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Tré Burt – You, Yeah You

2021 - Oh Boy Records
songwriting / americana

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Tracklist

1. I Cannot Care
2. By The Jasmine
3. Carnival Mirror
4. Funny Story (Song for Eva)
5. Ransom Blues
6. Me Oh My
7. Bout Now
8. Sammi’s Song
9. Sweet Misery
10. Dixie Red
11. Solo
12. Tell Mary


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“Ehi tu, proprio tu / Con chi altro pensi che stia parlando?”: non puoi sfuggire a quello che Tré Burt ha da dirti. Ma è un messaggio anche rivolto a se stesso, spiega il cantautore nell’intervista a Impatto Sonoro. Un memento: non puoi smettere di vedere la realtà. 

“Pensavo che bere alcool fosse tutto ciò che mi serviva / ma serviva solo a  rendermi triste e miserabile / Allora ho preso a farmi le canne / e l’unico effetto è stato di peggiorarmi la memoria”, canta in Me, Oh, My. Non ci sono vie d’uscita facili allo stato del mondo, dunque. Quella di Tré Burt è una protesta, è il ritorno della protest song, senza le illusioni e le ingenuità del flower power di cinquant’anni fa. Ma non vi è neppure in lui troppa rabbia, tipica (e comprensibile) di tanti suoi fratelli e sorelle afro-americani/e. 

Prendi By The Jasmine; una storia realmente accadutagli. Lui che se ne stava accanto a un gelsomino, facendosi gli affari propri, nel suo stesso quartiere e la polizia che viene a dargli fastidio, chiamata da una signora bianca che chissà cosa temeva, solo per il colore della sua pelle. “Afferrò il telefono / E chiamò 911 / In pochi minuti / Dante era scomparso / Quando Dante si svegliò, avrebbe preferito di no / Avrebbe preferito avere un pò più di tempo per sognare”. 

Anche se non puoi sfuggire a quello che ha da dirti, Burt la prende con una certa leggerezza filosofica la sua protesta. “Un filosofo in blue-jeans”, scrivono di lui. Che prende con leggerezza le sue canzoni, la sua musica, anche. Malgrado sia una musica che affonda le sue radici in una tradizione secolare. Di Bob Dylan sembra avere pure la voce nasale. John Prine, il suo mentore che gli ha dato un contratto discografico, è l’altro riferimento ovvio. Ma questa è una musica che viene da ancora più lontano, che affonda nel vecchio blues dei neri e nel vecchio country-folk dei bianchi. É una musica senza tempo, così attuale e così classica. 

Voce soprattutto e pochi strumenti; chitarra acustica in primo piano. Bout Now colpisce subito per un bel giro armonico che la introduce, fino a che la voce entra, nasale e pastosa, gracchiante quando serve. Un pò di tastiere, basso e percussioni e il gioco è fatto. La stessa formula si può sentire in Sweet Misery, un altro degli episodi più ispirati del disco, insieme a Carnival Mirror, Funny Story e Tell Mary, direi, anche se risulta difficile tracciare gerarchie tra le dodici tracce del disco. Alla produzione c’è Brad Cook, giovane produttore già al lavoro nel recente passato con Bon Iver, Ani Di Franco e Sharon Van Etten, tra gli altri. 

A Tré Burt piace osservare gli altri; piace osservare se stesso; piace una bella storia e gli piace raccontarle. È un’eterno ritorno, quello che racconta. Di razzismo, di tristezza, di abusi, ma anche di speranza, in fondo. Una speranza che, sembra dire, dobbiamo cercare in noi. Nella musica, nella natura come sembra suggerire il video di Dixie Red (dedicata al compianto John Prine), nella letteratura, nell’arte, sempre pronte a consolare la nostra “dolce infelicità”.

“E alla fine è confermato, dolce infelicità / Puoi seguirmi fino alla fine del mio cammino / Ma devi ancora passarmi attraverso”

Un disco che si fa amare e che viene voglia di ascoltare in repeat, per soffermarsi ripetutamente su armonie, melodie e testi che disegnano una malinconia leggera e intensa allo stesso tempo.

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