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Fire! – Defeat

2021 - Rune Grammofon
jazz

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Tracklist

1. A Random Belt. Rats You Out.
2. Each Millimeter Of The Toad, Part 1
3. Each Millimeter Of The Toad, Part 2
4. Defeat (Only Further Apart)
5. Alien (To My Feet)


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Si scrive jazz d’avanguardia si legge – tra gli altri – Mats Gustafsson. Solo lui, qui? No, non c’è un solo nome sulla riga, dopo la virgola ecco Andreas Werliin e Johan Berthling, e se bazzicate da queste parti da un po’ conoscete bene la nostra infatuazione per i Fire!, qui non Orchestra come lo scorso anno, ma tornati alla formazione di base, pur non soli (quando mai?).

Due anni fa si picchiava duro, durissimo, da queste parti con un “The Hands” che era materia doom tutto tranne che malleabile, impressa in un blocco di cemento su cui è stata gettata un’intera latta di vernice nera come la notte. A guardare la copertina di “Defeat”, nonché il titolo, ci si sarebbe aspettati, che so, un altro tuffo a bomba in un mare di ferraglia che ferisce, magari noisezza a palate [semicit.], oscurità a tutto spiano, ma mai lasciarsi trarre in inganno dalla superficie e, come ben sappiamo, gli album dei Fire! sono come i fiocchi di neve: due uguali non ce ne sono.

Il ritmo è sostenuto, l’interplay intenso, il senso del trio per la materia krauta è intatto, anzi, forse pure portato alle estreme conseguenze chiamando in causa sonorità perfette per un dancefloor degli stramboidi. Mats, da buon mastro di fiati, spicca su tutto e lo fa (anche) al flauto, dandogli parecchio spazio, ed è proprio questo strumento a mettere in movimento tutta una serie di cose: lambicca e funkeggia sul saltellio ritmico di A Random Belt. Rats You Out., che per gli standard della combriccola è sculettante bomba jazzona che fa andare su e giù per le pareti della stanza. Se, invece, la prima parte Each Millimeter Of The Toad è kosmiche terrestre (ossimoro voluto), sulla seconda gli ottoni si scatenano e in una marcia NOLiAna (di New Orleans) da Mardì Gras, sax baritono, trombone (Mats Äleklint) e tromba (Goran Kajfes) fanno detonare le cariche della festa. Restiamo in terra di voodoo perché il ritmo tribale imbastito da Werliin su Defeat (Only Further Apart) è evocazione antica, fanno sponda fiati e il basso slamma gatto sornione, con assolo di tromba molto più a sud degli States.

La voglia di movimento, rapida com’è arrivata, rapida se n’è andata, perché a chiudere il sipario ci sono i quasi dieci minuti dell’oscura Alien (To My Feet), un crescendo d’inquietudini in forma libera che tiene a bada il Ballo di San Vito che finora ha infestato il disco, buttandolo fuori da un cono di luce finora sfavillante. Forse non il massimo, come chiusura, ma al marchio di fabbrica non si può voltare le spalle, e allora bene così.

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