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St. Vincent – Daddy’s Home

2021 - Loma Vista
pop / alternative

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Tracklist

1. Pay Your Way In Pain
2. Down And Out
3. Daddy's Home
4. Live In The Dream
5. The Melting Of The Sun
6. Humming – Interlude 1
7. The Laughing Man
8. Down
9. Humming – Interlude 2
10. Somebody Like Me
11. My Baby Wants A Baby
12. At The Holiday Party
13. Candy Darling
14. Humming – Interlude 3


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“If life’s a joke then I’m dying laughing”

Più andiamo avanti nel tempo e più desideriamo fare un salto indietro, pescare nel passato in cerca di qualche scintillante e gustosa moda retrò. Simon Reynolds ci ha scritto un libro, ma anche per chi non l’abbia letto è evidente una sempre maggiore tendenza a riprendere e riportare in auge il passato, nella moda, nel gusto per il vintage in ogni sua declinazione, nel cinema, nelle serie e infine nella musica. Soffermamoci su quest’ultima, quante band nate oggi strizzano l’occhio più o meno platealmente agli anni ’70 o ’80? Nella maggior parte dei casi dopo un superficiale apprezzamento poco rimane della qualità musicale intrinseca e il tutto cade nel dimenticatoio nel corso di una mezza giornata come se niente fosse.

E allora come mai “Daddy’s Home”, il nuovo lavoro in studio di St. Vincent, non ne vuole sapere di uscirmi dalla testa? Niente noia, niente nostalgia spicciola, niente freddi esercizi di stile. I presupposti per un disco meno ispirato del solito ci sarebbero, un tuffo nei seventies per un album che fa del rimando al passato la sua colonna portante. Ma allo stesso tempo non riesco a non collocare queste canzoni nel 2021, nonostante l’evidente rimando a una numerosa schiera di riferimenti, dagli Steely Dan a Joni Mitchell, da Sly and the Family Stone al Bowie di “Young Americans”. Proprio la figura di Bowie può fornire una risposta nonché una precisa chiave di lettura per questo disco, come anche l’intera carriera di Annie Clark. Come il duca bianco prima di lei, St. Vincent ha creato dei personaggi e dei mondi dove far vivere queste figure album dopo album, adattandosi alla direzione musicale intrapresa e contemporaneamente plasmando l’ambiente sonoro insieme alle suggestioni estetiche che andava man mano a esplorare. Un artificio che in questo caso non potrebbe essere più sincero.

La scintilla di questo nuovo capitolo è un fatto personale, la scarcerazione del padre di Clark, dopo dieci anni di detenzione. Questo evento dà vita a un lavoro di scrittura mai così intimo e autobiografico, ma estremamente raffinato. Non sembra affatto la confessione di una disperata, al contrario gli elementi personali donano al tutto una delicatezza e un’autenticità non scontate. Frammenti emozionali, momenti di vita ordinari e non, scene singolari che legano la Clark nel suo privato e la figura pubblica di St. Vincent. “I signed autographs in the visitation room”, il verso con cui si apre la title track è abbastanza emblematico della narrazione adottata. Legata alla vicenda è anche la scelta del mondo musicale di riferimento: le influenze seventies sopra citate sono un ulteriore omaggio al padre, appassionato della musica di quegli anni.

Brano dopo brano veniamo cullati in un letto di piano elettrico, lap steel, chitarre ripiene di granuloso fuzz, sitar elettrico, cori e una batteria asciutta e delicata. Su questo ambiente la voce si adagia morbida e leggera, a volte esplode ma sempre evitando il roboante impeto di lavori precedenti, “Masseduction” su tutti. Qui tutto è pesato con grande attenzione, strumentalmente è forse il disco più raffinato fatto finora da Clark, basta ascoltare The Melting Of The Sun per rendersene conto. Il ritmo è estremamente contenuto ma ha una carica che ti trascina fino alla fine, e le trame del piano e delle chitarre sorreggono alla perfezione le voci. Il lavoro delle coriste soprattutto è sorprendente, nel sostenere la voce principale ma contemporaneamente giocarci, girarci attorno e aprendo nuovi sentieri sonori.

Gli elementi che formano il disco sono sempre gli stessi, eppure ogni brano ha la sua precisa identità, che differisce da quella degli altri. Down And Out Downtown sembra un incrocio tra i War e gli Unknown Mortal Orchestra, Somebody Like Me prende spunto dai migliori momenti di una Joni Mitchell per approdare in una calda melassa di steel guitar e riverbero, Down assorbe la lezione di David Byrne e costruisce un funk alieno e martellante. Tutto senza perdere un briciolo della sua identità.

In questo momento St. Vincent guarda indietro, ma solo per prendere meglio la rincorsa e catapultarsi con più forza nel presente, un presente che ora più che mai le spetta di diritto.

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