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“Monsters And Robots”, la storia oscura di Buckethead

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C’è stato un periodo nella mia vita in cui la musica che scoprivo arrivava da altre medium. A Buckethead ci sono arrivato per vie traverse. Da una parte all’epoca (si parla d’una ventina d’anni fa) mi stavo interessando a tutto il mondo che ruotava attorno ai Primus, e il suo nome veniva fuori, ma non mi ci soffermai, non subito. Poi scoprii Dave McKean, e le cose cambiarono.

Dave McKean divenne la mia fissa quando comprai il mio primo volume di “The Sandman” di Neil Gaiman, le sue copertine mi lasciavano di stucco, lo stile misto di fotografia, pittura, disegno, i collage e i decoupage, il tutto immerso nell’oscurità, in un incubo senza fine. Comprai dunque un catalogo creato per la sua prima mostra monografica europea intitolato “Narcolepsy” (che purtroppo non ebbi modo di visitare, maledicendo la mia giovane età, come avrei fatto molte altre volte) e scandagliai ancora più a fondo. Venni a conoscenza della sua firma su molte copertine di album pazzeschi. Alcuni di questi erano già sulle mie librerie. Come potevo non essermene reso conto? Ripresi in mano “The Gathering” dei Testament, “Obsolete” e “Demanufacture” dei Fear Factory e mi venne un colpo. Più tardi avrei comprato “God” di Tori Amos. E poi Buckethead. Cominciai a osservarlo, cercarlo, tentando di carpire chi o cosa fosse. Un cestello di KFC calcato in testa, maschera bianca sul viso, allampanato, assurdo. Misterioso, uno dei tanti “mascherati” della storia della musica moderna, dai Residents agli Slipknot, solo che se questi ultimi, come i Kiss, progressivamente si sarebbero smascherati, Buckethead non l’avrebbe mai fatto.

Il ritorno alla cricca Claypool fu immediato, perché da lì arrivava “Monsters And Robots”, il disco la cui copertina a firma McKean mi rapì nell’immediato. L’anno in cui l’album uscì è lo stesso di “Antipop”, quindi è ovvio che i due dischi abbiano qualcosa in comune, non ultima la presenza di Les e Bryan “Brain” Mantia. Ma non solo, c’era Bill Laswell, che poi era già suo sodale in Praxis, e Bootsy Collins, solo che l’allucinato bassista di Parliament e Funkadelic, beh, non suona una nota di basso una, ci mette la voce. Buckethead è, ormai è noto, uno dei cosiddetti guitar hero che guitar hero non diventeranno mai. Troppo strano, matto, obliquo, per assurgere ad un posto tra gli shredder tanto amati dal pubblico seicordato, è figlio dei tempi moderni, mischia tutto quello che può, prende dal funk, dall’hip hop, dalle avanguardie e spreme tutto nei suoi album, e ne fa troppi, ma alcuni vivono di luce propria, come questo.

La storia del chitarrista dal volto celato e il secchiello in testa la snocciola Les in The Ballad Of Buckethead: è cresciuto, “mezzo-morto” in gabbia e fatto vivere in un pollaio, lo odiavano tutti i ragazzini e gli facevano marachelle su marachelle, a diciassette anni dà fuoco al luogo in cui è rinchiuso, celato per la vergogna dei genitori (figlio bastardo del predicatore), dileggiato da tutti, “folks just call him…Buckethead”, ha comprato una chitarra vera ed è diventato una star. Un Iron Man blacksabbathiano moderno, la vendetta del diverso e dello strano. Qualcosa di vero, in questa narrazione strampalata ci sarà pure, e la stranezza se la porta appresso. Quello che scrive e suona è deformazione metallica, riconfigurazione di tutto quel metal alternativo che sul finire dei Novanta stava prendendo forma e teneva banco ovunque, ma lui non poteva far parte di quel mondo nemmeno avvalendosi di un paio di DJ (Phonopsychograph Disk, ovvero DJ Disk, ben famoso in ampiente hip hop e DJ Eddie Def, che di certo canzona Jazzy Jeff), la musica strumentale e sperimentale non poteva passare le maglie di un mondo che aveva bisogno di vendere. In tutto quel turbinare di elettricità una ballad acustica, toccante, c’è solo lui, la sua chitarra ma, anziché metterci su un testo strappalacrime, sembra piangere nel microfono e far solo versi, disumani.

La storia, in fondo, è quella di un mostro, e quando l’elettricità torna protagonista partono le mazzate, lo shred c’è, gli sweep anche, i castelli solisti, la funkadelica mostruosità che diventa golem, mostri e robot che combattono in mezzo alla città e spaccano tutto a colpi di nun chuck, vera fissa del Nostro, e i fan dei Guns’n Roses lo sanno benone, dato che per un breve periodo prese il posto di Slash, e anziché assoli di chitarra, o meglio in aggiunta, si proludeva in lunghi assoli di nun chuck.

Gli anni passano e trovare i formati fisici degli album di Buckethead è impresa non da poco. Quando li scovavo in qualche negozio polveroso i prezzi erano improponibili (“Bucketheadland”, edito dalla Avant di Zorn, lo trovai ma il mio portafogli si rifiutò di dare retta al mio cuore), ma, un paio d’anni or sono, nel mercatino delle pulci della mia città eccolo lì, in mezzo ad AC/DC e Ricky Martin, “Monsters And Robots” (sul retro un adesivo diceva “chitarrista metal”, beh, in effetti). Un colpo di culo senza pari. Fu subito mio, e il tizio mi guardò strano e mi chiese “Ma lo compri perché lo conosci? Ce l’ho lì da una vita e non so chi sia.” Certo che lo conoscevo, la gente lo chiama Buckethead.

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