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L’editoria(m)ale – Il coraggio di suonare (qualcosa che non assomigli a null’altro)

Nei decenni passati la musica italiana è riuscita dove in tanti hanno fallito: fare proprio il sound dell’apocalisse, trasformare in musica il rumore sferragliante del disastro. Oggi, nonostante la situazione lo richieda forse ancora più di ieri, questo non accade più. In Italia sembra non esserci più la volontà di creare un’alternativa e di farne parte in maniera orgogliosa, appiattendosi piuttosto su una lunga sfilza di dischi convenzionali. In poche parole, che fine abbiamo fatto?


Tira davvero una brutta aria in Italia da qualche tempo a questa parte. Non stiamo pensando all’ascesa dei Måneskin o alla febbre giornalistica da essa derivata, un malanno che ha comunque afflitto tutta la stampa di settore e su cui apriamo comunque una piccola parentesi. La cosa triste peraltro è che non ci riferiamo alle “grandi testate generaliste” – non ci sarebbe d’altronde nulla di strano, l’equazione gruppo pop-testata popolare è perfetta – ma a tutte quelle realtà che fino a ieri l’altro si riempivano bocca, penne e tastiere di “musica alternativa” e che oggi se uno dei componenti del gruppo in questione, malauguratamente, picchia una scoreggia in pubblico, subito si lancia in paragoni azzardati con Marc Bolan o chissà chi altri e chissà perché. No, l’aria brutta che spira è quella del mondo non-allineato. Un mondo sempre più vuoto, abbandonato se non dimenticato.

La tendenza propria della cosiddetta Generazione Z di tirare su un muro, spesso ignorando ciò che fu, illudendosi del fatto che se una cosa è nuova (nel senso di uscita letteralmente oggi) allora è nuova in generale, un terreno mai battuto, è diventata appannaggio anche delle generazioni precedenti. Andiamo avanti senza che ci sia terreno fertile su cui costruire qualcosa. Eppure ce ne sarebbe. Il problema grave che è entrato da un po’ nel nostro campo visivo coinvolge in realtà l’assenza di musica conscia del contesto marcescente in cui siamo calati.

In decenni come quelli degli ’80, ’90 e primi Anni Zero – ancora piagati dal berlusconismo imperante – c’era tutto un proliferare di gruppi, artisti o interi collettivi capaci di raccontare come il nostro Paese stesse avviandosi verso un baratro impossibile da evitare. Corruzione, malaffari, attentati e stragi di stato, picchiate economiche e sociali da far venire le vertigini al fu Patrick de Gayardon: tutto questo finiva in qualche modo nella musica, che aveva la capacità di narrare i fatti ponendo le basi per la produzione degli anni a venire. Pur prendendo a prestito i metodi delle avanguardie o comunque del già conosciuto, li abbiamo resi nostri, italiani, senza per questo risultare scontatamente nazional-popolari.

In quegli anni siamo riusciti dove in tanti hanno fallito: fare nostro il sound dell’apocalisse, trasformare in musica il rumore sferragliante del disastro. Che si parlasse apertamente di politica o che si scandagliassero le più recondite nicchie dell’animo, schiacciati da una realtà che si voleva scardinare, si cercavano strade realmente alternative che non si potessero ritrovare altrove. Nulla di quanto si produceva in quegli anni si poteva ascrivere ad una scena piuttosto che a un’altra, nasceva qui perché qui e solo qui avrebbe potuto nascere ed esistere.

Tutto ciò ci è venuto in mente pensando, come spesso facciamo, ai Laghetto ai Raein, ai La Quiete agli Zu, ai Disciplinatha, Massimo Volume, Uochi Toki, CCCP/C.S.I., Starfuckers, One Dimensional Man, Bologna Violenta, Bachi da Pietra (almeno fino a “Necroide”), Gaznevada e Skiantos, all’hardcore Ottanta e Novanta, ma anche al primissimo “cantautorato punk” de Le Luci della Centrale Elettrica, a tutte le compagini industrial e post-industrial, tipo CCC CNC NCN o SIGILLUM S, o ancora al “rock” di Fluxus, Spiritual Front, Klimt 1918, perfino ad idee di pop non convenzionale, come quello di Bluvertigo, Subsonica o dei primi Baustelle. Potremmo andare avanti per molto tempo, ma il punto l’avete capito. Con il passare degli anni si è sempre e comunque trovata una “nuova generazione” in grado di opporsi al gusto comunemente inteso come “giusto”, al sound istituzionalizzato e venduto come moda a destra e a manca.

Nel bene e nel male, ogni primo semestre e a fine anno facciamo una panoramica delle uscite discografiche e il dato che domina tutto, quando si tratta di entrare nel merito del nostro panorama nazionale è uno soltanto: l’assenza quasi totale di dischi scomodi, sia dal punto di vista tematico che meramente musicale. Con questo non vogliamo dire che manchino gli spunti o gli album belli in senso stretto, qualcosa c’è sempre, ma spesso deriva dai “grandi vecchi” della “scena”, che siano i gruppi che ancora resistono o nuovi progetti ad essi legati, questo è. Mentre al di fuori dei confini stiamo assistendo alla nascita – o alla crescita – di band GIOVANI che si disallineano, qui manca la terra da sotto ai piedi. Eppure la situazione sociale che stiamo vivendo richiederebbe qualcuno capace di schierarsi al di fuori dalla massificazione, dall’anelito a X-Factor (che non è un problema, ma una conseguenza), che compongano qualcosa che faccia alzare un sopracciglio e arricciare il naso a tutti i fan della next big thing di turno, un’alternativa.

Ecco, questo il punto: l’alternativa non c’è, e non sembra esserci volontà di crearla. Se prima c’era l’Anti-MTV Day, oggi un Anti-X-Factor Day non c’è e non è nemmeno fantasia più recondita, e c’è modo di credere che non lo sia perché vi è assenza di quella materia prima che potrebbe farlo nascere: la volontà. E le band. Parlare male di certe cose, fare fronte comune per spingerle fuori dal proprio mondo, è vietato. Lo dice bene nella sua rubrica Luca Frazzi sul numero di giugno di “Rumore”, parlando del dilagare di quella che non teme di chiamare “musica di merda”: “Musica di merda della quale a quanto pare è vietato parlare male.” Tremendamente vero, raggelante, come non solo i critici, ma anche i musicisti se la facciano sotto a colpire duro sotto la cinta di quello che a tutti piace. A farlo si rischia (e non date tutta la colpa ai social, Cristo) di essere dimenticati, lasciati indietro, stigmatizzati e allora perché rischiare?

La paura non solo di non essere “nel giro giusto” ma proprio di non volerne nemmeno creare un altro in cui sentirsi a casa. Una scena, se volete, fatta di band riconoscibili e che altrove non si troverebbero nemmeno scavando a fondo. Il nostro resta un quesito su cui ci stiamo spaccando la testa da un pezzo: che fine abbiamo fatto?

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