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“www.pitchshifter.com”, i Pitchshifter e l’industrial ai tempi del Web 1.0

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Connessioni super lente e pagine piene zeppe di animazioni Flash: diciamoci la verità, l’Internet di una ventina di anni fa era una ciofeca quasi inutilizzabile. Un non-luogo amorfo e rudimentale, povero di contenuti ma già disseminato di pericoli. Quanti ragazzini di scuola media alla ricerca del brivido trascorrevano i pomeriggi a reprimere i conati di vomito davanti agli orrori pubblicati su Rotten.com, tanto per affrontare prove di coraggio stupide e senza alcun senso? Quasi tutti quelli che avevano la possibilità di mettere le mani su un PC collegato a un modem analogico. Nessuno però lo faceva per un reale interesse nei confronti della necrofilia; e per fortuna, perché altrimenti oggi avremmo ospedali psichiatrici sovraffollati. Ciò che davvero attirava queste anime candide e innocenti verso la rete era la totale assenza di filtri e censure. La libertà di poter avere accesso a qualsiasi cosa all’interno di un cyberspazio imperfetto ma eccitante, perché ancora tutto da scoprire.

Il web faceva schifo, certo; ma già aveva potenziale e fascino. I Pitchshifter, che anche per scelte musicali non sono mai stati immuni al richiamo delle nuove tecnologie, lo capirono subito: nel 1998, desiderosi di far sapere a tutti di esser finalmente sbarcati su Internet, decisero di intitolare il loro quarto album “www.pitchshifter.com”. Quella che all’epoca era la casa digitale della band di Nottingham, ricca di informazioni e materiale promozionale, oggi è una triste pagina impossibile da raggiungere. L’emblema di una stagione definitivamente conclusa: un sito abbandonato al proprio destino dopo esser diventato obsoleto e inutile. Eppure, sul finire degli anni ’90, non poteva esserci nulla di più moderno e avveniristico di un disco capace di unire l’ignoranza del nu metal all’energia della drum and bass.

Per il quartetto britannico, fresco di contratto con una major (la Geffen), fu più una scommessa che un tentativo di conquistare il grande pubblico cavalcando le mode del momento. Il passaggio dall’industrial “godfleshiano” del capolavoro ultra-heavy “Desensitized” al crossover schizzato ma a modo suo radio-friendly di “www.pitchshifter.com” fu graduale (ascoltare “Infotainment?” del 1996 per credere) ma drastico, se non addirittura scioccante. I Pitchshifter si reinventarono completamente per riproporsi come originali interpreti di un sound che, a metà strada tra The Prodigy e Ministry, trasponeva in musica quel senso di frenesia, caos e rischio che caratterizzava i pionieristici giorni del Web 1.0. Il risultato? Tredici tracce di rock mutante, elettronico e anarchico, contagiose come un virus informatico che fa piazza pulita dei dati salvati sull’hard disk.

Tutti gli elementi in campo concorrono alla creazione di una fitta rete di suoni artificiali che sembrano svilupparsi senza seguire alcun criterio preciso: sin dai primissimi secondi di Microwaved, l’ascoltatore si ritrova in balia di una confusione esagerata ma, a tratti, persino entusiasmante. I brani si susseguono in un ciclo senza fine di loop di batteria, ritmi selvaggi e stratificati, riff di chitarra “disumanizzati” dai plug-in di Pro Tools ed effetti rumorosi e non identificati, sapientemente distribuiti dai sequencer e dai campionatori di Mark Clayden e Johnny Carter in modo tale da imitare il convulso aprirsi di mille finestre popup sul desktop.

Se le parti strumentali si avviano prepotentemente verso un’irreversibile deriva tecnologica, la voce fa un percorso inverso. J.S. Clayden non si nasconde più dietro un ringhio brutale e manipolatissimo alla Justin Broadrick, ma abbraccia uno stile leggermente più melodico. Il modello di riferimento, in questo caso, è Keith Flint: un cantato punk e sardonico che funziona particolarmente bene in W.Y.S.I.W.Y.G., Subject To Status, I Don’t Like It e nella devastante Genius, la cui inclusione nella colonna sonora di “Mortal Kombat: Annihilation” (non proprio un pezzo di storia del cinema) regalò al gruppo qualche piccola soddisfazione commerciale. Tuttavia, pur condividendo lo stesso chitarrista (Jim Davies), i Pitchshifter non divennero mai i Prodigy dell’alternative metal: dopo “www.pitchshifter.com”, un altro paio di album (“Deviant” nel 2000 e “PSI” nel 2002) e poi l’oblio. Oggi, complice questa maledetta pandemia senza fine che gli ha bloccato un tour all’inizio del 2020, si limitano a vivacchiare sui social network, ricordando i bei tempi in cui potevano permettersi gli esorbitanti costi annuali di un dominio web. Per chi è interessato: lo spazio è in vendita per 6.395 dollari.

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