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Something to write emo about: i 30 dischi emo più importanti di sempre

Dare una definizione di “emo” è quantomai difficile: non è un genere musicale ben definito, non si tratta di un movimento, non gode di una delimitazione temporale netta. Geograficamente, poi, si ritrova dipanato tra megalopoli, città di provincia, brughiere, laghi, basements, spiagge e portacontainer. Nella sua trasversalità, infine, può essere considerato un modo di suonare punk-rock più indirizzato all’espressione interiore, che alla denuncia o allo sfogo, ma, anche seguendo queste direttrici, si incappa in plurimi controsensi.

Se ci limitiamo a studiare esclusivamente la parte lirica e la caratura tematica, infatti, tantissimi gruppi circoscrivibili al filone punk-rock e hardcore hanno scritto canzoni legate all’introspezione e al sentimento. Incappiamo in un cul de sac buio, tortuoso e ricco di insidie. Bikeage dei Descendents, per esempio, è il brano più emocore che conosca, ma fa parte di un disco tra i più fondamentali del punk-rock mondiale di tutti i tempi.

Allo stesso, modo, inoltre, sarebbe troppo superficiale e riduttivo parlare di una moda o di una maniera particolare vestirsi. Esiste però, e siamo fortunati ad ammetterlo, il “tale album emo”, che può far parte di un’intera discografia di un gruppo punk. Prima di diventare una parolaccia o un termine per insultare chi non avesse militanza, attitudine e coerenza, “emo”, sul finire degli anni ’90, era spirito di aggregazione, organizzarsi, innovazione e rivoluzione.

Guardare in tralice: ecco cosa si propone questo elenco. In cui solo i primi cinque album sono segnalati secondo una mia, personale, classificazione che tiene conto della sua importanza.

Fine Before You Came – Cultivation Of Ease (2001)

C’ero quando lo suonavano, agli inizi. Andavamo in giro con la distro, ci facevamo ogni concerto, ogni weekend, no matter what. “Fine before Fine Before you came came”, dicevano. Quel disco, breve, giallo, diventò una trincea. Lo cantavo negli autogrill. Grafiche non punk, non hardcore, nemmeno milanesi. Pezzi in inglese e da quel momento non abbiamo mai più avuto paura di esultare. Non avevano riferimenti, hanno semplicemente iniziato a provare con degli strumenti. Interstellare.

The Get Up Kids – Something To Write Home About (1999)

Nel range dei gruppi punk e punk-rock melodico firmato Epitaph, spicca questa cosa qui, fondamentale per quegli anni. Red Letter Day venne eletto a singolo nell’EP di lancio del disco, in copertina c’era una spiga di grano. Comprai una toppa con quella spiga di grano ad un concerto in Bunker, a Bergamo. Mi venne contestata da alcuni ultras in Stazione Centrale, una sera di primavera, mentre sulle scale mobili mi avviavo verso il treno che mi avrebbe riportato a casa. Stavano andando in trasferta a Torino, match di Coppa Italia, e stavano per salire sul mio stesso convoglio, dopo avermi chiamato “zecca” toccando la patch attaccata al mio Eastpak blu scuro, tasca esterna. Dodici anni dopo, la stessa toppa, nera con la spiga di grano dorata, era finita sul cappuccio di una felpa nera che ormai tenevo solo per allenarmi o quando andavo in posti dove si fumava. Una sera, durante un incontro non molto amichevole con alcuni fascisti della mia città, uno di loro, indicandola, mi chiamò ancora “zecca”. In entrambi i casi non cercarono di strapparmela, però. Rimasi muto: le uniche due volte in vita mia in cui fui chiamato in quel modo, fu per colpa dei Get Up Kids.

Texas Is The Reason – Do You Know Who You Are? (1996)

Vorrei tanto che il loro nome fosse una citazione da Bullet dei Misfits. Anche perché erano di New York. Non è un disco, è un altro pianeta, un’altra mentalità, un altro giro. L’etichetta più hardcore di sempre, la Revelation dell’hardcore politically correct, pubblica il disco che ha segnato definitivamente il limite tra quel genere e il cosiddetto “emo”. Venni a conoscenza della loro esistenza grazie ad una compilation proprio della label, datata 1997: la loro Back And To The Left veniva prima dei Farside ed era la seconda traccia del disco. Ci misi un annetto ad arrivare alla fine del CD. Un sentimento di freddo e amarezza che nessun disco è mai riuscito a riprodurre così fieramente. If it’s here, when we get back it’s ours. La vittoria di tutte le sconfitte.

