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“Scraps At Midnight” di Mark Lanegan, un palco di rose rosse e pacchetti di Marlboro

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Avevo 21 anni e me lo ricordo bene io, il Binario Zero, il locale di musica dal vivo in via Porro Lambertenghi a Milano, in zona cimitero monumentale e quella sera d’autunno del 1998 suonava Mark Lanegan, ingresso 7000 lire. Niente biglietto, niente prevendita, niente coda. Entravi, avevi il bar sulla sinistra e il palco di fronte, e insomma quella sera arrivammo, parcheggiando tranquillamente a pochi metri dall’ingresso, prendemmo una birra, la scolammo lì e ne prendemmo un’altra e ci avvicinammo al palco in attesa che Lanegan uscisse a suonare. Nostalgia? No, ma che dite? Perché mai?

Comunque di gente ce n’era, certo, più o meno una settantina di persone che, dato il locale piccolo, non dovevano stiparsi sotto al palco per vedere meglio, mal che ti andava stavi a dieci metri di distanza e vedevi tutto tranquillamente. Tra di noi si aggirava anche uno strano tipo, si vedeva che era della ciurma li Lanegan: magro, pallido in una grossa camicia rossa e buio in volto come pochi. Era Mike Johnson, chitarrista, nonché bassista dei Dinosaur Jr. dopo che Mascis aveva licenziato tutti. Mike Johnson accompagnava e apriva questo tour europeo di Lanegan. In pratica, l’unico musicista che è riuscito a sopportare Lanegan e Mascis nel corso di una sola carriera.

Photo: Charles Peterson

Mike Johnson infatti aprì il concerto semplicemente seduto, chitarra acustica e voce e le sue canzoni di una tristezza insondabile ma il pubblico era lì ad applaudirlo, quelle 70/80 persone sapevano chi avevano davanti. Finito l’opening act di Mike, ci fu una lunga pausa, il pubblico crebbe fino a superare il centinaio e qualcuno, sfinito dall’attesa urlò: “Laaaaaanegan”.

Mark e i musicisti, incluso Mike alla chitarra, fecero l’ingresso sul palco. Mark aveva la sigaretta già accesa e iniziò a promuovere il suo nuovo album “Scraps at Midnight”. Tra un’infinità di rose rosse che arrivavano dal pubblico e una quantità da perdere il conto di Marlboro fumate, Lanegan regalò un’ora di scaletta composta anche da alcune tracce di “Scraps at Midnight”. Ricordo che ad un certo punto ci stupimmo quando si accese la novantesima sigaretta e ci fu un momento quasi di imbarazzo, anche Mark ci guardò e pronunciò un secco “I smoke” provocando, suo malgrado, l’ilarità generale. Anche perché, secondo le fonti non ufficiali dell’epoca, Lanegan si era appena disintossicato e aveva voglia di intraprendere un discorso musicale più ortodosso, a modo suo, si intende, perciò diede alle stampe il suo terzo lavoro.

Quello che in parte presentò quella sera, lo capimmo subito, era il suo lavoro sino ad allora più maturo, scritto meglio, il lavoro che lo preparava a diventare la figura iconica degli anni a seguire, neanche l’ombra di Screaming Trees se non alla fine, quando concesse, quasi obbligato, una Invisible Lantern probabilmente inserita in scaletta dal manager per contratto o forse per confermare la fine del sodalizio artistico con i fratelli Conner scioltosi l’anno precedente. Ma il concerto fu anche trampolino per Hospital Roll Call, pezzo che, appunto, anticipava le sonorità del Lanegan a venire e ballate come Hotel e Last One in the World e tutte quelle caratteristiche che arrivavano dopo la prima parte della sua carriera solista con i primi due Lp. Era Lanegan che entrava in una nuova fase, quella in cui si allontanano le strade dello stato di Washington e si aprono quelle del cantautore sempre maledetto ma avvolto da un’aura di maledizione legittima che abbraccia il riconoscimento internazionale, la carriera da solista professionista prendeva forma e quella voce inconfondibile era alla sua consacrazione definitiva.

Il concerto finì, e Mark uscì dal tendone delle quinte alla destra del palco, si fermò fuori dalla tenda per metà, e l’altra metà, come da copione, nell’oscurità. Ci avventammo per stringergli la mano e lì vidi per la prima volta le croci tatuate sulle sue mani, non comprai il cd poiché avevo speso già la bellezza di 15000 lire in birra, non mi feci fare l’autografo, gli strinsi la mano e gli dissi qualcosa in modo molto goffo, tipo “Bel concerto” e lui mi ringraziò con una specie di brevissimo verso gutturale.

Oggi rivedo quei momenti e ringrazio qualunque dio per avermi fatto vivere quegli anni anche se per il rotto della cuffia.

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