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Superbloom – Pollen

2021 - Autoproduzione
grunge

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Tracklist

1. 1994
2. Mary On A Chain
3. Hey Old Man
4. Leash
5. Muzzle
6. Nothing Else
7. Spill
8. Worms
9. Candy Glass Wrapper
10. Pollen
11.  Whatever
12.Twig


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Qualche giorno fa una persona, per carità, molto giovane, mi ha chiesto se ritenessi rock una band che ha vinto una competizione di massa parecchio ridicola e che oggi sta sulla bocca di tutti. Beata gioventù, che si aspettava rispondessi? Ho detto di no, ovviamente, ma avrei voluto ribattere andando più in là: “No, i Superbloom lo sono.” Ma già così il suo sguardo tipo “oh, beh, sei un vecchio” mi è risultato sufficiente.

Un’altra persona mi ha detto, con giusta veemenza per tutto il revival spesso fine a sé stesso, che gli anni ’90 non torneranno. È vero, poi vabeh, parlavamo di serie TV e di revival pressoché pietosi, di attori disastrati che riprendono un brand blasonato per uno per che fa ammattire le masse. Ma anche a questa persona, che invece è della mia generazione, consiglierei di ascoltare i Superbloom.

Non sono gli anni ’90, però, non siamo né a Seattle, né a Chicago. Siamo a New York City – Brooklyn per la precisione – è il 2021 e questi quattro ragazzi recuperano uno spirito mai domo, quello del grunge e dell’indie, quello non insozzato dall’essere etichetta del niente, quello, beh, degli anni ’90. Inutile stare lì a girarci tanto attorno, “Pollen” dovrebbe essere uscito in quella decade ma, in realtà, è perfetto che sia uscito ora. Come nel 2017 “No One Loves You” dei Blis., e sì, quel disco mi è ancora in fissa, e il fatto che il trio di Atlanta non stia tornando in scena un po’ m’intristisce. Ma è giusto così, le band sono catene di produzione. Quando sarà, sarà.

Intanto, dicevamo, “Pollen”. Quello che innescano qui i Superbloom è il ritorno alle origini. Una volta lo si sarebbe classificato come “post-grunge”, sapete bene di quel che parlo, Silverchair, Bush ma pure certe robine di Far e Chavez e via discorrendo, roba che è finita in heavy-rotation, ma che oggi non si cagherà nessuno, almeno qui, ai confini dell’Impero, all’interno dei quali ci siamo autoconfinati. Eppure prima ci magnavamo qualsiasi cosa, soprattutto che arrivasse dalla Grande Mela, ma non importa, andiamo oltre la polemica e immergiamoci in questo mare acre, anneghiamo lentamente nella potenza melodica che si sprigiona in questi dodici brani. C’è della maestosità nel modo in cui il quartetto incatena le chitarre, intrise di furia dal sound disincantato di ex-teenager che affrontano un mondo piatto e schifoso.

Prendete un brano come Spill (fanculo la continuity, è il settimo in scaletta) e tentate di tenere ferma la testa, i piedi, evitare il singalong, e pure la sensazione di aver già sentito tutto (si legge Nirvana), la decodifica del grunge sfregiato dal punk, anzi, dal pop-punk più lanciato. Riavvolgete il nastro (lo sto facendo apposta, sì), arrivati a Muzzle e la sua sontuosità acustica, morbido appoggio dopo spintoni e sberloni ampiamente distribuiti su 1994, Mary On A Chain, la furba e sorniona Whatever e Leash. Non paghi, altro salto avanti, verso la morbosa cantilena elettrificata di Worms, che infetta duro. Glass Candy Wrapper non stonerebbe affatto in un album solista di James Iha, anzi, ne eleverebbe il contenuto. Appena il tempo di assestarsi ed ecco le chitarrone di cristallo della title track, entrano di botto e schiantano tutto, vicinissime al plagio, che Billy Corgan potrebbe prendersi uno zinzinello male, oppure levare il calice e brindare alla lezione che, per una volta non è finita alle ortiche. Anzi, è fiorita.

Ok, mi pare chiaro che qui di nuovo non ci sia nulla di nulla, anzi, il senso di già sentito si affaccerà di continuo alla finestra, pronto a farvi i peggio gesti, ma non riesco a vederlo come un punto a sfavore. In una giungla di rock istituzionalizzato, innocuo, con pezzi che si somigliano irrimediabilmente tutti, un lavoro come questo non può che spiccare. Deve, è stato chiaramente orchestrato proprio per questo motivo. Ascoltiamolo e ricordiamoci di quello che abbiamo lasciato indietro in favore di non so cosa, del nulla.

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