Rival Schools – United By Fate (2001)

Qualsiasi gruppo tocchi Schreifels diventa oro colato. Un inno alla gioventù, al nostro impegno, alla nostra voglia di seguire una scena, appartenendovi ad ogni costo. Rock moderno e reminiscenze grunge la fanno da padrone, basti pensare a brani così diversi come Holding Sand e Everything Has Its Point. Il secondo, acclamatissimo, disco di questa superformazione newyorchese arrivò dieci anni dopo l’uscita di “United By Fate”, ma per me avrebbero potuto benissimo fermarsi lì. Ma l’avete mai ascoltata, voi, So Down On? Hooligans for life.

Treadmill – Treadmill (1997)

Comprai questo album sbagliando un ordine. L’etichetta che contattai per una spedizione abbastanza varia, tra dischi e magliette, mi mise nell’insieme questo EP, per scusarsi del fatto che non avesse più la tal maglietta del tal gruppo famoso che avevo ordinato. “Mettici dentro un’altra maglia, no?” pensai, ma alla fine mi accontentai. Forse a causa di questo smacco, misi il disco a girare ancora prima di ascoltare gli album che avevo scientemente ordinato. Folgorazione più completa. Emo-rock dalla Germania, in copertina dei ragazzi che urlano sulle montagne russe, zero colori vivaci. Era il 1999 e forse, proprio grazie a questo disco, iniziai ad interessarmi a queste sonorità, che con l’hardcore parevano non avere nulla a che spartire.

Rainer Maria – Look Now Look Again (1999)

Alcuni ragazzi della mia città, più grandi di me, che già giravano per concerti e altre città, ne parlavano, una sera. Eravamo in un parcheggio a bere delle birracce e fumare. Chiesi loro di metterli su, alla radio, qualora avessero avuto lì il CD a portata di mano. Purtroppo no, non l’avevano con loro, e riprendemmo così a bere, normalmente e come degli assatanati. Faceva anche freddo, non avevo nemmeno una cuffia e mi tirai su il cappuccio. Tornai a casa che i miei dormivano già, ovviamente. Mi attaccai al computer e scaricai “Look Now Look Again”. Pensai che non fosse male e provai a spiegarlo in giro, ma niente. I cori in Breakfast Of Champions segnarono letteralmente un’epoca.

Thursday – Full Collapse (2001)

La Mecca dell’hardcore mondiale tamarro produsse, inaspettatamente, un disco al limite tra emo, punk adolescenziale e rock commerciale. Ascoltato oggi lo trovo ripugnante. Un’accozzaglia di voci urlate e raccontate senza senso, senza un limite né una causa. All’epoca, però, ne andai letteralmente matto. Il crossover può giocare brutti scherzi.

American Football – American Football (1999)

Puntuale come di mattina il furgoncino della Galbani, che consegna la merce alle panetterie, quando si parla di suonare emo-core, l’omonimo degli American Football viene preso come esempio imprescindibile per poter afferrare il vero senso di questo genere musicale. “American Football” è un album essenziale, c’è poco da discutere. Difficile, complesso. È una recherche e una continua sperimentazione, che ascoltata in diverse fasi della nostra vita, sicuramente, suona diversa. Perché si adatta alle nostre conoscenze e alla nostra cultura, non è questione di gusti o attitudine. Riascoltandolo dopo un paio d’anni dall’ultima volta, per scrivere queste poche righe, per esempio, l’ho trovato alle volte troppo povero di parti vocali.

Crash Of Rhinos – Distal (2011)

La prova inconfutabile che non si possa parlare di “emo” senza parlare di punk-rock. “Distal” è uno dei dischi più carnali che abbia mai ascoltato in tutta la mia vita, e si pone da violenta risposta a coloro che hanno sempre considerato l’emo-core meramente come un modo più soffice e costruito di esprimere il semplice suono rock. Non dà un attimo di tregua, è pieno di cori, di chitarre che sprofondano, di rincorse. Sette brani lunghissimi che contengono un’intera galassia di esperienze ed emozioni. Per me, imprescindibile. Ovviamente su To Lose La Track.

