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Floating Points, Pharoah Sanders & The London Symphony Orchestra – Promises

2021 - Luaka Bop
sperimentale / minimal jazz

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Tracklist

1. Movement 1
2. Movement 2
3. Movement 3
4. Movement 4
5. Movement 5
6. Movement 6
7. Movement 7
8. Movement 8
9. Movement 9


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È uscito per Luaka Bop “Promises”, piccola magia che vede la collaborazione, non esattamente nuova, tra il musicista elettronico Floating Points (Sam Shepherd) e il sassofonista Pharoah Sanders e The London Symphony Orchestra. I primi embrioni di questa collaborazione risalgono a più di mezzo decennio fa. Nel 2015, Sanders, allora sulla settantina, era in un’auto a noleggio quando ha ascoltato l’album di debutto di Floating Points, “Elaenia”. Impressionato, ha fatto amicizia con il giovane compositore elettronico; si incontravano a pranzo e parlavano di jazz, e alla fine Sanders ha proposto di creare un album insieme. 

“Promises”, il primo album di Sanders in oltre dieci anni, è stato registrato principalmente a Los Angeles durante l’estate del 2019, con parti orchestrali della The London Symphony Orchestra registrate durante la pandemia un anno dopo. Basterebbero questi nomi e questa storia per chiudere qui la recensione, raccomandando caldamente l’ascolto perché è un album fighissimo che merita. Ma “Promises” invita alla meditazione, chiede di guardarsi dentro e di guardargli dentro.

L’album è costruito su un arpeggio di sette note ripetuto per tutti e nove i movimenti ad intervalli regolari, come un mantra razionalizzato e dilazionato nel tempo. Un arpeggio uguale ad un altro arpeggio, uguale ad un altro. Una progressione minimalista che, ponendosi in dialogo con le riflessioni al sassofono di Sanders e con gli archi di The London Symphony Orchestra, assume forme diverse. Perché esistono ripetizioni che sono forme di cambiamento nel corso del tempo. È proprio grazie a quei frammenti ripetuti che l’intera struttura si regge, pur consentendo ai singoli elementi che gravitano intorno, dentro o accanto una propria individualità. È un gioco di incastri tra strutture semplici stabili e elementi complessi dinamici. Il sax di Sanders è intimo, malinconico, triste. La tristezza mai patetica e distaccata che si prova di fronte alla condizione esistenziale. È una tristezza umana. Le note sono centellinate, non c’è traccia di banalità né di superfluo. Persino i silenzi si pongono in dialogo con quanto detto e suonato, quei silenzi che esprimono attese, intenzioni, concetti. E se fosse nella pausa e non nel suono il significato del messaggio? 

In Movement 3, quando entrano gli archi, prima morbidi, poi più striduli, Sanders modifica il suo modo di suonare per incontrare il loro registro, e il pezzo diventa più spaziale. Il mantra razionale. Gli archi. Le linee di Sanders. I sottili droni del sintetizzatore di Shepherd. Tutto crea un piccolo pianeta sospeso, in orbita. E poi, mentre Movement 3 cede delicatamente il passo a Movement 4, Sanders mette da parte il sax e comincia a vocalizzare senza parole, offrendo piccoli respiri di sillabe. L’effetto della sua voce nuda è disarmante, intimo e commovente. 

In Movement 5 Sanders suona con più intensità, un assolo di violoncello segue in Movement 6, mentre gli elementi sinfonici conquistano il campo. In Movement 8 Shepherd ripiega in pezzi di trilli d’organo a là Alice Coltrane, e infine in Movement 9, dopo un assolo di violino, l’orchestra si agita e trema brevemente in un acuto ma breve climax. E “Promises” se ne va, tornando al silenzio.

È abbastanza evidente che “Promises”, per Sanders, è un capolavoro di fine carriera, un discorso complesso ma scevro da orpelli inutili, come quelli che si fanno quando si giunge alla fine di un cammino. La dimensione ambientale contemporanea permette a “Promises” una certa fluidità tra i vari generi, un difficile ingabbiamento nelle etichette che penalizzerebbe quarantasei minuti di complessa bellezza. 

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