “Goat” è “Goat”, è il disco importante per il quartetto cui il Texas diede i natali e che Chicago accolse in seno alle millemila cose che vi succedevano, tra gruppi d’improvvisazione jazz, i Tortoise, che a quei live mostruosi si fecero le ossa creando quel che sappiamo hanno creato e poi, diamine eccoli, i Lizard, i mostri, quelli che Cobain amò, ognuno nato in un suo bell’angolino d’America, ognuno coi suoi bei cazzi di ascolti, un Beatles freak qua, le cui orecchie fischiarono per giorni dopo un concerto dei Led Zeppelin, un fissato col prog di là, tra Amon Düül II, Genesis e King Crimson, un altro che nel jazz ha fatto la tana, ma tutti con un comune l’anima punk, quella marcia e schifosa statunitense. Si sente in “Pure”, si sente in “Head” ma, Giove mi fulmini (giusto per dirne uno a cazzo) se non si sente in “Goat”, assieme a tutte quelle altre cose.

Gli Scratch Acid sono lontani, e ora il gruppo è questo qua, quello che distruggerà tutte le barriere, di cui tutti i matti parlano bene, che ci abbiano diviso il palco o no, e col cazzo non l’han fatto (da Joe Lally a David Pajo, da Joe Barresi a chicchessia), con “Goat” i Jesus Lizard si prendono la scena, del tutto, lo fanno a colpi bassi, sempre più bassi, e corrono sull’acqua, come la lucertola da cui prendono il nome, ah, sì. Steve Albini è il gran cerimoniere di quanto accade, e in studio Yow è sempre infastidito e innamorato di quel che ne avviene, un’insoddisfazione finale per un lavoro di ricerca continua, di parole e suoni, di storie e badilate dritte in volto.

È il primo di tanti dischi che il gruppo scriverà da vera band, un gruppo di persone adulte, perché il quartetto nel 1991 si aggira tutto sui trentun anni circa, alla faccia che le band sono cose da ragazzini perché da adulti non ce la fai più a condividere le cose davvero (la boiata l’ha sparata un certo leader di una certa band alternativa italiana che scrisse Sui giovani d’oggi ci scatarro su in un programma che parla di politica, e vedi che forse dovrebbe parlare solo di quello?), perché qui l’oro lo han trovato ben oltre la pubertà, ed è oro insanguinato.

Ogni brano di “Goat” è un universo, un racconto stralunato e psicolabile, gronda e trasuda e bolle nell’olio del rumore cesellato e scalpellato e incendiato. Se passate dalle parti di Karpis sentirete raccontare di quel tizio che a Leavenworth insegnò a Charlie Manson a strimpellare la chitarra (Charles finirà, assieme ad Hitler, disegnati in lacrime su un paio di locandine di un paio di concerti dei Lizard con la Jon Spencer Blues Explosion, piango pure io, per non avere 60 anni e non esserci stato), con un mix terrificante, se lo si mette a confronto a Then Comes Dudley, con Denison a scrivere la parte di chitarra pensando a quel fiume in piena che è Great Expectation di Miles Davis, e quell’urlo animalesco in mezzo alla sinuosa scimmiata Monkey Trick, sbraitato da Santiago Durango, aka il marcissimo compagnuccio di scorribande di Albini nei Big Black. Largo al vomito fuori dalla nave di Seasick, Yow disperatissimo, chi l’ha visto dal vivo non faticherà ad immaginarlo mentre sbocca, e potrebbe farlo pure sull’ottovolante Rodeo In Juliet. Volete ridere? A sentire Sims South Mouth è lì solo per far superare al disco la mezz’ora. Capito? Un pezzone? Ma sì, roba da un cazzo di dollaro. A tal proposito, 9000$ per questo disco, ri-capite? Ed è sempre Sims a donare all’album questa copertina sporcacciona, eroticona, sensuale e bruciante (con ringraziamento a James Crump sbattuto sul retro dell’album per i consigli, l’aiuto e via dicendo). Che delizia.

Allora, vedete che “Goat” non è solo ciò che in fondo significa dalle parti della musica? Greatest Of All Time, sì, è proprio questo. E questo sono i Jesus Lizard.

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