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Descendents – 9th & Walnut

2021 - Epitaph Records
punk-rock

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Like the rest of you guys we grew up with punk rock music bands like Black Flag, TSOL, Bad Religion… and the Descendents!

In un live dei Pennywise, per introdurre la cover di Minor Threat, Jim, il cantante, si rivolgeva così al suo pubblico, elencando ciò che in California, di più rappresentativo, i kids ascoltassero sin dagli inizi degli anni ’80. I Descendents provavano a Long Beach, in quegli anni, all’incrocio tra la Nona e la Walnut: avevano lì la loro sala prove, la loro tana. Si chiamavano Milo, Frank, Tony e Bill. Scrissero alcuni brani che non riuscirono mai a pubblicare, nemmeno anticipando la morte di Navetta nel 2008.

Il loro ottavo album in studio, che si intitola proprio “9th & Walnut”, racchiude dei brani che furono sì registrati in quella sala prove, ma che non vennero mai pubblicati su un supporto, per così dire, “materiale”.  La scelta di Aukerman e soci di pubblicare come “postumo” un disco del tutto nuovo, può apparire abbastanza banale, ma non lo è affatto. Questo si chiama punk rock e se vogliamo proprio trovare una pecca in questo “9th & Walnut”, ecco allora il solito confronto, impietoso, verso il disco che lo precede, un disco ovviamente di inediti. L’ultimo disco dei quattro di Lomita fu, infatti, quell’ “Hypercaffium Spazzinate” che lasciò tutti di stucco per quanto riuscì ad impattare sulla scena punk contemporanea, arrivando a sua volta dopo ben dodici anni dal precedente disco full length “Cool To Be You”.

Nella sua “retroattività”, però, “9th & Walnut” suona come un disco enormemente attuale, capace di sprigionare grinta ed anche abbastanza rocambolesco, spaziando dalla ruvidità di brani come Crepe Suzette e It’s myhair alla malinconia di Nightage, per esempio. You make me sick è clamorosamente ultima onda e avrebbe potuto comparire comodamente in “Everything Sucks”, ma i paragoni con l’attuale produzione dei Descendents, per quanto riguardo questo periodo storico, lasciano il tempo che trovano. Forzature di giudizio e sommarietà varie non fanno al caso nostro.

Ci sono i ritornelli, ci sono le cantilene, ci sono i “Go!”, ci sono gli stacchi di basso e le chitarre sono di stampo puramente west-coast. Siamo al cospetto di un disco pubblicato non per alimentare nostalgie e rimpianti, ma per intassellare un capitolo, secondo me importante, nella storia di questi eroi del punk rock mondiale. I’m Shaky capolavoro inestimabile e copertina del disco strana, bluastra.

Ovviamente su Epitaph.

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