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Back In Time

“Fire Of Love”, il fuoco distruttivo e purificante dei Gun Club

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Jeffrey Lee Pierce era un’anima dannata, uno spirito vizioso fuggito dall’inferno alla ricerca di un qualche esorcismo per togliersi di dentro il fuoco malvagio che lo divorava. Era uno zombie punk con fucile e chitarra a tracolla, e fondò il Circolo delle Pistole per accompagnare, col rock’n’roll più lascivo e depravato che si fosse mai udito, le proprie perversioni. Con un’aria a metà tra un Marlon Brando di ritorno dall’apocalisse e un Alan Vega emerso dalle paludi del Mississippi, Jeffrey Lee Pierce confuse vita e palcoscenico sino a farne un munico, continuo, disperato e stordente colpo di teatro.

Da sempre tormentato dal senso di vuoto e di morte, Jeffrey Lee Pierce trovò la propria strada allo stesso incrocio dove Robert Johnson vendette l’anima al diavolo: ci arrivò col passo svelto del punk e con lo sguardo alienato e il fare dissoluto di chi sapeva di non poter resistere all’oblio. Ad accompagnare l’uomo che si comportava come se fosse Elvis, Jim Morrison e Iggy Pop tutti insieme, e che era ossessionato da Deborah Harry dei Blondie fino a cercare di assomigliarle persino fisicamente, c’era una band che portava il punk nei juke joints del Sud: su tutti, Ward Dotson, un chitarrista che incrociava le strade di fuoco di Los Angeles coi pantani del Delta, e che aveva da poco sostituito quel brutto ceffo di  Kid Congo Powers, appena migrato nei Cramps e che in seguito finirà alla corte di Nick Cave.

Inciso in soli due giorni e prodotto con un budget da fame da Chris D. dei Flesh Eathers e Tito Larriva dei Plugz, “Fire Of Love” era ambientato nelle zone più squallide dell’iconografia americana e invocava lo spirito dei vecchi bluesman per farli danzare attorno a un fuoco che era insieme distruzione e purificazione. Le canzoni di “Fire Of Love” erano il precipitato di un mondo violento e misterioso, il residuo spaventoso e magico di un rito voodoo, facevano esplodere la tradizione per ricomporla aggiornata alle disillusioni del post ’77.

La chitarra sferragliante e le frenesie oscene di Sex Beat alzavano il sipario su un disco che suonava come un’orgia tra fantasmi, con Jeffrey Lee Pierce che mugolava i suoi deliri erotici come in un rituale sciamanico.La sovrannaturale She’s Like Heroin To Me aggiungeva la droga al sesso, e la teatrale e declamatoria For The Love Of Ivy era uno psychobilly da montagne russe dedicato alla conturbante chitarrista dei Cramps. Ghost On The Highway faceva l’elettroshock al country, Cool Drink Of Water collegava i puntini fra blues e alcool, Black Train raccontava di fuorilegge e fughe in treno e  la cover di Preaching The Blues riportava il diavolo lontano dal salotto di Eric Clapton.Quella American Music che i Blasters avevano qualche mese prima omaggiato aprendo di fatto la stagione del roots-rock, veniva ora scandagliata nei suoi recessi più torbidi e truci, e il punk blues tribale dei Gun Club divenne subito la musica più spericolata e pericolosa in circolazione.

Sopra “Fire Of Love” incombeva un sole nero da tragedia imminente, da fine dei tempi, e Jeffrey Lee Pierce condensava nelle sue canzoni una follia che l’avrebbe portato all’autodistruzione. Dopo “Fire Of Love” almeno altri tre dischi da antologia (“Miami“, “The Las Vegas Story” e “Wildweed“, quest’ultimo da solista), dopodiché Jeffrey Lee Pierce tornò per sempre da dove era venuto.

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