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Back In Time

“Farm”, un ritorno al passato nel secondo tempo della storia dei Dinosaur Jr.

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Farm” faceva parte del secondo tempo della storia dei Dinosaur Jr., quello che era cominciato, dieci anni dopo il rompete le righe, con “Beyond“, un album un po’ di ispirazione e un po’ di mestiere, che però aveva il merito di aver rimesso in pista una delle rock’n’roll band  più eccitanti tra quelle emerse dal circuito indie nella seconda metà degli anni Ottanta.

Farm” era un ritorno al passato pieno di energia ospitale, come al solito felice di raptus elettrici, corde rotte, dita sanguinanti e ritornelli bulimici di struggenti melodie. J Mascis non era cambiato e, colore dei capelli a parte, sembrava lo stesso di quando aveva messo in piedi la banda: i santini di Neil Young e Robert Smith in saccoccia, l’aria placidamente irrequieta da fricchettone di provincia, e un falsetto che oscillava tra la rabbia e la pigrizia. Se J Mascis aveva continuato a sguazzare da solista in quelle pose da eroe per caso dell’alternative rock, dal canto suo il bassista Lou Barlow aveva affinato il vizio del songwriting contribuendo all’estetica lo-fi, prima coi Sebadoh e con i Sentridoh, e poi con i Folk Implosion, portando la sua faccia da nerd nelle zone residenziali delle classifiche con Natural One, un pezzo che stava sulla colonna sonora di Kids di Larry Clark.

Ciononostante, Barlow era arrivato alla soglia dei quarant’anni coi debiti alle calcagna, e stava cercando un modo per uscirne, confidando sul fatto che la disgrazia spegne odi e gelosie, come diceva Jean de La Bruyère. Inizialmente, la reunion prevedeva solo qualche esibizione dal vivo, giusto per capire se gli anni avessero realmente sedimentato le ostilità tra i due, e se in qualche maniera fosse possibile ricomporre il glorioso sodalizio. Un po’ per convenienza, un pò perchè il carosello del tempo non porta con se solo vendette, Mascis e Barlow (Murph, il batterista, voleva solo suonare) decisero di cogliere l’attimo e prolungare la tregua fin dentro lo studio di registrazione. “Beyond” scaldò cuori e penne dei critici che erano cresciuti a pane e “Bug“, il nome dei tre riprese a girare tra vecchi e nuovi apostoli del Verbo e “Farm” confermava la ritrovata vena con un suono che aveva addosso il fuoco dei vent’anni e l’esperienza delle mille e passa notti spese a far saltare il cervello a quelli troppo vicini agli amplificatori.

In “Farm” non c’era niente di veramente nuovo, brandelli del passato riecheggiavano tra il rumore e le smancerie pop, ma quello che colpiva era lo slancio da garage band, l’impeto giovanile, l’entusiasmo della prima volta, come nel rincorrersi travolgente di riff e ritornelli dell’iniziale Pieces, o in Over It, un power pop a base di sole, wah wah, Vans e skateboard. Quando la cascata di decibel s’acquietava, emergevano la voce ferocemente malinconica  e gli assoli alla chitarra di Plans, un pezzo che scontava la condanna del troppo amore per i Crazy Horse altezza Cortez The Killer. Di “Zuma” e anni settanta profumavano pure See You e I Don’t Wanna Go There, mentre Ocean In The Way portava gli Hüsker Dü in gita a Laurel Canyon. L’esperienza maturata fuori dai Dinosaur Jr aveva reso Murph e Barlow (che metteva sul piatto Your Wheater e Imagination Blind) musicisti più eclettici, mentre J Mascis continuava a sciorinare le sue litanie da disadattato con quell’atteggiamento weird di sempre che alla fine salvava pure una ballatona da accendino come Said The People. In There’s No Here la chitarra tachicardica di Mascis faceva a corsa col vento, e Friends incrociava Meat Puppets e Creedence Clearwater Revival.

I Dinosaur Jr. di “Farm” erano ancora la band che aveva stregato Henry Rollins e David Bowie. Tra i tanti.

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