Tempo Zero / Eversor – Split Ep (1997)

Tempo Zero in italiano, Eversor in inglese. Questo EP uscì nella seconda metà degli anni ’90 per la Enphasys di Aosta, che conobbi grazie all’omonima fanzine. La lasciai lì un po’ a prendere polvere, in verità, prima di iniziare a leggerla. Poi, la più completa folgorazione. Per i suoi contenuti e per la ricchezza di espressioni utilizzate per descrivere l’impegno e la carica emozionale del punk-rock. Questo disco, naturalmente, divenne per me la sublimazione musicale delle cose che avevo letto. Tempo Zero dai Territori del Nordovest ed Eversor da Pesaro, come i loro diretti discendenti Sprinzi.

Koufax – Social Life (2002)

Colori rurali, atmosfere country, voce grunge ma più pulita, disco dedicato al diventare grandi. Forse i Koufax erano tra i meno conosciuti del cosiddetto “giro”, ma questo disco capace di stridere e incantare per la sua multiformità, rimarrà sempre un capitolo importante per la storia dell’emo. Versi in rima precisi e cattedratici inclusi nel pacchetto.

Pedro The Lion – It’s Hard To Find A Friend (2001)

Nel 2001 l’etichetta poliedrica Jade Tree decise di pubblicare un disco di arpeggi e rullante. Mettendocelo pure in copertina, il rullante. Nel Delaware si erano ascoltati solamente, per secoli, solamente Kid Dynamite e Avail e, all’improvviso, arrivarono i Pedro the Lion ad affiancare i più famosi, sino all’epoca, Jets To Brasil, già nelle fila della label. Of Up And Coming Monarchs è una delle prime canzoni (di un disco) più importanti che siano mai state scritte e Of Minor Prophets And Their Prostitute Wives è la ballata grunge più disperata e sensata che abbia mai ascoltato.

Jets To Brazil – Orange Rhyming Dictionary (1998)

Il colore arancione. Li ho sempre associati al sole, i Jets To Brazil. “Orange Rhyming Dictionary” è forse il disco classificabile come “emo” più strutturato ed edificato che sia mai stato prodotto, seguendo delle direttirici precise e senza sbavare di un millimetro. Riflessioni mai troppo lagnose o edulcorate, aggettivi alla fine delle frasi, pochi arpeggi ed introduzioni lasciate ai minimi termini. Perfezione.  I Typed For Miles ha lo stesso giro di Heart Shaped Box dei Nirvana, però. Receptionist.

Reiziger – Our Kodo (1999)

Scoprii i Reiziger da completo autodidatta: ci arrivò uno stock di dischi Genet, all’epoca, e mi misi ad ascoltarli per primi, attratto dal fatto che si chiamassero come il terzino destro scarso di Barcellona e Milan, facente parte della cosiddetta “seconda ondata” di olandesi che militarono nelle due compagini. Loro erano belgi e suonavano un post-rock abbastanza difficile da assimilare. Voce soffusa, continua e disperata sperimentazione. Il disco mi piacque moltissimo, però, stranamente.

Timebomb – The Beat Is Here, Fellas (2001)

Dopo un esordio con due disconi hardcore molto metallaro, ecco il classico esempio di “parentesi emo” che può spuntare nella carriera di un gruppo. Il lavoro, uscito per la vicentina Cane Records, fu un vero e proprio stravolgimento di intenzioni per tutto lo scenario hardcore italico di quegli anni: la Bay Area si era spostata a Roma e, addirittura, sembrava non aver voglia di tornare sui suoi passi. Comprai il disco ad un banchetto, non ricordo in occasione di quale concerto, e ricordo che il ragazzo che me lo porse mi avvisò “Guarda, non è hardcore come i primi questo qua!”. Io non ci volli credere e lo comprai ugualmente. Surf, rock’n’roll ed emo. Per fortuna.

Kevin Devine – Circle Gets The Square (2002)

Da New York, un artista a mio parere molto particolare, che scrive un full-length abbastanza violento e apprezzabile per quanto riguarda ritornelli e atmosfere punkeggianti. Suonò al Leoncavallo se non sbaglio coi Koufax e qualcuno storse il naso per alcune sue uscite leggermente filocattoliche. Cotton Crush però è davvero un pezzo da antologia e mi spiace non aver seguito di più la sua carriera, condita da diverse uscite per le più svariate etichette pop statunitensi.

