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Il testamento di Jim Morrison: cinquant’anni di “L.A Woman”

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Se la mia poesia cerca di arrivare a qualcosa, è liberare la gente dai modi limitati in cui vede e sente“.

Questa è una delle ultime e note frasi che il cantautore e poeta statunitense Jim Morrison ci ha lasciati, lasciati con tante soddisfazioni, esperienze di vita e storie. Un artista eclettico, eccentrico, carismatico che, insieme ai compagni Robby Krieger, Ray Manzarek e John Densmore, i The Doors, ha potuto in qualche modo dare libero sfogo a tutto quello che era veramente, senza limiti né censure. Jim non è mai stata una persona semplice, amava la vita spericolata, in tutte le sue sfaccettature, ma allo stesso tempo era un ragazzo sveglio ed intelligente, dall’umore cupo e trasgressivo, e il suo look piano piano si fece sempre più trasandato. I suoi genitori non sono mai stati d’accordo a tutto ciò, arrivando al punto che Jim non li vide più, tagliando definitivamente i rapporti con loro, arrivando persino a dire che erano morti.

Uno degli eventi più importanti della sua vita avvenne nel 1947, durante un viaggio con la famiglia, mentre percorrevano il deserto tra Albuquerque e Santa Fe (New Mexico). Jim raccontò questo episodio nel modo seguente: “La prima volta che ho scoperto la morte… eravamo io, mia madre e mio padre, e forse anche mia sorella e i miei nonni, e stavamo attraversando il deserto in auto all’alba, e un autocarro pieno di lavoratori indiani era andato a sbattere contro un’altra macchina o non so cosa, ma c’erano indiani sparpagliati per la strada, sanguinanti e moribondi… ecco, questo fu il mio primo impatto con la morte, dovevo avere quattro o cinque anni. Abbiamo accostato e ci siamo fermati… io ero solo un bambino, e un bambino è come un fiore con la testa scossa dal vento… penso davvero che in quel momento l’anima di uno di quegli indiani, o forse gli spiriti di molti di loro stessero correndo in giro come impazziti e siano balzati nella mia testa e io ero come una spugna pronta ad assorbirli. Questa non è una storia di fantasmi. È qualcosa che ha un significato profondo per me“. Tale esperienza fu fondamentale per il piccolo Jim, tanto che li riporterà nei suoi testi, in particolare nella canzone Peace Frog e nei suoi versi poetici “Indiani sparsi sulle carreggiate dell’alba sanguinanti/ Si affolla di spettri la mente del bambino fragile guscio d’uovo” oppure, anche nella seconda strofa del brano Riders On The storm

Per capire attentamente l’atteggiamento di Jim che aveva nei confronti della vita, ma anche della musica, possiamo defire tutto questo come un ” bipolarismo”  tra il bizzarro e il poetico, infatti nell’esibizione del 9 aprile al Cheetah Club di Los Angeles, Jim si esibì per la prima volta nel suo numero della fune, ovvero la camminata lungo il bordo del palco in stile equilibrista, ma purtroppo gli andò male e precipitò in mezzo al pubblico dopo un volo di tre metri. Due mesi dopo, durante il concerto al Fillmore di San Francisco, Morrison fece roteare pericolosamente il microfono, finendo per centrare il promoter Bill Graham in pieno viso. Il 16 giugno, nell’esibizione all’Action House di Long Beach, Jim Morrison, ubriaco fradicio, cominciò a spogliarsi ma venne bloccato in tempo. Il giorno successivo il concerto fu interrotto perché il cantante s’infilò il microfono in bocca, producendo suoni distorti. Il fotografo e amico dai tempi dell’UCLA Frank Lisciandro, lo ricorda così: “In scena Jim subiva una completa metamorfosi, la sua voce dolce e garbata diveniva roca, aspra, profonda e potente, la sua posa dinoccolata si faceva arrogante, baldanzosa, il suo quieto volto si trasformava in migliaia di maschere di tensione e di emozione, e i suoi occhi, di solito così penetranti e attenti, diventavano vacui e lontani, fino a tramutarsi in due finestre illuminate davanti al pubblico. Con questo sguardo chiaroveggente Jim sembrava scrutare sia nel futuro sia nel passato. Emetteva strani suoni animaleschi, urlava, strepitava come se soffrisse. I suoi abiti di cuoio o di pelle di serpente crepitavano e gemevano quando si muoveva. Le sue movenze e i suoi gesti si facevano spasmodici, frenetici, come se si fosse trattato di una persona in preda a una crisi epilettica. Danzava, non in modo fluido e aggraziato, ma con brevi passi saltellanti e moto a stantuffo, sporto in avanti, la testa che scattava su e giù. Si muoveva come un indiano d’America in una danza rituale. Sul palco Jim diventava lo Sciamano. Nel corso dell’esibizione, come un festante dionisiaco, cantava dei miti moderni, e come uno sciamano evocava un panico sensuale per rendere significative le parole di questi miti. Agiva come se un concerto fosse un rito, una cerimonia, una seduta spiritica, e lui era lo strumento per la comunicazione con il sovrannaturale. Tentava di strappare gli spettatori dai loro posti a sedere, dai loro ruoli, dalle loro menti, così che potessero vedere l’altro lato della realtà, anche solo per una breve occhiata. Il suo messaggio era: apriti un varco comunque ti sia possibile, ma fallo adesso. Spesso il messaggio era sfocato e così si perdeva tra la musica, i miti, la magia e la follia”

