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Back In Time

“Blue Lines”, l’hip-hop al “ritmo delle canne” dei Massive Attack

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Era il 1991 a Bristol, antica cittadina marinara d’Inghilterra, oggi nota come una delle città del Paese con la migliore qualità della vita e con una sviluppata economia creativa. Una città estremamente influente nella scena artistica del nuovo millennio, da cui viene anche l’anonima star dell’arte contemporanea, Banksy. Secondo qualcuno, Banksy sarebbe in realtà 3D, uno dei 4 ragazzi cresciutelli, di pelle di colori diversi che, dopo aver passato pigramente anni a fare musica negli improvvisati circuiti underground della città, pubblicano finalmente un disco l’8 aprile di trent’anni fa. Daddy G racconta: “Eravamo dei pigri bristoliani idioti. Fu Neneh Cherry a portarci in studio a calci nel culo. Abbiamo registrato a lungo a casa sua, nella stanza del bambino. Ha puzzato per mesi e alla fine abbiamo trovato un pannolino usato dietro un termosifone”.

In quello stesso 1991, esplode con “Nevermind” anche il grunge. Altro prodotto di una città di mare di medie dimensioni, ma della costa pacifica degli Stati Uniti, Seattle. A quel tempo, la Generazione X, cui appartiene chi scrive, si divise in due: Massive Attack e Portishead, o Nirvana e Alice in Chains. I primi per gli edonisti che avevano fatto i rave, i secondi per coloro che si godevano lo spleen giovanile.. Chissà perché dicono che siamo una generazione di pigri, che ci metterebbero mesi a scoprire un pannolino usato dietro un termosifone della stanza. Probabilmente abbiamo subito la diffamazione invidiosa dei nostri genitori, essendo noi la prima generazione postindustriale, affrancatasi in gran parte dal lavoro manuale.

Io, per mia parte, ero un pigro snob musicale disinteressato nel 1991 sia ai suoni di Bristol che a quelli di Seattle. Occupato com’era l’io giovane in una roba come il Blues revival, che a Roma interessava solo me e un altro paio d’amici, uno dei quali ora si occupa di petrolio in Arabia e l’altro è un acclamato bluesman della capitale (e ugualmente non si è lasciato sfuggire Blue Lines; il mio eroe). E però uscivo di casa perché, finita la musica, c’erano le ragazze, l’altra priorità. L’hip o trip hop impazzava nelle discoteche e nei locali alla moda in quegli anni ‘90 e chissà quante volte avrò sentito i Massive Attack senza ascoltarli, pensando che era solo musica di sottofondo fatta da macchine.

Tutte considerazioni dettate da attitudini che, trent’anni dopo, non vogliono dire più nulla. Trent’anni dopo rimane la musica, fatta da umani. Come ho poi scoperto, non era necessario ci fosse un guitar-hero per distinguere una band dai robot. Ancora Daddy G: “Quello che cercavamo di fare era creare musica dance per la testa, più che per i piedi”. Daddy G, 3D, Tricky e Mushroom ci riuscirono, come si diceva, fondando una cosa nuova: il trip-hop. La migliore descrizione che ne è stata fatta, quella definitiva, è “hip-hop al ritmo delle canne”.

Blue Lines” è uno di quei dischi dopo i quali la musica non è più stata la stessa; uno di quei dischi che mentre fondano un genere, già lo trascendono. Dischi così ne pubblicano uno ogni tanto. Un altro che viene in mente è “In The Court of the Crimson King” del 1969 che sembrerebbe venire da tutt’altro mondo eppure, guarda caso, dalla corte del Re cremisi sembra ripescato a piene mani il Mellotron, uno dei tanti strumenti non campionati da questo collettivo di DJ. Così come l’orchestra d’archi di 40 elementi (per permettersi la quale, Mushroom vendette il suo SUV), il basso elettrico, le percussioni acustiche, i pianoforti, i sintetizzatori e le voci soul che si alternano sotto i riflettori: Shara Nelson, Horace Andy, Tony Bryan. Massive Attack fin dall’inizio è stato un collettivo elastico, con un core-group attorno al quale ruota un’infinità di collaboratori fisici e campionamenti digitali che entrano ed escono.

Riascolti questa musica dopo 30 anni e ti chiedi: ci sarebbe stato Avicii senza i 4 di Bristol? Così, per citarne uno a caso. “Blue Lines” è un disco che pescava a piene mani da tutto: dall’hip-pop e dall’house innanzitutto, chiaro, ma andando a ritroso fino a ricomprendere l’intera storia della musica “black”, la tradizione classica occidentale, il musical e il pop “bianchi”, il rock progressivo, la new wave, l’elettronica, il reggae e la world music in genere. Allo stesso tempo è un disco che ha dato a piene mani a tutti coloro che hanno voluto trovarci qualcosa. Artisti mainstream dei giorni nostri come Kanye West, Kendrick Lamar, Lana Del Rey, cosa farebbero oggi nella vita se non fosse uscito questo disco trent’anni fa?Quindi non soltanto non avremmo avuto i Portishead, Bjork, Smoke City, UNKLE, Morcheeba, cioè tutti coloro che han reso necessario dare un nome a questa cosa inaugurata dai Massive Attack. Ma anche tutti gli altri sarebbero stati diversi. Così come si potrebbe dire dei Nirvana, che tutti-proprio-tutti hanno ascoltato.

Prendi tutti gli ingredienti che trovi al negozio di dischi e mischiali bene a fuoco lento ed esce fuori una musica dai mille sapori, da cui ognuno può prendere il suo. Questo è “Blue Lines“. Safe from Harm si basa sul capolavoro jazz-rock di Billy Cobham, “Stratus”, campionato e mandato in loop, con Nelson che canta una storia ispirata a Taxi Driver. One Love è un reggae rallentato che si fa blues “post-industriale”, non più dei campi di cotone ma della tecnologia. I campionamenti appaiono dappertutto nell’album e pescano da Al Green, come dalla Mahavishnu Orchestra, i Beatles, i Funkadelic, James Brown, Isaac Hayes, come ci racconta la playlist che un genio, orgoglio italiano, ha messo online. Five Man Army è Dub elettronico. Unfinished Sympathy era destinato da subito a diventare quello che è oggi: un classico da discoteca, con un groove pazzesco tirato dall’orchestra, senza linea di basso. Be Thankful for What You’ve Got è la cover di un classico del soul degli anni ‘70. Lately è soul urbano per eccellenza. Insomma, uno di quei dischi che rendono “non più necessari” tutti gli altri dischi. E celebra tutta quella Black music di cui qualche giovane reazionario come me pensava di star vivendo il tempo del revival, mentre stavamo vivendo quello della rinascita in vesti nuove.

Bisognerà che andiamo a Bristol, quando la pandemia consentirà. Città da cui partirono molte navi alla scoperta del nuovo mondo e a cui la musica del nuovo mondo riapprodò secoli dopo, per essere fatta cosa nuova. Bisognerà che andiamo a Bristol a sentire il vento dell’oceano sulla pelle mentre ascoltiamo “Blue Lines” in cuffia, sincronizzandoci “al ritmo delle canne”; giusto per ritrovare in quei luoghi il senso degli ultimi trent’anni in musica.

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