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“Symbolic”, l’irraggiungibile vetta sulla montagna cristallina di Chuck

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Il 13 dicembre 2021 saranno esattamente vent’anni dalla scomparsa di Chuck Schuldiner, che in soli trentaquattro anni di vita e quindici di carriera ha creato, ricostruito e portato il metal estremo a vette difficilmente ripetibili. Un percorso personale ed artistico che non ha visto passi falsi ma solo pietre miliari, in un’evoluzione musicale costante che si è prematuramente fermata proprio al giro di boa, quando Chuck aveva iniziato ad abbracciare il metal a tutto tondo, abbandonando di fatto il genere che porta il nome della sua band. Genere che lui stesso elevò a stato dell’arte nel 1995 con “Symbolic“.

Possiamo stare qua a discutere inutilmente per giorni su quale sia il miglior lavoro dei Death ma è innegabile che “Symbolic” sia il congedo di Schuldiner al death metal. Originariamente concepito come canto del cigno, il disco è un commiato che ci trasporta per cinquanta minuti nel genio di un artista che ha riversato in questi solchi tutto sé stesso, sia musicalmente che a livello lirico.

Chuck con la scelta di inoculare la sua musica di una grandissima emotività attraverso un uso della melodia che non si era visto nei precedenti due dischi così pregni di tecnica, aggressività, ed eleganza, (“Human” e “Individual Thought Patterns“), crea quello che è il disco più umano, tragico, triste e toccante della sua carriera. “Symbolic“, spesso (ed ingiustamente) all’ombra del suo ingombrante successore rimane una delle vette assolute della musica rock moderna, un esempio di perfezione stilistica senza tempo.

Grazie anche ad una produzione che suona tutt’oggi incredibile per definizione e potenza, ogni brano è una piccola sinfonia di momenti memorabili che vive di vita propria, in cui intuizioni armoniche al limite della musica classica (tutta la commovente parte centrale del capolavoro “Without Judgement”), pesantezze inaudite (la title track) e angolarità jazz (“Zero Tolerance”) sono maneggiate con una bravura tecnica talmente elevata che niente risulta mai troppo ostico. La stessa scelta di una line up che, ad esclusione del bassista Kelly Conlon (subentrante all’indisponibile Steve Di Giorgio) e Gene Hoglan vede alla seconda chitarra Bobby Koeble, sconosciuto alla scena metal e dal background jazz-fusion, dona uno spettro musicale ancora più ampio.

Alcuni all’epoca accuseranno (stupidamente) i Death si essersi commercializzati, senza rendersi conto che sarà proprio la capacità di scrivere brani con strutture più snelle senza perdere un minimo in violenza, tecnica ed originalità a rendere “Symbolic” immortale. Brani come Crystal Mountain e Sacred Serenity sono quanto di più vicino alla forma-canzone classica Chuck abbia mai scritto e confermano l’iniziale idea di inserire clean vocals poi abbandonata per questioni pratiche. Idea comunque ripresa qualche anno dopo per il progetto Control Denied.

Symbolic si consegna alla storia come un patrimonio musicale preziosissimo che veste la sua aggressività intrinseca con una delicatezza ed un’eleganza rara, rendendo il giusto tributo all’immortalità artistica di un musicista la cui mancanza continuerà ad avere quel sapore amaro e triste, per sempre.

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