Settlefish – Dance A While, Upset (2003)

Da Bologna, ecco i primi italiani a firmare per la Deep Elm, quella Deep Elm, l’etichetta emo di Charlotte. Questo album, a mio parere, si sforza troppo di suonare americano e se forse ci avessero messo più anima, il risultato sarebbe stato eclatante. On Simmetry Plebbes rimane però un brano assoluto e assoluto e, indubbiamente, i Settlefish fecero la storia di quegli anni, balzando al centro degli interessi di chi seguiva la scena punk e i giri indie da sempre. Li vidi anche, dal vivo. A Bologna ovviamente.

The Miles Apart – Storyboard (2002)

Dalle ceneri degli Eversor, ecco gli autori del disco emo italiano più sentito e completo. Feelings Have No Shelter, Million Pages e Rebirth sono degli anthem che tutti, persino coloro che seguono la scena grind o metalcore conoscono. “Storyboard” rappresenta un pilastro basilare che ha dettato la fine di un’epoca, quella dell’emocore anni ’90, e sancito l’inizio della modernità, almeno in Italia, per le linee guida legate al punk-rock emozionale. Il lavoro più importante che la Green Records abbia mai fatto uscire.

Sprinzi – Something More Than The Last Time (2001)

Alice Dischi era una label aostana gestita da Iacopo, cantante degli Encore Fou, che agli albori dei 2000 buttò fuori questo disco veloce, al limite tra emo e screamo, cantato in inglese e dotato di una carica rock senza precedenti. Ci volevo un po’ per carburare, ma una volta preso l’abbrivio era un percorso tutto in discesa. All’epoca, se li conoscevi, eri un tipo ok, se li avevi visti suonare, addirittura,  avresti potuto avere una tua opinione musicale, una qualsiasi opinione musicale. Non ebbi mai occasione di vederli dal vivo.

Mineral – The Power Of Failing (1997)

The Power Of Failing” è il disco più completo, per quanto riguarda l’emocore. Un’antologia di brani inarrivabili, che nessuno ha mai potuto riscrivere. Suoni rock, pronti ad esplodere, ad urlare, a sfogarsi. Chitarre semplici e arpeggi praticamente ovunque. Gli affettati non si sapeva ancora cosa fossero, la vecchia scuola non perdona. Titoli come Dolorosa e If I Could aprirono la strada a un mondo. Grazie, Crank! Records.

Braid – Frame And Canvas (1998)

Uno dei dischi più importanti per poter catalogare il genere emo è, sicuramente, questo. Che è un album ispirato al british pop, capace di accelerare drasticamente i suoi tempi e le sue melodie rispetto alle sperimentazioni jazz dell’epoca e arricchendo il tutto con cori di spiccata matrice punk-rock. Sono sempre stati il gruppo da ascoltare ad ogni costo, anche se all’epoca, una concordanza così miscellanea di suoni ed ispirazioni non era facile da capire, all’inizio. O per lo meno, non lo era per me.

Ataris – Blue Skies, Broken Hearts…Next 12 Exits (1999)

Ma voi vi siete mai accorti di quanto vada veloce questo disco? È letteralmente una cannonata, che di emo ha, forse, solo il piglio un po’ grottesco e scanzonato di gettare nella mischia canzoni come Angry Nerd Rock e 1/5/96 nel caotico parapiglia dell’hardcore melodico americano di quegli anni. Su Kung Fu Records. Consiglio le compilation, della Kung Fu Records: per tornare a studiare.

The Promise Ring – Nothing Feels Good (1997)

Uscito su Jade Tree, questo disco è il secondo in ordine cronologico per la band di Milwaukee e, come ogni disco nato in Wisconsin, si pone a distanze siderali rispetto al trend del momento sul suolo americano. Molto cupo, rock e ripetitivo nelle sue ossessioni, “Nothing Feels Good”  si fonda su ritornelli che non ossideranno mai e una linea ritmica decisa e veloce. Sin dall’inizio, con Is This Thing On?, riducono il tutto a una corsa contro il tempo, come dimostrano anche gli stacchi di Red & Blue Jeans o Nothing Feels Good . C’era da scrivere una storia e si sono fatti trovare pronti. 

