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“Uh Huh Her” di Pj Harvey, le conseguenze dell’amore

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Dopo la quiete eccitante del fortunato ( e bellissimo) “Stories From The City, Stories From The Sea“, la fama di Pj Harvey era montata come una marea e la chanteuse del Dorset era ormai la ragazza più in vista del rock’n’roll: più di un milione di copie vendute, il Mercury Music Prize, l’invito a partecipare alle Desert Sessions con Josh Homme, il primo posto nella classifica delle più grandi musiciste rock di ogni tempo decretato dai lettori della rivista Q, Marianne Faithfull che le commissionava mezzo album, and so on….Epperò, anzichè lasciarsi molestare dalla vertigine della fama, Polly Jean decise di turbare il decoro del successo con un album che scroccava al blues i riff più sporchi e lascivi per riempirci psicodrammi fatti di chitarre, rimmel, ansia e voluttà.

Uh Huh Her” rispolverava il décor dei primi dischi, anche se in mezzo a canzoni furibonde e viziose pendolavano ballate pensose a spina staccata intonate sul registro di una rabbia strisciante. La stessa di “Dry” e “Ride Of Me“, grosso modo, con la differenza che qua ormai era all’accettazione del tormento e del supplizio, e nella voce di sale di The Darker Days of Me and Him c’era la chiave per attraversare il fuoco e uscirne più forti.

Tempi diversi, lacerazioni che tornavano: “Uh Huh Her” era un album sulle conseguenze dell’amore e sui suoi risvolti più torbidi e crudeli. Le ballate, si diceva: su tutte, ecco The Desperate Kingdom Of Love, metà estasi metà dannazione, disperata e romantica assieme. Volutamente sabbioso ed imperfetto, “Uh Huh Her” fuggiva dalle trame estetizzanti di “Stories From The City, Stories From The Sea” per correre incontro allo stordimento  hard di Who’s The Fuck?, una colata lavica di riff  che ribadivano la refrattarietà alla normalità della cantautrice del Dorset. Il singolo The Letter era una scarica elettrica di metafore e allusioni sessuali e la minacciosa The Pocket Knife esibiva chitarre ferrose e vocazione da murder ballads.

In “Uh Huh HerPolly Jean faceva tutto da sola, dalla produzione in giù, lasciando giusto i tamburi al fido Rob Ellis. Ne veniva  fuori un album dal suono carnale e lo-fi, spoilerato dalla smorfia della foto di copertina, con la Harvey che saltava dalle chitarre al piano, dal basso ai synth insinuanti di The Slow Drug, mentre in Cat On The Wall aveva addosso la polvere del Rancho de la Luna dove erano andate in onda le Desert Sessions. Alcune canzoni apparivano incomplete, in via di definizione, avevano un margine di intervento da occupare, sembravano schizzi, bozzetti, e quell’appeal trasandato che si portavano appresso era chiaramente un codice di seduzione: It’s You aveva a che fare con l’innocenza del primo amore, The End era dedicata all’attore Vincent Gallo e con Shame la Harvey toccava il fondo del disinganno. L’idillio con la serenità di “Stories From The City, Stories From The Sea” s’era ormai consumato, puff, evaporato in una nuvola rossa, e Polly Jean era ancora confusa e infelice.

In “Uh Huh HerPJ Harvey cercava di dare una nuova prospettiva alle proprie nevrosi, le canzoni continuavano ad essere le tappe di una via crucis di stizza e frustazione, anche se la ragazza che aveva dormito col diavolo ormai aveva ormai imparato a dosare il veleno.

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