Ad inizio 1970 Il cantante peggiorò il suo stato sia fisico che mentale, l’uso di droghe allucinogene, miste soprattutto a superalcolici era aumentato, e il cantante era anche ingrassato. Nei due concerti di aprile, quello all’Arena di Boston e al Cobo Arena di Detroit diede anche in escandescenze, litigando furiosamente con gli organizzatori. Fu la volta del Warehouse di New Orleans, in Louisiana, qui ebbe luogo l’ultima apparizione pubblica di Jim, assolutamente stravolto. A metà concerto cominciò a biascicare frasi senza senso e crollò più volte a terra, danneggiando il palco con l’asta del microfono (alcune testimonianze dell’evento sono tuttavia discordanti). Da quella data in poi, gli altri componenti dei Doors decisero di interrompere tutti i concerti dal vivo e dedicarsi a quello che sarà il loro ultimo lavoro in studio “L.A. Woman“. Questo lavoro fu realizzato dopo l’allontanamento del precedente produttore, Paul A. Rothchild, sostituito da Bruce Botnick. La band si trasferì in uno studio nel seminterrato, così denominato Doors Workshop.

La maggior parte dei pezzi furono registrati in presa diretta, escluse alcune parti di tastiera sovraincise. Il disco fu ultimato in poche settimane. Probabilmente i pezzi più rappresentativi dell’album col tempo sono diventati la lunga title-track, “L.A. Woman” (che celebra il glamour di Los Angeles) Love Her Madly, la stupenda Riders On The Storm, The Changeling e L’America, che, con questi, conquistarono l’ottavo disco d’oro consecutivo che successivamente diventò di platino, ed entrarono nella storia come prima rock’n roll band statunitense capace di produrre 8 dischi d’oro e di platino consecutivi. “L.A. Woman” è un disco potente, colorato, ed ogni brano ha una sua anima, un’identità predominante, una storia, come Been Down So Long (il cui titolo si ispira a quello del romanzo di Richard Fariña, “Been Down So Long It Looks Like Up to Me“) oppure Cars Hiss By My Window (il cui testo è stato definito da alcuni critici come una delle rappresentazioni “più allucinanti e desolate di una situazione dopo aver fatto sesso”). Salta pure all’occhio anche una cover di Crawling King Snake di John Lee Hooker, ultima delle reinterpretazioni da parte della band di classici blues dopo Back Door Man di Willie Dixon, Who Do You Love? di Bo Diddley, Little Red Rooster di Howlin’ Wolf, e altre cover eseguite nei concerti. Ma sono presenti anche composizioni che sfociano nel blues, come L’America, i ritmi pop di Love Her Madly di Robby Krieger, e i brani sperimentali più come The Wasp (Texas Radio & The Big Beat) e Riders On The Storm.

Come in tutti gli album dei Doors, i testi hanno un ruolo fondamentale. In “L.A. Woman“, Morrison dice addio alla sua amata Los Angeles per poi non tornarci mai più. Poco dopo la registrazioni, Jim si recò a Parigi per raggiungere sua moglie Pamela. Insieme alla band decisero di non esibirsi più dal vivo a causa dello stato di salute fisica e mentale di Morrison. Quando il disco fu finalmente pubblicato, Il 19 Aprile 1971, ricevendo riscontri dalla critica più che positivi, Morrison si era ormai già trasferito, dove sarebbe morto tre mesi dopo, il 3 luglio 1971. Un saluto che forse non è stato accolto da tutti, ma che in qualche modo Jim ha cercato di dire, non con le parole, ma con le sue canzoni.

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