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Back In Time

Viaggio al termine della notte, l’epopea di “Demon Days” dei Gorillaz

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Picture on the dreamer
I’ll take you deeper
Down to the sleepy glow
Time is a low
Don’t you know
What are we going to do?

Riascoltare oggi “Demon Days” fa un certo effetto. Non tanto per la sua incredibile rilevanza, che continua a rimanere tale (se non maggiore) giorno dopo giorno, ma proprio per il fatto che, superando e cercando di dimenticare per un attimo il suo status di classico, di pietra miliare di un decennio, ciò che abbiamo davanti è qualcosa di sorprendentemente vivo, pulsante di un’energia e una vitalità fuori dal comune. Una vitalità che fa da contraltare all’oscurità che pervade gran parte dei suoi momenti, in una perfetta simbiosi dalla quale emerge un riflesso fin troppo vivido del mondo in cui viviamo.

Damon Albarn non lascia che i Gorillaz rimangano una cometa, un puro divertissement nella sua carriera, e a quattro anni da un esordio che ha fatto molto parlare di sé e dato un forte scossone alla scena britannica e mondiale rilancia con un nuovo capitolo, più ambizioso e più intricato, un passo in avanti che darà alla creatura sua e di Jamie Hewlett una posizione di spicco che col tempo non farà che crescere ulteriormente. Tra il primo e il secondo atto c’è stato “Think Tank“, il lavoro più maturo dei Blur, che segna però la loro (temporanea) dissoluzione. Nel frattempo un viaggio in treno in Mongolia dà ad Albarn la scintilla che porterà alla costruzione del nuovo album per 2D, Murdoc, Noodle e Russel. La vista di uno sconfinato paesaggio desolato innesca riflessioni sull’inevitabile declino del mondo, una visione apocalittica che Damon e Jamie costruiscono meticolosamente con l’aiuto di un cast stellare di collaboratori, uno su tutti il giovane produttore Danger Mouse.

Basterebbe soltanto il bridge di Last Living Souls ad annoverare Albarn nell’olimpo dei songwriters, a fianco a un Paul McCartney o a un Elton John. Andando avanti con l’ascolto ci si può facilmente illudere che scrivere un capolavoro pop sia facilissimo, un gioco da ragazzi, che tutti noi potremmo comporre Kids With Guns in dieci minuti. Ed è allo stesso tempo sorprendente e scontato rendersi conto dell’incredibile complessità celata dentro ogni passaggio, ogni ritornello, ogni linea melodica che dà vita a questi brani. Contemporaneamente, il messaggio non fa fatica a emergere da tutti questi colori, colori che non impediscono all’oscurità di uscire dalle parole di Albarn. Che sia l’angoscia per il futuro, la perdita di umanità, la distruzione del nostro mondo o il dubbio che ne possa nascere uno nuovo. Una dualità tra testi e musiche che risulta straniante ma che è la perfetta raffigurazione del momento in cui questo lavoro è stato concepito, ma anche facendo un rapido salto al nostro presente, le cose non sembrano essere molto cambiate.

Il viaggio continua e si sprofonda sempre più dentro “i mali del secolo”, per dirla alla Celentano, più precisamente le paure di un mondo che ha assistito all’undici settembre e ha visto la realtà attorno a sé mutare, e non necessariamente in meglio. Ma in fondo “tutto ciò che vorremmo è ballare”, come canta Bootie Brown dei Pharcyde in Dirty Harry, brano tra i più politici dell’album, ma anche tra i più danzerecci, assieme alla frenesia disco di DARE. La felicità che abbiamo attorno non è che un artificio, un brand, e Feel Good Inc è l’inno perfetto al benessere di plastica, allo svago artificializzato. Il contrasto tra forma e sostanza è fortissimo, e le tematiche trattate non mettono in secondo piano il ritmo upbeat e l’incredibile groove che, insieme all’apporto dei De La Soul, permette alla canzone di raggiungere il successo planetario e diventare la più grande hit dei Gorillaz.

L’ambiguità e la doppia faccia di Feel Good Inc sfociano nell’assoluta malinconia di El Manana, che sembra essere la sua perfetta e inevitabile continuazione. Le pulsazioni si fanno più lievi, il cielo si riempie di nubi e delle grasse risate, seppur finte, non c’è più neanche l’ombra; al loro posto una trama di archi che assieme al piano elettrico cullano il brano fino alla fine. Lì lo aspetta al varco la perentoria marcia di Every Planet We Reach is Dead, che in un attimo si trasforma in un languido blues che trascina tutto via con sé, come il passaggio dell’uomo sul mondo. Cosa rimarrà dopo tutta questa distruzione? Esisteremo ancora e se sì come? Forse siamo arrivati veramente alla fine di questa lunga notte. Possiamo disperarci, ripensare a ciò che è stato, o semplicemente darci alla pazza gioia. Nei momenti che precedono la conclusione del disco sembra che quest’ultima opzione sia la strada designata.

Ma c’è un ultimo tassello prima della fine, un messaggio apparentemente lapidario, ma che contiene per la prima volta una speranza, un augurio che l’umanità possa sfruttare l’alba di un nuovo giorno come un’occasione di salvarsi, di guardare avanti e ricostruire al meglio il proprio futuro. Don’t get Lost in Heaven, forse una citazione a una canzone dei Cardiacs, dei quali Albarn è un noto ammiratore, sembra invece un omaggio a Brian Wilson nel suo incedere spensierato ma profondo, intriso di un calore inedito, ma pervaso da una delicatezza che riesce a spezzare questa oscurità, preannunciando un raggio di luce, che finalmente arriva con i cori della conclusiva title-track.

Pick yourself up it’s a brand new day so turn yourself round, don’t burn yourself, turn yourself, turn yourself around into the sun

I Gorillaz mettono in scena la desolazione, ma lo fanno ballando, in una festa aperta a tutti, perché è proprio il dolore che ci rende tutti uguali, e che condividendone l’essenza, permette di riconoscerci e di guardarci in faccia, uno per uno, alla luce di una nuova alba.

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