Samiam – Samiam (1990)

Mentre noi seguivamo (alla televisione) le imprese di Schillaci, in California i Samiam furono i primi, su disco, ad assecondare Dag Nasty e Fugazi, nel loro intento di riscrivere i dettami dell’hardcore, rendendolo più fruibile grazie a melodie più marcate e contenuti, se vogliamo, meno diretti, rispetto alle prime ondate che sconvolsero la Bay Area. Questo debutto, che vide le luce grazie a Bew Red Archives, divenne ben l’apripista per gruppi più mainstream come Hot Water Music e Planes Mistaken for Stars,  bands strettamente legate al punk-rock che seppero, però, marcare un passo in avanti sotto l’aspetto della struttura melodica dei brani.

Karate – Karate (1995)

Continuiamo la lista dei same titles con il lavoro più importante della band di Geoff Farina. Lento, prolisso, assuefacente, ai margini dello shoegaze, questo loro secondo disco è tutt’altro che facile. Ma ha scandito le tempistiche affinché altri gruppi, che sarebbero arrivati dopo la sua uscita, ne avrebbero imparato le linee guida, per creare ulteriori pezzi difficili, ragionati e lenti.  La mia preferita del disco è What Is Sleep?, ma ognuno di noi, riflettendoci, potrebbe trovarci  una personale ancora di salvezza. Boston rappresenta sempre.

Life At These Speeds – To Your Health (2006)

I Life At These Speeds non hanno avuto una lunghissima carriera musicale, ma hanno avuto la fortuna che la Level Plane, etichetta prevalentemente dedita allo screamo e al math-core, si accorgesse di loro. Nella Portland capitale del crust, per giunta. Questo loro ultimo disco, del 2006, esce urlatino, senza esagerazioni né divagazioni sul tema. Non si tratta né di rock fugaziano né di punk da college e, come classificazione, credo sia un disco abbastanza significativo per analizzare le varie influenze che negli anni duemila attraversavano gli Stati Uniti da costa a costa. 

Jimmy Eat World – Bleed American (2001)

Perché “Bleed American” e non “Clarity”? Perché “Bleed American” è l’ineluttabile apologia del pop rock collegiale statunitense. È un disco perfetto, nato e concluso raggiungendo ogni suo scopo, capace di contenere hit da radio (The Middle e Your House su tutte) e brani, come Your House e If You Don’t, Don’t, ricchi di pathos e ricerca tra rock e pop surfeggiante. Sotto alcuni aspetti può suonare fin troppo struggente, come lavoro, ma credo che nel mondo della musica alternativa spetti un posto come possa spettare a questo lavoro, che non ci ha nemmeno fatto riprendere così tanto dagli anni ’90.

Last Days Of April – Ascend To The Stars! (2002)

Lo ammetto, li ho sempre trovati banali e ripetitivi, questi svedesi. Ma cito questo disco per due motivi. Il primo è perché rappresenta forse l’unico episodio europeo di proposta unicamente emocore, senza contaminazioni e sperimentazioni indie e pop. Il secondo è che esce su Bad Taste, etichetta fondamentale per altri generi come l’ultracore, l’hardcore melodico e il rockabilly, in ambito europeo, che pubblicò il famoso split tra Ten Foot Pole e Satanic Surfers e mi fece conoscere 88 Fingers Louie, Almighty Trigger Happy e All Systems Go!.

Hey Mercedes – Everynight Fire Works (2001)

Uscito su Vagrant, questo discone dimostra come la scuola dell’Illinois sia stata un fiorente apripista per il rock moderno, prendendo radici e motivazioni dal grunge più marcatamente anni ’90. Siamo di fronte ad un crossover maturo ed elegante tra l’attitudine arrendevole tipica dei gruppi midwest e l’hard rock prepotente che si suona nei pub, e gli Hey Mercedes sono da sempre stati gli unici, capaci di simili congetture. 

Leiah – Surrounded By Seasons (2001)

Ancora una volta, la Genet ci stupì tutti. Tra Product e Liar, ecco spuntare questo progetto belga, in grado grazie a questo disco, il più maturo della loro produzione, di rendere fruibile ed elegante un post-rock a primo acchito abbastanza spigoloso, creato per stupire più che divertire. Voce femminile, tematiche care al mood del momento, questo “Surounded By Seasons” è, in fin dei conti abbastanza minimale, se lo si esamina nella sua completezza. Svedesi anche loro, ma più impegnativi.

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