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“Surrender”, il sigillo definitivo dei The Chemical Brothers

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Il nome ce l’avevano, il titolo del primo (vero) disco anche, ma un omonimo bastone fra le ruote ha rischiato seriamente di trasferire la musica in afone aule di tribunale. Il concept iniziale voluto da Ed Simons e Tom Rowlands, originari di Londra ma cresciuti nella Manchester di fine anni ‘80, prevedeva innanzitutto di nominarsi The Dust Brothers, raccontando poi attraverso Leave Home l’ingresso nel mondo degli adulti. Grandi amanti soprattutto di elettronica, fin dal primo approccio con la musica i due mischiano tastiere e sintetizzatori con tutti i restanti generi che li appassionano: post punk, house, rock, shoegaze, tutto fa brodo nei club della City di quei tempi.

Ma un duo che fa elettronica e si chiama allo stesso modo – da più tempo evidentemente – viene a saperlo e li minaccia di intraprendere azioni legali. Sono di Los Angeles e già abbastanza famosi, per cui Ed e Tom decidono di desistere. L’impedimento, tuttavia, fa la fortuna del duo britannico, perché l’avventura di lasciare casa si trasforma nell’epopea che racconta la fuga dal pianeta polveroso.

È il 1995, quando i neonati Chemical Brothers – che per il nuovo nome hanno ripreso il titolo di una loro vecchia creazione, Chemical Beats – irrompono sulla scena con “Exit Planet Dust”. Siamo nella Manchester di metà anni ’90, sulla scena Madchester sembra ormai calato definitivamente il sipario. Chi vuole fare musica ha due alternative: imbracciare le chitarre e cimentarsi nel britpop, oppure aderire all’imminente rivoluzione elettronica, che nel Regno Unito sembra avere la sua culla più comoda.

Prima delle scelte definitive, i Chemical avevano impressionato Noel Gallagher, il quale aveva letteralmente preteso di scrivere qualcosa insieme: quel qualcosa prenderà il nome di Setting Sun, che si piazzerà in testa alle charts britanniche al primo colpo. Poi Ed e Tom prenderanno la seconda strada, quella elettronica, riscrivendone il tracciato e creando di volta in volta nuovi sentieri. Nel 1997, “Dig Your Own Hole” (la cui starting track è appunto Setting Sun) impone al mercato il cosiddetto big beat, un sound che prende il nome dal locale di proprietà di Thomas Cook, o Fatboy Slim se più vi piace, un altro pioniere di questo filone. Il sinonimo però – giusto per capire l’influenza dettata da Ed e Tom – sarà chemical breaks.

Non è un genere nuovo, è una derivazione della grande famiglia elettronica. La particolarità risiede nel fatto che nel big beat si mischiano senza soluzione di continuità generi molto diversi tra loro, come dance, drum’n’bass, reggae, psych, rock, post punk e shoegaze, il tutto impreziosito da qualche cover che spunta qua e là.

Ciò che rende così efficace e credibile la musica dei Chemical Borthers è la miscela perfetta tra l’underground dei rave e l’assalto alle classifiche. Se “Exit Planet Dust”, subito al n. 9 in UK, era stata una rivelazione, la vetta di “Dig Your Own Hole” ne rappresenta la naturale conferma. Arriva così il momento del sigillo definitivo: il 21 giugno 1999 esce “Surrender”.

Ovviamente subito alla posizione n. 1, “Surrender” è un concentrato di tutto il percorso fatto dai due fino a quel momento. L’intenzione generale è quella di fare un disco maggiormente imperniato sulla sperimentazione, con particolare attenzione al genere house. Ma sperimentare nel gergo dei Chemical vuol dire mettere nel frullatore qualsiasi cosa e restare fermi ad ascoltare cosa ne viene fuori, ancora meglio se al miscuglio partecipano tanti amici.

Il primo singolo che proietta da subito il disco sul gradino più alto del podio delle vendite nel Regno Unito è Hey Boy, Hey Girl. Poi arriva Let Forever Be, che celebra l’amore per i Beatles e che rinnova la collaborazione con Noel Gallagher. Altro singolo che manda in orbita “Surrender” è Out of Control, per il quale viene chiamato in causa Bernard Sumner dei New Order. Ultima in ordine d’uscita dei singoli ma prima nella track list è Music:Response, altro omaggio, stavolta ai Kraftwerk.

Altre featuring si trovano nell’onirica Asleep From Day – nella quale spicca la dolcissima voce di Hope Sandoval (Muzzy Star) – e in quel riflusso psych che è la conclusiva Dream On, che non poteva andare ad appoggiarsi altrove vista la presenza di Jonathan Donahue dei Flaming Lips. Per il resto, i Chemical Brothers da soli mettono insieme un bel mix di declinazioni techno, dalla dance di Under The Influence e The Sunshine Underground, al formato slow di Orange Wedge, all’omaggio agli anni ’80 di Got Glint?, fino ai canoni orientaleggianti della title track.

Il primo cerchio dei Chemical Brothers si chiuderà nel 2000 con “Come With Us”, la cui title track sarà remixata da Fatboy Slim. Successivamente, approssimandosi i primi dieci anni di carriera, sarà tempo di celebrazioni, concerti e qualche flop commerciale. Il motore chimico tornerà a ruggire, più forte di prima, a partire dagli anni ’10: “Further”, “Born In The Echoes” il recente “No Geography” meritano più di un ascolto.  

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