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Back In Time

“Electric Warrior”, il vangelo glam rock dei T.Rex

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Qualunque cosa avesse in mente, di certo la scintillante apparizione di Marc Bolan al Top Of The Pops nel marzo 1971 ne fece quella rock’n’roll star che aveva sempre sognato di essere: davanti la tv, migliaia  di teenager sembrava non aspettassero altro che quel nuovo messia in camicia argentata, calzoni in satin, lustrini e glitter sotto gli occhi.

Come per il Dylan della svolta elettrica, gli adepti dello psycho folk visionario influenzato dai racconti di Tolkien e dalle opere fantasy dei tempi dei Tyrannosaurus Rex gridarono al tradimento, ma ormai il variopinto carrozzone del glam rock era partito, portandosi dietro alieni androgeni e calciatori falliti, futuri baronetti e drag queen, ex hooligans e dandies in doppiopetto.

Fu breve ma intensa l’esperienza del rock col rossetto, e sebbene talvolta seppellita sotto make-up imbarazzanti e scambiata per fenomeno di costume, la spavalda follia di alcuni che attraversarono quella stagione generò dischi nodali nell’evoluzione del rock tutto, a cominciare da “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars” di David Bowie, il primo delle New York Dolls, “For Your Pleasure” dei Roxy Music e “All The Young Dudes” dei Mott the Hoople. Questo “Electric Warrior ” dei T.Rex inaugurò il genere e ne fu subito pietra angolare, con l’affabulatore Bolan capace di illuminare le proprie pose da ballerino cosmico con un boogie rock semplice e licenzioso, asciutto e sensuale. Era quello che voleva una parte del pubblico giovanile, evidentemente estraneo sia all’etica hippy sia alle pretese intellettuali del rock sinfonico: Bolan, ex modello e campione di dandismo e vanità, raccolse tempestivamente l’urlo sommesso di quella generazione che reclamava la stessa eccitazione di chi aveva visto per la prima volta Elvis o i Beatles all’Ed Sullivan Show. Per molti, fu come fuggire di prigione, e i T.Rex divennero in breve il complesso più famoso del Regno Unito col loro bubblegum rock divertito e divertente.

(c) Ron Howard-Redferns

Orchestrato dall’uomo che poi lanciò David Bowie, il lungimirante produttore Tony Visconti, “Electric Warrior ” riportava indietro le lancette del rock’n’roll saltando molto di quello che nel frattempo era accaduto, e la voce ammiccante e ruffiana di Marc Bolan accarezzava i sogni e le fantasie degli adolescenti con le sue favole surreali ed ambigue (la bellissima Cosmic Dancer, su tutte), provocando scene d’isteria collettiva come non si vedevano dai tempi dei Fab Four.

Appena uscito, “Electric Warrior” intasò subito le frequenze delle radio inglesi coi riff chuckberriani della Les Paul e i fiati dell’ irresistibile Get It On, col beat fifties di Jeepster, con le ballate Life’s a Gas e Girl. Prigioniero di un ego incontrollabile, l’eccentrico Marc Bolan era ormai il principe dionisiaco del glitter rock: con Lean Woman Blues metteva rimmel e mascara al blues, e Monolith era un languido soul che sembrava arrivare dallo spazio.L’anno dopo l’uscita di “Electric Warrior“, e per due sere di fila, centomila anime riempirono la Wembley Arena di Londra per ascoltare (e vedere) quel geniale folletto che girava con un cilindro in testa e un boa di piume rosa attorno al collo: sul palco c’erano pure Elton John e Ringo Starr, e fu proprio quest’ultimo a riprendere l’evento e farne poi il film-documentario intitolato “Born To Boogie”.

Qualche disco dopo Marc Bolan lasciò il trono a David Bowie e, nel settembre del ’77, a nemmeno trent’anni, finì la sua corsa su di un palo d’acciaio sulla Queens Ride, a qualche minuto da casa.Lì dove ora sorge il Marc Bolan’s Rock Shrine, una specie di santuario dedicato alla memoria dell’uomo che coi T.Rex aveva scritto il vangelo del glam rock.

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