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Interviste

Musica leggera, leggerissima? Non per i Ministri

(c) Chiara Mirelli

I Ministri, gruppo milanese attivo dal 2006, è tornato con quella rabbia vorace che è mancata tanto in questo lungo e sofferente periodo di stasi da concerti. S’intravede una ripartenza, ma si ha quasi paura a parlarne. 

Davide “Divi” Autelitano (voce e basso), Federico Dragogna (chitarra)e Michele Esposito (batteria) hanno firmato per la Woodworm/Universal un Ep intitolato “Cronaca nera e musica leggera” che è disponibile dal 14 maggio. Il 16 aprile è uscito il singolo Peggio di niente il primo dei quattro componimenti prodotti con Ivan Antonio Rossi (Baustelle, Zen Circus). 

Cronaca nera e musica leggera ci suonava già dal titolo come una sorta di saggio mai scritto. Tra le altre cose, parla di confusione e di crisi dei saperi, della progressiva scomparsa di una qualche verità condivisa” ha raccontato la band in conferenza stampa. 

Tutti i pezzi dell’Ep tranne Bagnini, il più ironico, trasudano un senso di amarezza e accoramento senza distaccarsi mai troppo dal racconto dei tempi bui di ieri che ormai è diventato domani. Il sound di “Cronaca nera e musica leggera” è immediato ed energico. La veemenza del rock è dappertutto. I testi sono profondi, centrati e d’impatto. È chiaro, attraverso questo lavoro che getta le basi per un nuovo capitolo, i Ministri cercano di scuotere chi è dall’altra parte e ascolta. Occorre una reazione sennò chi ci salverà? 

Insieme al chitarrista Federico Dragogna abbiamo potuto approfondire “Cronaca nera e musica leggera” cogliendo qua e là nuovi spunti di riflessione perché la musica non è solo piacere ma anche dialogo.

“Siamo lo sguardo dei bagnini / Quando credono di aver capito il mare” è ciò che si legge nel pezzo Bagnini che apre l’Ep “Cronaca nera e musica leggera”. La vita è così imprevedibile che tutti i nostri piani possono essere stravolti da un momento all’altro. C’è un’altra onda che sta per arrivare e ancora non ce ne siamo accorti e quando inizieremo a pensarci sarà troppo tardi? 

Non esiste un troppo tardi: la vita funziona così, come un grande ottovolante a percorso libero con, alla fine, la morte. Il problema è che nella narrazione che ci stiamo costruendo in questi anni ci stiamo dimenticando dell’imprevedibilità sostanziale della vita e, soprattutto, stiamo eliminando dal nostro orizzonte la morte che ormai vediamo come un’assurdità, un errore, un affronto. Quando è invece il punto di fuga di ogni nostra prospettiva. 

“Ho visto Nina volare, ho visto Nina cadere / Non ho visto più niente” è il ritornello del singolo Peggio di niente. La vita e la morte, la luce e l’oscurità, la cronaca nera e la musica leggera. Ossimori che raccontano un’istantanea precisa della nostra società e di quello che stiamo vivendo. In un anno e mezzo una pandemia mondiale ha sconvolto le nostre vite e adesso bisogna fare i conti con la precarietà lavorativa e il collasso della sanità mentale. Qual è la reazione che oggi serve e che non è ancora arrivata? 

Più che altro è stato un evento chiave per capire quale sia la gerarchia delle voci che contano in Italia, in ogni settore e in ogni fascia della popolazione. Evidentemente ci sono voci che hanno molto più volume di altre: un popolo di invisibili e senza voce non ha ricevuto nessuna tutela ed ha continuato a lavorare in fabbriche piene zeppe raggiunte con autobus pieni, mentre altri con appartamenti da 100 mq con terrazza e computer scintillanti si vantavano della loro prudenza e di quanto il lockdown fosse giusto ed etico. È stata una situazione difficile per tutti, ma le contraddizioni che ha fatto emergere e che abbiamo messo sotto al tappeto, sono tutta roba che c’era già e di cui certo non ha colpa un microscopico virus.

Nel video di Peggio di niente c’è un legame tra il vostro outfit così elegante e solenne [lo stylist è Nicolò Cerioni, ndr] e una tavola colorata e imbandita a festa. Eppure improvvisamente l’opulenza diventa caos e il bianco si macchia di un rosso sanguigno così vispo che è dappertutto. Qual è il significato di questo brano? 

