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“Peter Gabriel 3”: il cambiamento della musica che partì dal ritmo e spaventò il regime dell’Apartheid

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A volte ci sono degli artisti che lasciano il proprio gruppo e si mettono a suonare delle versioni sbiadite di ciò che avevano fatto in precedenza. Ero determinato a non fare nulla del genere. Volevo fortemente un nuovo pubblico. Mi ci sono voluti tre dischi prima di acquisire una mia identità.

In queste poche parole, nel 2012, Peter Gabriel riassunse l’importanza del suo terzo disco solista nell’ambito della sua discografia. Il tentativo di distanziarsi dai Genesis, sia quelli prog che erano stati con lui, sia quelli pop che divennero senza di lui, era cominciato nei primi due dischi e, di per sé, stava riuscendo. Quello che era mancato fino a “(Melt)” era piuttosto una precisa cifra musicale che lo rendesse unico, regalando alla sua carriera solista un posto sicuro nella storia della musica. Problema risolto appunto con quest’opera, malgrado il patron dell’Atlantic, Ahmet Ertegun, che si rifiutò di pubblicare il disco in America, toppando per una volta clamorosamente nel corso di una carriera in cui portò al successo tanti di quegli artisti che non si possono nemmeno provare a citare qui.

“L’Atlantic non voleva proprio che uscisse” – ricorda Gabriel – “Ahmet Ertegun disse, ‘Che gliene importa alla gente in America di questo tipo sudafricano (Biko n.d.r.)?’ e ‘Peter è stato in un ospedale psichiatrico?’ perché c’era questa traccia strana chiamata ‘Lead a Normal Life’. Pensavano avessi avuto una crisi e registrato una merda di disco…..Io credevo di aver davvero trovato me stesso in quel disco e poi qualcuno lo distrugge in questo modo”.

Sennonché, nel Regno Unito esce il 9 febbraio 1980 il primo singolo, Games Without Frontiers che schizza al quarto posto in classifica, il risultato migliore della sua carriera solista fino ad allora. Tanto bastò a convincere la Mercury a sostituirsi all’Atlantic sul mercato americano e il disco poté uscire a maggio, in contemporanea con l’edizione europea della Charisma. E anche l’LP fu un successo senza precedenti per Gabriel: numero 1 in patria e in Francia, 22 in USA, 7 in Canada. Col senno del poi è facile, tuttavia riascoltandolo oggi appare assolutamente ovvio che si tratti di un capolavoro che non poteva non segnare un’epoca, anche commercialmente.

Ci piace immaginare che deve esserci stato un qualche momento nel corso della lavorazione del disco in cui Gabriel si è detto, o ha detto agli altri, “tutto sta nel ritmo”. Di fatto, questo è il disco in cui l’artista apre il suo percorso nella World Music, cui si interessò un po’ per caso: “Mi sintonizzai senza volere su una stazione radio olandese che suonava musica dalla colonna sonora di un oscuro film di Stanley Baker chiamato Dingaka. C’era un sacco di roba, credo, del Ghana. Ora non ricordo, ma mi colpì profondamente”. Fu evidentemente una folgorazione, al punto da portare l’artista a fondare, in quello stesso 1980, WOMAD, il festival internazionale di World Music che ancora oggi esiste.

Come nella musica africana (genericamente parlando), varie tracce di “(Melt)” si fondano sul ritmo e lo senti dall’inizio. Intruder si svolge su un pattern batteristico creato da Phil Collins, cazzeggiando in studio: due colpi di cassa seguiti da uno di rullante. Gabriel ne rimase folgorato e lo affidò alle cure del produttore Steve Lillywhite e del fonico High Padgham. Questi erano reduci da Making Plans for Nigel degli XTC sul quale avevano già cominciato a sviluppare un sound di batteria potente, che combinasse un forte riverbero con l’uso di un riduttore del rumore. Questa tecnica di produzione audio, chiamata “gated reverb”, fu affinata proprio con Intruder, quando Padgham incidentalmente accese un microfono appeso sopra la batteria di Collins, di quelli che si usano come interfono per comunicare in studio. Affascinato dal risultato, il fonico vi applicò una forte compressione e, voilà, cambiò la musica degli anni ‘80. Phil Collins non riuscì più a fare a meno per un pezzo del “gated reverb” e ci costruì sopra un sound e una carriera milionaria (vedi In the Air Tonight).

