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Back In Time

Un album, una fiaba: il fantastico mondo dei Mercury Rev di “Deserter’s Songs”

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Deserter’s Song” non è un semplice album, è una pietra miliare del dream pop e non solo. Passato, nostalgia, gli anni migliori della nostra vita, presente, futuro, mondi paralleli e trasognanti e potrei continuare all’infinito in questa elencazione di atmosfere che, sembra strano, ma fanno tutte parte di questo disco.

Il quarto album in studio dei Mercury Rev, quasi sicuramente il loro migliore, è un sincretismo di epoche storiche lontane e vicende personali narrate nelle tracce. Lisergico, è una fusion di stili musicali strenuamente influenzato dalla musica classica, dal jazz, dal synth pop. Ne è testimone l’utilizzo e la ricerca di metodi espressivi non prettamente tipici della musica pop, così come l’uso metafisico di strumenti musicali di altri generi.

Penso agli archi della musica classica, al sax nel jazz, al mellotron dei Beatles suonato da Paul Mcartney, all’organo Hammond del prog degli anni ‘70, al Wurltzer dei Supertamp, al theremin, tutti suoni che fanno capolino lungo lo scorrere dei brani di questo disco unico.

Ed è proprio questa contaminazione musicale, una perfetta crema no age, a sradicare l’ascoltatore da una forma statica e stagnante di fruizione musicale, rendendolo trasognante ed estatico, uno spirito errante nella vastità dell’infinito, munito di ricordi in ogni tappa tra sogni più o meno memorabili, momenti di gloria o destabilizzanti cadute.

Io vivo di accenti, di presentimenti
Profumi che sento nell’aria
E vivo di slanci, di moti profondi
Fugaci momenti di gloria
E nel silenzio del mondo
Io sento echi di infinito

– Echi di infinito, Antonella Ruggiero

Eppure, nonostante le atmosfere fiabesche che permeano tutti i momenti di “Deserter’s Songs“, colpisce la straordinaria attualità di un’opera che si incastra perfettamente nella cruda era post-moderna. Per argomentare questa tesi, vorrei concludere citando alcuni commenti di alcuni fans a due delle più acclamate canzoni dell’album, rispettivamente Holes e Tonight Slow.

Tutte le lunghe linee rosse, che prendono il controllo
Di tutto il fumo che come un fiume scorre nei tuoi sogni
Quel mare blu enorme e aperto, che non può essere attraversato
Che non può essere scalato, appena nato tra le due linee bianche
Dei distanti e segni sbiaditi
Tra tutte le luci lampeggianti, devi prendere quella stanotte
Che altro è se non un sogno, questo, con il tempo che scorre inesorabile ma sghembo, storto, arrotolato, come quello vissuto nel sonno, e tu impegnato a scalare oceani con la vista sfocata.
E poi, entra il theremin.
Il theremin è quello strumento, quel robo strano che ha due specie di antenne, una orizzontale ed una verticale, e che suoni muovendo la mano all’interno dello spazio delimitato dalle due aste.

La parte su “il modo in cui eravamo, il modo in cui ci siamo incontrati, il modo in cui ho acceso la tua sigaretta” è molto romantica e preziosa, in un modo o nell’altro ci ricorda qualcuno che probabilmente era speciale nelle nostre vite ed è andato, ecco perché alla fine gli strumenti e la voce si uniscono in un lamento epico, uff che meraviglia è Deserter’s Song.

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