Impatto Sonoro
Menu

Back In Time

“The Argument”, il tempo impresso a fuoco nel bronzo

Amazon button

Recentemente Kerry King ha avuto il coraggio di dichiarare che gli Slayer sono usciti di scena troppo in fretta. Io l’avrei detto, lo dico e lo dirò in eterno dei Fugazi. Eppure certe mancanze, benché reali, sono necessarie, pure belle. Lo sostenni parlando degli Slint, lo faccio oggi, sempre che il tempo abbia un senso, quando si parla di chi è diventato una leggenda suo malgrado.

Nessuno, né Ian, Guy, Joe o Brendan diranno mai una cosa simile, anzi, direbbero che era il momento ideale per andarsene. Senza andare via sul serio, perché i Fugazi non si sono sciolti. Certe idee, certe parole o situazioni che qualunque band utilizzerebbe per giustificare l’assenza discografica sono semplicemente inutili per chi ha fatto del proprio percorso un tutt’uno con la propria vita. Una comunione d’intenti, una famiglia, e come una famiglia si sono sempre comportati. Se un membro della band diventava padre la band si fermava. Niente tour. Non sarebbe stato l’ideale per il bambino. La band è famiglia. La famiglia deve essere un ambiente sano. Sano come il mondo circostante non avrebbe mai potuto essere. Questo era ciò che rendeva i Fugazi ciò che erano e sempre saranno.

Vent’anni oggi, vent’anni di vuoto che vuoto non è. 2001, quel mondo che non avrebbe potuto essere sano si ammala definitivamente, rinasce già infettato dal futuro. Un anno di lotte in strada, a Seattle, Cincinnati, Genova. Nel mondo gli scontri, i teatri di guerra, nulla si è mai fermato. Come i Fugazi, il cui suono è il suono della realtà nuda, cruda, ferale. Degli umani e della loro follia. Il retro del libretto di “The Argument” mostra una foto, una vetrina e al suo interno accatastata la tecnologia: telecamere di sorveglianza, allarmi, videoregistratori, videocitofoni, tastierini, un televisore, rilevatori di fumo. Il controllo impietoso dell’umanità verso sé stessa e nulla che ci possa tenere al sicuro meno di quanto non siamo e, a guardarlo in prospettiva a quattro lustri da quand’è stato stampato sappiamo quanto le cose siano andate a picco, e pure in fretta, perché vent’anni non sono un cazzo. All’interno un aereo in fase di atterraggio. Un pianeta che cambia, mentre la furia dei Fugazi resta intatta.

The Argument” e il suo suono, sempre più duro, più grigio, il colore che pervade l’artwork, duro come l’acciaio temperato nella melodia, mentre il resto, gli altri, tentavano di lanciarsi in favore di camera su MTV, loro sputavano sullo schermo. Sempre contro, sempre sopra le righe, e di nuovo con in mano un lavoro con strascichi duri a morire, una bellissima malattia di lungo corso, dalla cui fonte ci abbeveriamo tutti, incuranti del pericolo. Anche quando il suono si fa meno pressante la lente attraverso cui si osserva è sporca e fa mostra quello che vediamo ogni giorno ma da un’angolatura differente nei secoli dei secoli in tempi dispari.

Frasi che, se ripetute oggi, fanno paura: “How did a difference become a disease?”, “I’m no a citize laying in this cold field waiting for the call feeling right here in this uniform”, “The elected are such willing partners, look who’s buying all their tickets to the game. Development wants, development gets”, “And outside it’s all production, it’s all illusion set scenery”. Frasi che parlano di quello che non se n’è mai andato, anzi, è peggiorato. Siamo diventati ciò che siamo sempre stati. E per farlo i Fugazi hanno fatto quello che dovevano: imbastardire l’elettricità, ammorbidirla il tempo per renderla più affilata che mai. Per poi girarsi e uscire dalla luce.

Il tempo è passato restando immobile. Non siamo cambiati. Nemmeno “The Argument”. Tocca ripetermi: l’assenza non è mai stata così bella.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati