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Dry Cleaning – New Long Leg

2021 - 4AD
post punk / art rock

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Tracklist

1. Scratchcard Lanyard
2. Unsmart Lady
3. Strong Feelings
4. Leafy
5. Her Hippo
6. New Long Leg
7. John Wick
8. More Big Birds
9. A.L.C.
10. Every Day Carry


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Quando uscirono nel 2019 con 2 EP, i Dry Cleaning vennero da alcuni bollati come dei cloni, neanche troppo originali, dei Sonic Youth. Il tempo sta dimostrando che c’è molta più ciccia dietro al cliché dell’ennesima nuova band post-punk/rock che il Regno Unito sforna a ripetizione di questi tempi. Dopo un anno e mezzo di ascolto, l’attesa per il primo LP è cresciuta esponenzialmente tra la critica e il pubblico, al punto che persino Pitchfork ha incluso “New Long Leg” nella prestigiosa lista settimanale dei “5 nuovi album che dovete ascoltare ora”. Concordiamo con Pitchfork e anche noi lo diciamo: “dovete ascoltarli ora”.

Il primo evidente grande elemento di originalità dei Dry Cleaning è lei, la frontwoman: Florence Shaw. Apparentemente, fu convinta ad entrare nel gruppo dal chitarrista, Tom Dowse, con l’assicurazione che non era necessario che cantasse. E difatti, la Shaw parla. Non una novità assoluta nel mondo della musica post-qualcosa. Lo facevano i Life Without Buildings, ma la freddezza della Shaw non ha niente a che vedere con la dinamicità, quasi rap, del parlato di quell’altra frontwoman. A me ricorda di più gli esperimenti misconosciuti di 50 anni fa di Annette Peacock, un’artista che persino nei progressisti anni ‘70 era definitivamente troppo avanti per poter avere il riconoscimento che meritava.

L’altro elemento che spiazza sono i testi messi su dalla Shaw. Negli EP del 2019, c’erano episodi piuttosto chiari come Magic Of Meghan che si burlavano dell’ex principessa reale. Ora invece: “Voglio solo dirti che ho delle croste sulla testa / E’ inutile vivere / Sono ore che penso se mangiarmi quell’hot dog / Baciami”. Una lista di parole, come racconta lei stessa: “Jammavamo e improvvisavamo, e io facevo lo stesso con le parole. Saltavo qui e là cercando ritmi e cose con temi o soggetti similari”. Per poi spiazzarci in modo differente con sagge e dirette parole che non possono non rimanere impresse: “Se ti piace una ragazza, sii gentile / Non è astrofisica”. Cosa farne di testi così, recitati senza melodia?

Non avendo risposte per ora, torno alla musica. L’album è prodotto da John Parish, un illustre sessantenne che ha portato al successo PJ Harvey ed ha lavorato persino con i nostri Afterhours. “Non mi vergogno di dire che non avevo nessuna idea di quale fosse il lavoro di un produttore prima che registrassimo questo album” – racconta la Shaw. Così come ha reinventato stilemi classici come il blues, insieme a PJ Harvey, Parish reinventa con i Dry Cleaning gli stilemi post-classici. Magari, in alcuni brevi momenti i Dry Cleaning sembrano tornare al rock d’antan, con riff di chitarra e basso che fanno muovere il culo, in pieno contrasto con la staticità della Shaw. In Strong Feelings sentiamo i The Cult e dei riff su cui si potrebbero immaginare cori alla Glam Metal, con altri interpreti. Lo stesso vale per gli accordi distorti all’inizio di Her Hyppo. Nelle iniziali Scratchcard Lanyard, Unsmart Lady, sentiamo i Joy Division, gli Strokes, o anche gli Smiths. Azzarderei persino i Black Sabbath a tratti. Così come in More Big Birds dove, per qualche decina di secondo, Shaw invece di parlare mugola “Da-da-da”, in una melodia finalmente riconoscibile come tale. Non sono i riff statici del post-rock “classico” alla Slint. Lo conferma Leafy che inizia con un basso soavemente funky, quasi fosse una roba R&B alla Rhye, a cui la Shaw aggiunge le sue parole e Dowse le sue schitarrate alla Johnny Marr. L’opera si conclude con Every Day Carry che suona incredibilmente anni ‘70 e Kraut-rock, con un sacco di sintetizzatori e suoni fastidiosi.

Insomma, i Dry Cleaning, come visto, si abbeverano ad un sacco di fonti piuttosto distinguibili, ma l’amalgama finale che creano è perfettamente originale. Come decretato da critici più illustri di noi, questa è una delle band di cui tutti parlano oggi e meritatamente, aggiungiamo. Un rock da nerd artistoidi e alienati, ma gentili; perfetto per tempi di pandemia. “Un lavoro solitario per 45 sterline al giorno / Un lavoro solitario per 32 sterline al giorno / Prendilo e basta / Le cose stanno cambiando” ci ricorda Shaw in “A.L.C.”, in uno dei pochi momenti in cui appare possibile dare un senso alle sue parole.

Non sarà facile per questi ragazzi mantenersi su questi standard a lungo senza rendere faticosa per l’ascoltatore la loro formula, ostica a primo ascolto, ma anche troppo riconoscibile. Ma intanto, se siete orfani di uno dei tanti artisti citati sopra, potete godervi una band che reinventa il tutto e che, insieme a Black Coutry, New Road e altri compagni di viaggio coevi, stanno iniziando a farci pensare che il rock, no, non è morto, ma sta risorgendo dalle sue ceneri. Grazie anche a un po’ di provocazione intellettuale, come ci illumina il batterista Nick Buxton, svelandoci brillantemente i testi della band: “A chi non è mai successo di passare ore a chiedersi se mangiare un Hot-dog?”.

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