Nell’economia di “(Melt)”, il “gated reverb” non è che una delle tante genialate che contraddistingue il disco. La seconda fu: “via i piatti dalla batteria”. Avete mai fatto caso come lo sbattere continuo di piatti che fanno i batteristi rock occupi un sacco di “spazio”, lasciando la musica “senza respiro”? Gabriel sì se n’era accorto: “Prima di mettermi al lavoro, mi chiesi quali sono le cose che proprio non mi piacciono nei dischi rock. E una delle prima che mi venne in mente furono i piatti della batteria, che fanno ‘splash’ dappertutto occupando uno spazio incredibile nelle frequenze più alte. Se li rimuovi hai un territorio nuovo da esplorare. Così dissi: niente piatti”. Devo ammettere che prima di leggere queste parole, non mi ero nemmeno accorto che su “(Melt)” non ci sono piatti e ho allora cercato le foto del batterista Jerry Marotta seduto in studio dietro un set senza piatti. Da ex batterista, posso immaginare la difficoltà. Phil Collins, notoriamente di buon carattere, se la prese bene e si limitò a scherzarci sopra e chiedere a Gabriel cosa avrebbe dovuto farci con l’altra mano. Marotta sembra che protestò un po’ al momento ma, quando lo conobbi qualche anno fa, mi disse semplicemente: “Gabriel era un genio”. I piatti, strumento dalla storia millenaria, rilevante nella storia della musica asiatica, mediterranea e europea, non sembrano peraltro centrali in quella africana. Si ribadisce quindi la scelta di campo di Gabriel: ritmo e percussioni come in Africa.

4 delle tracce fondamentali di questo disco – Intruder, I Don’t Remember, Games Without Frontiers, Biko – cominciano con una percussione ipnotica che prosegue uguale per tutta la loro durata. Nei primi due casi, sono gli spettacolari Collins e Marotta a farci sobbalzare dalla poltrona grazie anche alla pompa fornita da Padgham. Per gli altri due pezzi invece, Gabriel ricorre a una drum machine marca PAiA, innovativa per l’epoca con ritmi programmabili. “Da batterista fallito, era una gioia per me poter disporre di un groove che non si ferma. Il suono non sarà il massimo, ma ho potuto creare i ritmi che desideravo. E una volta che hai impostato i ritmi, cambia il modo di scrivere. Biko, per esempio, ha solo tre accordi ed e’ probabilmente la cosa più semplice che ho mai scritto. Ma anche una delle più efficaci” – dice Gabriel, spiegando così il processo creativo che sta alla base di buona parte dell’album, partendo dal ritmo.

Biko in particolare è una canzone immensa. Comincia con la registrazione dei canti del funerale dell’attivista sudafricano. “Ciò che mi colpisce e’ che i canti non sono cupi, c’è quasi un senso di allegria”, raccontava Gabriel. Ecco che l’artista inizia a capire l’Africa e a portarcela in occidente. Dopo di che, arriva un tamburo surdo suonato da Collins, qualche effetto vocale in sottofondo e il nostro comincia a cantare una canzone di protesta alla Bob Dylan: “Settembre ‘77 / Bel tempo a Port Elizabeth / Tutto è normale / Nella stanza 619 della polizia”. E’ la prima (e non l’ultima) volta che Gabriel si occupa di diritti umani e fa venire i brividi mentre canta: “L’uomo è morto / Puoi spegnere una candela / Ma non puoi spegnere un fuoco”. Il tutto sostenuto dalla drum machine e da una melodia di cornamuse suonata al synth: “ho scoperto solo dopo che, in realtà, l’origine delle cornamuse è proprio africana”. Naturalmente, la canzone fu messa al bando in Sudafrica: il regime razzista ne ebbe, a ragione, paura. L’importanza che Biko all’epoca ebbe nello spiegare l’orrore dell’apartheid in Europa è difficilmente riassumibile qui. Uno di quei casi in cui un artista che vuole cambiare il mondo, effettivamente contribuisce a farlo con la sua arte. Bravo Peter, anche per aver sconfessato Ertegun: alla gente importò chi era Steve Biko.

