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“Dig Your Own Hole” e il mondo che cambiò negli anni Novanta

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Che ci riflettiate o meno, gli anni novanta sono stati degli anni di grande sviluppo culturale, sociale e in questo caso anche musicale. Gli anni dei rave, della dance music, dove i gruppi grunge piano piano stavano sfumando, lasciando il posto a questo genere e alla musica industrial. Bisogna premettere che la musica dance inizialmente era accessibile a tutti a livello compositivo, chiunque poteva dire la sua, creando per certi versi un movimento mediatico a libera espressione. Era difficile però trovare il proprio posto nel mercato discografico, bisognava accontentarsi dei live nelle location di periferia, o per chi era più fortunato  anche nelle grandi città. Questa musica, proprio come l’hip hop prima, unisce una vasta gamma di diversi generi musicali e, occasionalmente, campioni di musica, dialoghi ed effetti da film e programmi televisivi. Rispetto ai precedenti stili di musica dance, come l’house e la techno, chiamati “musica rave”, tendeva a sottolineare i bassi e utilizzare tempi più veloci, o beat per minuto (BPM). 

Questo sottogenere fu conosciuto come “hardcore”, ma già a partire dal 1991, alcuni brani musicali composti da queste battute interrotte veloci, con linee di basso pesanti e campioni di vecchia musica giamaicana, furono denominati “jungle techno”, un genere influenzato da Jack Smooth e Basement Records, e in seguito semplicemente abbreviato in “jungle”, che fu riconosciuto come un genere musicale separato nei rave e nelle radio pirata in Gran Bretagna. È importante notare, quando si parla della storia della musica dance, che prima del jungle, la musica rave stava diventando più veloce e più sperimentale. Inizialmente, fu associata ai rave europei e alla cultura dei club. Raggiunse un’esposizione popolare limitata solo negli Stati Uniti, ma dalla metà alla fine degli anni novanta ci furono in corso degli sforzi per commercializzare una gamma di generi dance utilizzando l’etichetta “Electronica”. A quel tempo, un’ondata del panorama elettronico dal Regno Unito, fra cui i The Prodigy, Fatboy Slim e gli Underworld, furono prematuramente associati ad una “rivoluzione electronica statunitense”. Ma invece di trovare il successo mainstream, molti gruppi EDM consolidati furono relegati ai margini dell’industria musicale statunitense.

Tra questi, c’è un duo che è riuscito in qualche modo a dare una visione diversa alla musica elettronica, un approccio se vogliamo anche più professionale, trovando un fil rouge con tutta la musica che andava in tendenza all’epoca, i The Chemical Brothers, un progetto di Ed Simons e Tom Rowlands, e il loro secondo album del 1997 “Dig Your Own Hole” ha svoltato tutto e di più, un disco che divide in due una società, mettendo da una parte l’idea e la bellezza della tradizione e la paura di andare avanti, e dall’altra invece c’era chi stava mettendo le basi per la musica del futuro. Già compagni di studi, i due giovani si conobbero all’Università di Manchester, da lì cominciano a lavorare come DJ nel retro di un pub, chiamato Naked Under Leather, proponendo pezzi remixati da loro di musica house e hip hop. Due anni più tardi si spostarono nell’Heavenly Sunday Social Club di Londra, allora frequentato anche da Noel Gallagher, Paul Weller, James Dean Bradfield e Tim Burgess. Allora ottennero diverse richieste per remixare pezzi di varie formazioni tra cui Manic Street Preachers e Charlatans. Due di questi remix, Jailbird dei Primal Scream e Voodoo People dei Prodigy, ottennero passaggi televisivi nel programma The Party Zone su MTV Europe nel 1995. Successivamente nell’agosto 1995, i Chemical Brothers parteciparono come DJ per il concerto degli Oasis a Sheffield. La situazione cominciò a scaldarsi quando Liam Gallagher sembrava non apprezzare neanche un pezzo fra quelli proposti dal duo. Gallagher li cacciò via dalla console e chiese ad un suo amico, un componente dei miei, di continuare al loro posto. Il nuovo DJ propose sonorità piuttosto particolari tendenti al genere psichedelico che risultarono poco gradite al pubblico. Più tardi Simons riuscì a riprendere il controllo del DJ set proponendo Inspection: Check One dei Leftfield

Durante il festival di Glastonbury 1995, Rowlands e Simons ebbero un’altra conversazione con Noel Gallagher. Gallagher dimostrò di aver apprezzato il loro primo album “Exit Planet Dust” e chiese di poter cantare in una loro canzone in futuro. Benché tale prospettiva sembrasse piuttosto remota, a causa dei molteplici impegni discografici degli Oasis, in procinto di pubblicare “(What’s the Story) Morning Glory?“, il duo lavorò su un pezzo ritenuto adatto ad avere una parte vocale. Spedirono quindi una cassetta a Gallagher con una bozza della canzone. Il giorno dopo furono richiamati con la disponibilità immediata per registrare il pezzo. La canzone divenne Setting Sun, la quinta traccia di “Dig Your Own Hole“, e venne pubblicata nell’ottobre 1996. Inutile dire che il pezzo scalò le classifiche di tutto il mondo arrivando nei primi posti, ma soprattutto in Inghilterra meritandosi la medaglia d’oro. Poco tempo dopo succede un’altra svolta, in uscita con il secondo singolo Block Rockin’ Beats, debuttarono ai Grammy come miglior brano rock elettronico instrumentale. Il 7 aprile del ’97 finalmente vede la luce il disco, tutto il mondo e il mercato discografico impazziscono dinnanzi a suddetta opera, rivoluzionando l’elettronica, il big beat e la cultura rave, guarda caso, fu addirittura un’ispirazione anche per il mondo cinematografico soltanto per alcuni generi di film. In questo album, l’alone urbano, psichedelia, elementi rock e funk, sonorità notturne e claustrofobiche convivono in un vortice di follia, tra digressioni elettroniche di Don’t Stop The Rock e momenti sperimentali in Where Do I Begin con la bellissima voce di Beth Orton, la inusuale per via del minutaggio Private Psychedelic Reel sono un manifesto, una reliquia, un opera magna del genere, che ancora oggi fa scuola. Una delle vette più alte per innovazione e creatività di quella decade, che il duo creò insieme al fantastico esordio “Exit Planet Dust” e “Surrender“, una strepitosa trilogia che mai più si ripeterà.

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