Non credo che i brani abbiano significato: se bastasse una piccola sequela di parole a descriverli, non ci sarebbe bisogno di cantarli, suonarli e registrarli con attenzione a mille particolari la maggior parte delle volte non verbali. In questo caso, Peggio di niente è un brano di neanche 3 minuti, con un riff indiavolato, una batteria con un breakbeat particolarissimo, un testo che cita De André ma col cantato quasi hardcore, una copertina che cita Einaudi, un video in costume che diventa splatter. Che cos’è il significato in tutto ciò? È un tentativo di sintesi di un lavoro che sfrutta mille linguaggi e mille immagini, di un affresco che prima di tutto vuole travolgerti con tutti i colori che ha a disposizione. È una sintesi che lasciamo volentieri a voi. 

L’artwork dell’Ep “Cronaca nera e musica leggera” è un voluto omaggio da parte vostra alle collane Einaudi (precisamente Piccola Biblioteca Einaudi e Nuovo Politecnico) rese indimenticabili dal progetto grafico di Bruno Munari. Perché questa scelta? 

Perché è un peccato avere un quadrato bianco a disposizione (la copertina di un disco) e non farci niente di interessante, usarlo come farebbe un’azienda di biscotti o il depliant di una profumeria. Noi non facciamo biscotti e, a conti fatti, non stiamo neanche più vendendo nulla considerando che la musica è gratis. Quindi usiamo quello spazio per discutere e far discutere, e per recuperare pezzi importanti della nostra storia (nostra in quanto persone e in quanto italiani) come il genio di Munari a servizio dell’editoria. 

Questa domanda è rivolta a Davide. Tanti testi dei Ministri sono stati scritti da Federico dunque mi preme domandarti quanto è difficile per te interpretare e rendere credibili sul palco parole che in prima battuta non hai pensato tu?

È la cosa più bella del mondo. È un onore per me. Poter cantare quello che non è direttamente dentro la mia testa vuol dire comunicare implicitamente con un’altra persona. È un atto estremamente virtusoso, è sublimarsi. Io e Federico anche se a volte la pensiamo diversamente poi la sostanza è la stessa ed è facile trovare un’equilibrio. Lavoriamo, discutiamo, ci divertiamo ma soprattutto comunichiamo tra di noi. A volte gli artisti che si completano da soli finiscono alla svelta invece in questo modo ci si rigenera in continuazione. 

Cosa provate quando componete una canzone e poi vi rendete conto che non è più vostra perché il pubblico l’ha fatta sua e la canta insieme a voi sotto un palco? Che effetto fa?

Probabilmente quello che hanno pensato le nostre madri quando siamo usciti di casa: da una parte, timore di aver detto o meno tutto quello che c’era da dire, dall’altra, semplicemente, felicità.

“La nostra società fa da mediatrice tra due estremi: da un lato, una moralità intollerabilmente rigida e, dall’altro, un permissivismo pericolosamente anarchico; questo per mezzo di un tacito accordo secondo cui ci è consentito aggirare le regole della moralità piú rigida, purché lo facciamo in modo discreto e senza arrecare disturbo. L’ipocrisia è il lubrificante che permette alla società di funzionare in modo accettabile.” Questo è un frammento di pensiero di Janet Malcolm in “Il giornalista e l’assassino” (1990) che è stato ripreso anche da Bret Easton Ellis nel suo ultimo libro intitolato “Bianco” (2019). Cosa ne pensate? 

Parliamo molto di principi ma facciamo molta fatica a derivare da essi un’etica: ci piace ricordarli, citarli e poi prendere decisioni ignorandoli, schivandoli, dimenticandoli. L’ipocrisia nasce lì, nasce nel non avere il coraggio di accettare le conseguenze dei principi che si adottano. Ad esempio, un pilastro del liberalismo e della nostra idea di individuo, cioè il principio per il quale, finché non arreco danno ad altri, dovrei essere libero di fare sostanzialmente quello che voglio, a parole piace a tutti ma nella pratica viene acceso o spento a seconda che gli altri facciano cose che ci piacciono o meno.

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