Tornando alla musica, un’altra genialata dell’album fu la scoperta di un nuovo sintetizzatore, il Fairlight CMI, appena creato nel 1979 in Australia. Lo strumento fu sottoposto subito a Gabriel che se ne innamorò al punto da fondare una compagnia per importarlo nel Regno Unito, la Syco Systems. John Paul Jones dei Led Zeppelin fu uno dei primi clienti e si sente nell’ultimo disco del dirigibile, In Through the Out Door. “L’idea di registrare un suono trasformandolo in memoria solida e poterne controllare la velocità di riproduzione in tempo reale appariva davvero eccitante. Fino ad allora tutto ciò che catturava il suono era impresso su nastro. Il Fairlight CMI era come un Mellotron ma molto più affidabile e versatile”, ha spiegato Stephen Paine, cugino di Gabriel e suo socio nella Syco. “Peter è stato un’ innovatore” – dice Richard Chapelle, ingegnere del suono di Gabriel dal 1987 – “Fu una vera rivoluzione: l’hip-hop non sarebbe stato lo stesso senza i campionamenti. Il Fairlight cambiò il modo di realizzare gli album. “(Melt)” e Peter Gabriel 4 furono delle pietre miliari nella storia della musica”. E’ grazie al Fairlight che abbiamo quei suoni inquietanti, da film horror, sparsi su Intruder che risaltano così bene proprio grazie agli “spazi tra la musica” creati dall’eliminazione dei piatti…

Music for 18 Musicians” è un disco del 1976 del grande musicista minimalista, Steve Reich. Cosa c’entri il minimalismo con tutto quello che abbiamo detto finora, lo sa solo Peter Gabriel, nonché gli ascoltatori più attenti di “(Melt)”. Due tracce del disco, No Self Control e Lead a Normal Life, sono chiaramente ispirate all’opera. Vale la pena menzionare il lavoro che fa qui alla Marimba Morris Pert, strumento protagonista anche su Intruder con 3 assoli.

Insomma, la lista delle “genialate” di “(Melt)” è lunga e non possiamo menzionarle tutte. È un disco che inquieta (Intruder), che fa ballare (I Don’t Remember), che fa cantare a squarciagola (Games Without Frontiers), che fa riflettere sui drammi interiori (Lead a Normal Life) e su quelli socio-politici (Biko). E’ un disco che definisce al meglio quel movimento post-progressive che tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80, senza farsi troppo notare, reinventò la musica rock. A cura di vecchi eroi dell’epoca gloriosa del prog, come Gabriel e Robert Fripp (presente su questo disco alla chitarra, dopo aver prodotto il secondo disco solista dell’amico), oltre che del genio di Brian Eno, padre putativo di un movimento che continuava a spingere oltre i limiti di genere e stile. Musicisti che rifiutavano un prog ripiegato su se stesso, come in fondo era anche il neo-prog dei Marillion, o datosi all’arena rock (vedi gli Asia). Come spiega lo stesso Fripp, la musica progressive è “un’attitudinenon uno stile”.

Minimalismo, world music, tecnologia, passione per i diritti, sono alcuni degli attrezzi usati da Peter Gabriel, con questa attitudine, per costruire “(Melt)” e contribuire a cambiare per sempre la musica e il mondo (o almeno il Sudafrica), mentre trovava la sua identità musicale.

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