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King Woman – Celestial Blues

2021 - Relapse Records
doom metal / shoegaze

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Tracklist

1. Celestial Blues
2. Morning Star
3. Boghz
4. Golgotha
5. Coil
6. Entwined
7. Psychic Wound
8. Ruse
9. Paradise Lost


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Sarò brutalmente onesto: quando qualche anno fa ascoltai “Created In The Image Of Suffering”, il debutto sulla lunga distanza di King Woman, progetto solista di Kristina Ensfandiari, non rimasi particolarmente colpito e passai oltre. Ben poco del gruppo mi aveva lasciato qualcosa su cui riflettere. Altra storia, invece, quella di “Celestial Blues”.

A partire dal titolo, il secondo album della formazione di stanza a New York è andato a recuperare quell’attenzione sfuggita via tempo addietro. “Celestial Blues” nasconde già solo in queste due parole l’intenzione di sovvertire le regole “infernali” che permeano l’idea di “blue”, riportandole su un altro piano dell’esistenza, un piano che vede le Sacre Scritture diventare l’archetipo da piegare al proprio volere per raccontare una storia fatta di dolore e trionfo, momenti di smarrimento e speranza di ritrovarsi in fondo ad un percorso che gronda oscurità.

Figlia di immigrati iraniani e serbi e cresciuta circondata dai dettami del Rinnovamento carismatico cattolico (confessione che prevede glossolalia, esorcismi, miracoli e altre amenità simili), Kristina va a riprendere i racconti della Bibbia e li rimodella attorno a sé e lo fa rendendo le parole più umane che mai, parole che sanguinano attraverso la sua voce, capace di voli diafani e abissi di rabbia, ponendola nel mezzo delle grandi voci dello spirito pesante di Karyn Crisis e Otep Shamaya.

L’album è un maelstrom emotivo in equilibrio tra paesaggi devastati e cieli tersi, sferzati dalle chitarre di Peter Arensdorf e la batteria di Joseph Raygoza. Si compone, di passo in passo, un mosaico variopinto che passa dalle aperture mediorientali e spirituali di Golgotha, a gospel cantati in ginocchio come Entwined (la cui richiesta straziante di pace interiore rivolta ad un paradiso vuoto fa davvero male), grida disperate in grado di sgretolare mura e cuore come si evince nella sanguinosa Psychic Wound e la feroce Coil, diamanti grezzi come Morning Star e l’allucinante Boghz, dai ferali accenti shoegaze che si schiantano sulla durezza marmorea della distorsione che tutto lambisce e brucia in un incendio interiore che pare durare in eterno.

L’altro elemento che mi ha lasciato attonito è la splendida copertina, con Ensafandiari di spalle, le cicatrice di ali come un ricordo ben più che doloroso, vestiti in pvc che rendono l’idea di punizione umana e sensualità distorta e una sigaretta che si consuma sotto le luci artificiali a spezzare il buio.

Un lavoro ben più che ambizioso, che supera i limiti di certa musica e arriva in fondo allo spirito, strappandolo dalla sua sede, qualsiasi essa sia.

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